ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

Paura della complessità, presunzione della conoscenza e riduzione statistica della realtà nelle moderne istituzioni di regolazione e sorveglianza

Oreste Patrone

Abstract: La crescente moltiplicazione di piani, programmi, osservatori, autorità indipendenti e dispositivi di sorveglianza nelle società contemporanee come manifestazione di una tensione più profonda verso la riduzione e il governo della complessità, alimentata tanto dal timore degli effetti di sistemi sottratti a una direzione centrale quanto dalla presunzione che la realtà sociale possa essere resa integralmente leggibile, misurabile e controllabile. Il confronto tra Michel Foucault, James C. Scott, Friedrich A. von Hayek e Ludwig von Mises consente di ricondurre paura e presunzione non a spiegazioni reciprocamente esclusive, ma a dimensioni complementari del medesimo atteggiamento epistemico: la prima genera il bisogno di controllo, mentre la seconda alimenta la convinzione che tale controllo possa effettivamente realizzarsi attraverso la conversione del sapere disperso in categorie, indicatori e rappresentazioni statistiche. L’aggregazione emerge così come il punto nel quale l’esigenza di sicurezza e l’ambizione pianificatrice finiscono per coincidere, rendendo la realtà più accessibile ai centri decisionali ma, nello stesso tempo, inevitabilmente più povera, statica e distante dalle conoscenze situate che orientano le concrete pratiche sociali. Non una ricostruzione di continuità teoriche tra autori appartenenti a tradizioni differenti, ma una chiave interpretativa delle moderne istituzioni di regolazione, chiamate a confrontarsi con il rischio di scambiare le proprie rappresentazioni semplificate del mondo con il mondo stesso.

Keywords: #Pianificazione #Controllo  #Paura  #Presunzione  #Aggregazione  #Conoscenza  #Statistiche  #Sorveglianza  #Governance  #Complessità  #Foucault  #Scott  #Hayek  #Mises  #Biopolitica  #Epistemologia #Ordine #Istituzioni #Potere #Regolazione #OrestePetrone #ethicasocietas #ethicasocietasrivista #rivistascientifica #scienzeumane #scienzesociali #ethicasocietasupli


Oreste Patrone (1976), ingegnere e dipendente pubblico, opera da molti anni nel settore della tutela ambientale e della gestione dei rifiuti, nel quale ha maturato una consolidata esperienza attraverso attività di consulenza e incarichi istituzionali. Si occupa attualmente di autorizzazioni integrate ambientali, impianti di trattamento dei rifiuti e procedimenti autorizzatori unici ed è componente della Sezione regionale del Friuli-Venezia Giulia dell’Albo nazionale gestori ambientali.


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La pianificazione come risposta alla complessità

Ogni società sviluppa strumenti, istituzioni e strategie attraverso le quali tenta di difendersi dalle proprie paure, traducendo l’incertezza in procedure, la complessità in categorie e l’imprevedibilità in dispositivi di governo che restituiscano almeno l’impressione di un ordine intelligibile. Tale convinzione è maturata osservando, per ragioni professionali, un ambito che potrebbe apparire lontano da ogni interrogativo antropologico o filosofico, quello della gestione pubblica dei rifiuti, ma nel quale la progressiva proliferazione di piani, programmi attuativi, osservatori, cabine di regia, autorità di regolazione e apparati di controllo rende particolarmente evidente la tendenza delle amministrazioni contemporanee a rispondere alla complessità mediante un incremento delle strutture deputate a osservarla, classificarla e governarla.

Questi strumenti vengono abitualmente presentati come risposte tecniche a esigenze di efficienza, coordinamento e razionalizzazione amministrativa, quasi che la loro istituzione costituisse una conseguenza neutrale e necessaria della crescente articolazione dei fenomeni sociali, economici e ambientali; più raramente, tuttavia, viene interrogato il gesto culturale e cognitivo che precede la loro creazione, ossia la convinzione che ogni problema possa essere reso trattabile attraverso una più intensa produzione di informazioni, indicatori, prescrizioni e centri decisionali.

Dietro l’apparente neutralità della tecnica amministrativa sembra così emergere un rapporto non completamente risolto tra l’essere umano e la complessità del mondo che egli stesso ha contribuito a costruire, un rapporto nel quale il bisogno di governare ciò che appare sfuggente si accompagna alla convinzione che tale governo possa effettivamente realizzarsi mediante la progressiva conversione del reale in una forma leggibile e ordinabile.

L’ipotesi proposta è che all’origine di questa tensione verso il controllo operino due impulsi apparentemente differenti ma sostanzialmente complementari: da un lato, il timore delle conseguenze prodotte da un sistema lasciato a sé stesso, percepito come potenzialmente disordinato, inefficiente o pericoloso; dall’altro, la presunzione che la realtà possa essere resa interamente conoscibile attraverso la misurazione, la classificazione e la pianificazione. La paura alimenta il bisogno di controllo, mentre la presunzione persuade che quel controllo sia realmente possibile.

Il punto nel quale tali dimensioni si incontrano è costituito dall’aggregazione, ossia dal processo attraverso cui una molteplicità di conoscenze locali, situazioni particolari, comportamenti e differenze qualitative viene ricondotta a categorie, indicatori, statistiche e informazioni sintetiche, utilizzabili dai centri decisionali. L’aggregazione rende la realtà amministrativamente più leggibile, ma la rende anche inevitabilmente più povera, poiché ogni semplificazione conserva soltanto ciò che è compatibile con la forma predisposta per raccoglierla.

Occorre precisare, sin dall’inizio, che il percorso qui proposto non intende dimostrare una continuità storica o teorica tra Michel Foucault, James C. Scott, Friedrich A. von Hayek e Ludwig von Mises, né attribuire a questi autori una tesi unitaria che non appartiene alle rispettive elaborazioni. Il collegamento tra paura, presunzione e aggregazione costituisce piuttosto una proposta interpretativa, una lente attraverso la quale osservare la crescita degli apparati contemporanei di pianificazione e sorveglianza, distinguendo con chiarezza tra ciò che emerge direttamente dalle opere richiamate e l’uso teorico che se ne propone.

La libertà governata attraverso il pericolo

Il sostegno più esplicito alla lettura del controllo come risposta alla paura può essere rintracciato nel pensiero di Michel Foucault, in particolare nelle lezioni tenute al Collège de France durante l’anno accademico 1978-1979 e successivamente raccolte nel volume Naissance de la biopolitique, dedicato alla genealogia dell’arte liberale di governo.

Nella lezione del 24 gennaio 1979, Foucault descrive il liberalismo non come una semplice rinuncia del potere pubblico a intervenire, né come una dottrina della spontanea autoregolazione sociale, ma come una specifica razionalità governamentale che produce e organizza la libertà, determinandone nello stesso tempo condizioni, limiti e costi. Governare liberalmente non significa lasciare che gli individui agiscano in assenza di vincoli, ma predisporre un ambiente nel quale determinate libertà possano essere esercitate, controllandone i rischi e neutralizzandone gli effetti ritenuti incompatibili con la stabilità complessiva dell’ordine sociale.

La libertà non costituisce pertanto l’opposto della sicurezza, bensì il termine di una relazione nella quale il governo è chiamato a valutare incessantemente quanto spazio concedere all’iniziativa individuale e quali procedure di controllo predisporre per contenerne i pericoli. Il liberalismo, nella lettura foucaultiana, diviene così un «gestore dei pericoli», poiché la produzione delle libertà implica necessariamente la costruzione culturale, politica e amministrativa dei rischi che quelle stesse libertà possono generare.

In tale prospettiva, l’individuo moderno viene progressivamente educato a percepire la propria esistenza come esposta a una molteplicità di minacce: il rischio economico, la disoccupazione, la malattia, la criminalità, l’incidente, il degrado ambientale, la perdita di sicurezza sociale. L’espressione foucaultiana «vivere pericolosamente» non designa allora un invito all’avventura, ma il correlato psicologico e culturale di una forma di governo che rende il pericolo una componente ordinaria della soggettività e, proprio attraverso tale percezione, legittima la crescita dei dispositivi deputati a prevenirlo.

Se la libertà economica e sociale reca con sé una specifica cultura del pericolo, l’apparato di controllo non costituisce una deviazione patologica o occasionale del liberalismo, ma il suo contrappeso interno. Foucault osserva, infatti, come l’arte liberale di governo produca una considerevole estensione delle procedure di controllo, costrizione e coercizione, necessarie a rendere compatibile l’esercizio delle libertà con la sicurezza dell’insieme.

Le moderne autorità di sorveglianza, gli osservatori, le cabine di regia e i sistemi di monitoraggio possono essere letti, in questa prospettiva, non soltanto come strumenti destinati a migliorare l’efficienza delle decisioni, ma come dispositivi di sicurezza attraverso i quali l’ordinamento tenta di presidiare i pericoli generati dai processi economici, sociali e ambientali che dichiara di voler lasciare liberi di svilupparsi. La pianificazione non sostituisce dunque necessariamente il mercato o l’autonomia individuale, ma può presentarsi come la struttura attraverso la quale quelle libertà vengono rese governabili.

La complessità come inquietudine amministrativa

Una diversa ma convergente rappresentazione del rapporto tra controllo e inquietudine emerge nell’opera di James C. Scott, soprattutto nelle pagine di Seeing Like a State dedicate all’alto modernismo, alla pianificazione urbana e alla figura di Le Corbusier. Scott descrive l’alto modernismo come una forma particolarmente intensa di fiducia nella capacità della scienza e della tecnica di trasformare la società, accrescere la produzione, ordinare lo spazio e dominare la natura, una fiducia che tende a considerare la complessità esistente non come il risultato di adattamenti storici e conoscenze sedimentate, ma come un ostacolo da rimuovere.

Nell’urbanistica di Le Corbusier, l’insofferenza verso la città tradizionale appare inizialmente come un giudizio estetico rivolto contro l’irregolarità, la promiscuità delle funzioni, l’accumulazione storica e l’apparente disordine degli insediamenti urbani; dietro tale giudizio, tuttavia, emerge una più radicale inquietudine epistemica, determinata dalla difficoltà della mente di orientarsi entro una molteplicità di relazioni che, sottraendosi alla semplificazione progettuale, rende il controllo concettualmente e operativamente instabile.

Quando gli elementi si moltiplicano, le relazioni diventano mobili e le situazioni concrete resistono alla classificazione, la mente del pianificatore avverte il rischio di perdersi in un labirinto di possibilità, poiché ciò che non può essere ricondotto a uno schema generale appare anche difficilmente governabile. L’esigenza di controllo nasce così non soltanto dalla volontà di migliorare la realtà, ma dall’angoscia prodotta da una complessità che eccede le capacità cognitive dell’osservatore e lo costringe a confrontarsi con il limite della propria conoscenza.

Scott rappresenta l’ingegneria sociale come il tentativo di immobilizzare una realtà in continuo movimento, paragonandola all’ambizione di governare un turbine; un’immagine che restituisce efficacemente l’intreccio tra la vastità del progetto e l’instabilità dell’oggetto sul quale esso pretende di intervenire. Più la realtà appare mobile, relazionale e mutevole, più forte diviene la tentazione di cristallizzarla in mappe, classificazioni e modelli capaci di ridurne l’indeterminatezza.

La pianificazione risponde pertanto a una duplice necessità: rendere il mondo modificabile e, prima ancora, renderlo cognitivamente sopportabile. Il piano non costituisce soltanto uno strumento operativo, ma una forma attraverso la quale la complessità viene sottratta alla sua eccedenza e ricondotta a un ordine nel quale ogni elemento possiede una posizione, una funzione e una relazione definita con l’insieme.

La presunzione della conoscenza centralizzata

Se Foucault e alcune pagine di Scott consentono di interpretare il controllo come risposta al pericolo e all’inquietudine generata dalla complessità, la riflessione di Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek sposta il problema sul terreno della presunzione epistemologica, vale a dire sulla convinzione che un centro decisionale possa disporre di una conoscenza sufficientemente ampia da sostituire la pluralità dei comportamenti sociali con un progetto razionale.

Scott definisce l’alto modernismo come una versione particolarmente forte della fiducia nel progresso scientifico e tecnico, nella crescita della produzione e nella possibilità di ordinare razionalmente la natura e la società. In questa prospettiva, il pianificatore non appare soltanto come colui che teme il disordine, ma come colui che ritiene di possedere una visione superiore, sottratta ai limiti e alle parzialità delle conoscenze ordinarie.

La figura di Le Corbusier assume così i tratti del re filosofo, del soggetto che ritiene di vedere ciò che gli altri non riescono a vedere e che, proprio in virtù di tale pretesa superiorità cognitiva, considera legittimo sostituire l’ordine esistente con una costruzione progettuale. La formula secondo cui «il despota non è un uomo, è il Piano» esprime con particolare efficacia la trasformazione dell’autorità personale in autorità impersonale della razionalità tecnica: non è più un individuo a comandare arbitrariamente, ma un progetto che pretende di imporsi in quanto scientifico, necessario e oggettivo.

Mises conduce la critica sul terreno dell’incertezza che caratterizza l’azione umana, ricordando come l’impossibilità di conoscere il futuro costituisca una condizione strutturale dell’agire e non una carenza temporanea destinata a essere superata mediante una maggiore disponibilità di informazioni. Chi pretende di possedere una conoscenza certa degli sviluppi futuri finisce per attribuire a intuizioni, convinzioni o costruzioni teoriche il valore di una conoscenza che non possono avere, assumendo implicitamente una posizione di onniscienza.

La formulazione più rigorosa del problema appartiene tuttavia a Hayek, poiché la sua critica non si fonda prioritariamente su una valutazione psicologica o morale dell’arroganza del pianificatore, ma sulla struttura stessa della conoscenza sociale. Nel saggio The Use of Knowledge in Society, Hayek osserva che il sapere economicamente rilevante non esiste mai in una forma pienamente concentrata e integrata, ma si presenta come una pluralità di frammenti incompleti, dispersi e talvolta contraddittori, posseduti da individui collocati in situazioni differenti.

Il problema fondamentale della società non consiste quindi nel modo in cui un’autorità possa utilizzare una quantità di informazioni già disponibili in forma unitaria, ma nel modo in cui conoscenze che non possono essere interamente raccolte da alcun soggetto riescano a coordinarsi. La pianificazione centralizzata nasce, secondo Hayek, da un fraintendimento della natura di tale problema, determinato dall’improprio trasferimento ai fenomeni sociali delle categorie elaborate per lo studio dei fenomeni naturali.

La complessità sociale viene trattata come se fosse un oggetto osservabile dall’esterno, scomponibile in variabili e riconducibile a un calcolo unitario, mentre essa è costituita da conoscenze pratiche, circostanze locali, aspettative, preferenze e adattamenti che acquisiscono significato soltanto all’interno delle specifiche situazioni nelle quali si manifestano.

In questa prospettiva, l’apparato di controllo non deriva primariamente dal timore di non conoscere, ma dalla convinzione di possedere una conoscenza sufficientemente estesa da consentire la sostituzione della complessità sociale con un progetto razionale. Il Piano, nelle sue diverse declinazioni, rappresenta allora il tentativo di trasformare un problema di coordinamento tra conoscenze disperse in un problema di calcolo centralizzato.

L’aggregazione e l’ombra statistica della realtà

Le interpretazioni del controllo come paura e come presunzione potrebbero apparire incompatibili, poiché la prima insiste sull’inquietudine prodotta dall’incertezza, mentre la seconda attribuisce alla pianificazione una fiducia eccessiva nelle capacità della conoscenza razionale; osservate più attentamente, tuttavia, esse possono essere considerate come due momenti di un medesimo processo cognitivo, nel quale il timore della complessità genera la domanda di controllo e la presunzione epistemologica rende plausibile la convinzione che tale controllo possa essere effettivamente esercitato.

Il luogo nel quale queste due dimensioni convergono è l’aggregazione statistica, vale a dire l’insieme delle operazioni attraverso cui la molteplicità del reale viene trasformata in una forma trattabile mediante mappe, categorie, tabelle, indicatori, grafici e percentuali. L’aggregazione risponde contemporaneamente al bisogno di ridurre l’incertezza e alla volontà di rendere la realtà disponibile alla decisione, poiché il numero produce l’impressione che il fenomeno, una volta misurato, sia divenuto anche conoscibile e governabile.

Ogni istituzione chiamata a intervenire su un fenomeno complesso necessita inevitabilmente di semplificazioni, poiché nessuna amministrazione potrebbe decidere mantenendo intatta l’infinita varietà delle situazioni concrete; il problema non risiede quindi nell’uso delle statistiche o nella costruzione di indicatori, ma nella possibilità che la rappresentazione sintetica venga progressivamente assunta come equivalente della realtà che intende descrivere.

Hayek individua con particolare precisione il limite della trasmissione statistica del sapere disperso, osservando come molte delle conoscenze decisive per l’azione non possano, per loro natura, entrare nelle statistiche e non siano pertanto trasferibili a un’autorità centrale in forma aggregata. La produzione del dato richiede infatti di astrarre dalle differenze considerate minori, accorpando sotto una medesima categoria elementi che divergono per localizzazione, qualità, disponibilità, condizioni d’uso e altri particolari che, pur risultando irrilevanti nella rappresentazione generale, possono assumere un’importanza determinante per la singola decisione.

Ciò che giunge al centro decisionale non è quindi il fenomeno nella sua concreta articolazione, ma una sua traduzione amministrativa, un’ombra statistica costruita attraverso la selezione di alcune caratteristiche e l’esclusione di altre. La semplificazione non è necessariamente falsa, ma è inevitabilmente parziale, poiché restituisce soltanto ciò che il sistema di rilevazione è stato progettato per riconoscere.

Scott descrive il medesimo processo attraverso il concetto di leggibilità, mostrando come le semplificazioni prodotte dallo Stato non rappresentino la società nella sua interezza, ma soltanto la porzione di essa rilevante per l’osservatore ufficiale. Le mappe amministrative sono mappe abbreviate, costruite per finalità fiscali, militari, sanitarie, urbanistiche o regolatorie e, proprio per questo, incapaci di restituire la totalità delle relazioni, dei significati e delle conoscenze incorporate nelle pratiche sociali.

Le categorie attraverso cui l’amministrazione osserva i sistemi naturali e sociali risultano inevitabilmente più statiche, grossolane e stilizzate rispetto alla realtà che intendono rappresentare, poiché devono consentire la comparazione di fenomeni differenti, la standardizzazione delle procedure e l’applicazione uniforme delle decisioni. La loro utilità dipende precisamente dalla riduzione delle differenze, ma il medesimo processo che le rende operative produce anche una perdita di conoscenza.

In ambiti come la gestione dei rifiuti, tale dinamica emerge con particolare evidenza. Quantità, percentuali di raccolta, capacità impiantistiche, indici di riciclo e previsioni di fabbisogno costituiscono strumenti indispensabili per la pianificazione, ma non esauriscono la complessità territoriale, organizzativa, economica e sociale del fenomeno. Dietro un dato apparentemente uniforme possono celarsi differenze decisive nelle caratteristiche dei territori, nella qualità dei flussi, nell’effettiva accessibilità degli impianti, nei costi logistici, nella struttura produttiva e nei comportamenti delle comunità locali.

L’aggregazione rende dunque il mondo più leggibile, ma lo rende anche inevitabilmente più povero, poiché ciò che non può essere classificato, contato o comparato tende a scomparire dall’orizzonte decisionale. Essa rassicura perché riduce la complessità a una forma stabile e ordinata, ma proprio per questo può nascondere una parte della realtà che pretende di governare.

La mentalità del controllo non è pertanto soltanto paura, né soltanto presunzione, ma il tentativo di ridurre la complessità a una configurazione osservabile, confrontabile e amministrabile. Il rischio emerge quando il successo della semplificazione tecnica produce l’illusione di una conoscenza esaustiva e quando l’istituzione, invece di utilizzare gli indicatori come strumenti parziali, finisce per assumere che soltanto ciò che entra nei propri sistemi di misurazione possieda rilevanza.

Regolare senza sostituire la realtà con la sua rappresentazione

Il riconoscimento dei limiti epistemici della pianificazione non implica l’adesione automatica alle conclusioni politiche degli autori richiamati, né conduce necessariamente a ritenere che il mercato o l’ordine spontaneo siano in grado di risolvere ogni problema di coordinamento. Utilizzare l’argomento hayekiano sulla conoscenza dispersa significa riconoscere che nessun centro decisionale possiede un accesso completo alle informazioni necessarie per governare la complessità, ma non significa negare l’esistenza di fallimenti del mercato, asimmetrie informative, esternalità e concentrazioni di potere che rendono indispensabile l’intervento regolatorio.

Quando l’attività economica produce costi che vengono trasferiti su soggetti estranei allo scambio, come avviene in numerosi fenomeni ambientali, l’ordine spontaneo non garantisce che tali conseguenze vengano adeguatamente considerate. La regolazione nasce precisamente dalla necessità di rendere visibili interessi, danni e rischi che il meccanismo di mercato non incorpora autonomamente nelle proprie decisioni.

Mettere in discussione la forma del controllo non significa, pertanto, negare la necessità delle regole, le quali non derivano soltanto da una costruzione culturale del pericolo, ma anche dall’esigenza concreta di impedire che le asimmetrie economiche, informative e istituzionali si trasformino in rapporti di predazione. Il problema decisivo non consiste nello scegliere tra regolazione e assenza di regolazione, ma nel comprendere attraverso quali strumenti sia possibile regolare senza attribuire alle istituzioni una conoscenza che esse non possiedono e senza trasformare le semplificazioni amministrative in rappresentazioni assolute del reale.

La necessità della regolazione non esclude, inoltre, che i dispositivi istituiti per contenere il potere economico possano essere catturati dai soggetti che dispongono delle maggiori risorse per influenzarne la formazione e l’applicazione. Riprendendo la riflessione di Alexander Rüstow, Foucault descrive il rischio di un «neo-feudalesimo predatorio», nel quale le grandi concentrazioni economiche, anziché consolidare la propria posizione esclusivamente attraverso la competizione, ricercano nel potere pubblico, nella legislazione, nella giurisdizione e nella formazione dell’opinione un sistema di protezioni capace di stabilizzare il vantaggio già acquisito.

La regolazione manifesta così una natura ambivalente: strumento necessario per limitare il potere privato e, nello stesso tempo, possibile veicolo attraverso il quale quel medesimo potere ottiene una consacrazione istituzionale. Le regole, pensate per correggere le asimmetrie, possono essere modellate da chi possiede maggiore capacità di accesso ai processi decisionali, mentre gli apparati di sorveglianza possono finire per rafforzare gli attori già meglio organizzati nel produrre, interpretare e utilizzare le informazioni richieste.

Questa ambivalenza impone di spostare l’attenzione dalla semplice quantità delle regole alla qualità epistemica e democratica delle istituzioni che le producono. Un sistema di regolazione adeguato non dovrebbe soltanto raccogliere più dati, aumentare i controlli o moltiplicare i livelli decisionali, ma dovrebbe essere capace di riconoscere la parzialità delle proprie categorie, mantenere aperti canali di confronto con le conoscenze locali e sottoporre a verifica gli effetti delle proprie semplificazioni.

Le istituzioni non possono rinunciare a classificare, misurare e programmare, ma possono evitare di trattare tali operazioni come descrizioni neutrali e complete della realtà. Ogni indicatore incorpora infatti una scelta su ciò che merita di essere osservato, ogni categoria esclude differenze considerate non rilevanti e ogni piano ordina il futuro sulla base di una rappresentazione inevitabilmente incompleta del presente.

I limiti conoscitivi come principio istituzionale

La vera alternativa non si colloca, dunque, tra controllo e assenza di controllo, né tra pianificazione e spontaneità, ma tra istituzioni capaci di interrogare continuamente i propri limiti e istituzioni che finiscono per scambiare la propria rappresentazione della realtà con la realtà stessa.

Le prime considerano i dati, le statistiche e i modelli come strumenti necessari ma parziali, destinati a essere integrati, corretti e talvolta contraddetti dall’esperienza concreta; le seconde trasformano la misurazione in una forma di autorità, assumendo che ciò che non compare negli indicatori sia irrilevante o addirittura inesistente.

Una pianificazione consapevole dei propri limiti non rinuncia alla decisione, ma abbandona la pretesa di esaurire la complessità attraverso il piano; non considera il sapere locale come un residuo irrazionale da superare, ma come una fonte di conoscenza che nessun apparato centrale può integralmente sostituire; non identifica la prevedibilità con il controllo assoluto, ma costruisce istituzioni capaci di apprendere dagli effetti imprevisti delle proprie scelte.

Il riconoscimento dell’incertezza non deve pertanto essere interpretato come una resa dell’autorità pubblica, bensì come una condizione della sua razionalità. Un’istituzione che riconosce di non poter conoscere tutto è più attrezzata a correggere i propri errori di un’istituzione che assume la propria rappresentazione come definitiva, così come una regolazione capace di incorporare il dissenso, le anomalie e le conoscenze situate risulta più solida di una disciplina fondata esclusivamente sulla coerenza interna dei propri modelli.

La questione decisiva riguarda, in ultima analisi, la capacità delle istituzioni di sottoporre continuamente a verifica le categorie attraverso le quali osservano e governano la società, evitando che la necessaria semplificazione amministrativa si trasformi nella presunzione di una conoscenza esaustiva. Quando gli indicatori cessano di essere considerati strumenti parziali e vengono assunti come equivalenti della realtà che intendono descrivere, il rischio non consiste soltanto nella perdita di informazioni, ma nella progressiva incapacità istituzionale di riconoscere tutto ciò che, pur incidendo concretamente sui fenomeni, non riesce a entrare nelle forme predisposte per misurarlo.

La pianificazione può allora conservare la propria funzione senza divenire una metafisica dell’ordine soltanto a condizione di accettare che il mondo ecceda sempre la rappresentazione che ne viene prodotta, che la conoscenza rimanga dispersa tra soggetti e contesti differenti e che nessun apparato di sorveglianza, per quanto articolato, possa sostituire integralmente l’intelligenza diffusa delle pratiche sociali.

Il limite non costituisce, in questa prospettiva, un ostacolo da rimuovere, ma un principio istituzionale da riconoscere: non il punto nel quale il governo della complessità fallisce, bensì la condizione attraverso cui esso può evitare di trasformarsi in un ordine impermeabile alla realtà che pretende di amministrare.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Foucault, Michel, Naissance de la biopolitique. Cours au Collège de France, 1978-1979, a cura di Michel Senellart, Seuil-Gallimard, Paris, 2004.

Hayek, Friedrich A. von, “The Use of Knowledge in Society”, in The American Economic Review, vol. 35, n. 4, settembre 1945, pp. 519-530.

Mises, Ludwig von, Theory and History. An Interpretation of Social and Economic Evolution, Yale University Press, New Haven, 1957.

Scott, James C., Seeing Like a State. How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed, Yale University Press, New Haven-London, 1998.


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