Una rilettura sociologica delle relazioni affettive tra reciprocità attesa e gratuità del dono

Abstract: Il presente articolo propone una rilettura critica del concetto di corteggiamento attraverso una prospettiva sociologica e filosofica centrata sull’intenzionalità dell’azione. Contrariamente alle interpretazioni tradizionali che considerano il corteggiamento una fase naturale e necessaria della costruzione della relazione amorosa, si sostiene che esso possa essere interpretato come una forma di azione orientata allo scopo, nella quale i gesti di cura, attenzione e generosità vengono compiuti in vista dell’ottenimento di un risultato desiderato. La tesi centrale dell’articolo è che la natura di una relazione non sia determinata principalmente dai comportamenti osservabili, ma dall’intenzione che li genera. Attraverso il dialogo con la sociologia dell’azione, la teoria del dono, la riflessione sul capitale simbolico, la filosofia dell’amore e alcuni contributi della tradizione etica islamica, si propone una distinzione teorica tra il corteggiamento come logica della reciprocità attesa e l’amore come pratica della gratuità.
Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.
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Introduzione. Il problema dell’intenzione nelle relazioni affettive
Nella maggior parte delle società umane il corteggiamento viene considerato il preludio dell’amore. Prima della relazione vi sarebbe una fase caratterizzata da attenzioni, regali, disponibilità, gesti di premura e strategie di avvicinamento. Questa narrazione è talmente radicata da apparire quasi ovvia: si corteggia perché si ama, oppure per arrivare ad amare.
Tuttavia, una riflessione più approfondita invita a mettere in discussione tale assunzione. È davvero possibile identificare il corteggiamento con l’amore? Oppure esso rappresenta una dinamica relazionale differente, caratterizzata da una logica propria?
La questione diventa particolarmente rilevante se si sposta l’attenzione dai gesti alle intenzioni. Nella vita sociale siamo portati a valutare le relazioni sulla base di ciò che le persone fanno. Eppure, due individui possono compiere esattamente le stesse azioni per ragioni radicalmente differenti.
Una persona può fare un regalo perché desidera rendere felice qualcuno. Un’altra può fare il medesimo regalo perché desidera essere scelta, amata o desiderata. Il comportamento osservabile è identico; l’intenzionalità che lo genera è profondamente diversa.
Da questa osservazione nasce la tesi fondamentale del presente contributo: la natura di una relazione non è definita principalmente dai gesti che la compongono, ma dalla logica intenzionale che li origina. Se ciò è vero, allora la distinzione tra amore e corteggiamento potrebbe essere molto più profonda di quanto comunemente si creda.
L’intenzionalità come fondamento della realtà relazionale
Le scienze sociali hanno spesso privilegiato l’analisi dei comportamenti osservabili. Tuttavia, fin dalle origini della sociologia dell’azione, l’agire umano è stato compreso come qualcosa che non può essere ridotto al mero comportamento esteriore.
Comprendere un’azione significa comprendere il senso soggettivo che l’attore le attribuisce. Un medesimo gesto può assumere significati completamente differenti a seconda delle intenzioni che lo animano.
Questa intuizione assume una rilevanza particolare nell’ambito delle relazioni affettive. Un abbraccio, un regalo, una parola gentile o una presenza costante possono essere manifestazioni di amore autentico oppure strumenti finalizzati a ottenere una risposta emotiva.
L’errore più comune consiste nel confondere il comportamento con il suo significato. Dal punto di vista fenomenologico, invece, ciò che definisce l’azione non è semplicemente ciò che viene fatto, ma il motivo per cui viene fatto.
La differenza tra amore e corteggiamento emerge precisamente in questo spazio invisibile dell’intenzionalità.
La logica del corteggiamento: quando il gesto è un mezzo
Nella sua forma più generale, il corteggiamento può essere definito come l’insieme delle pratiche attraverso cui un individuo cerca di suscitare interesse, attrazione o coinvolgimento affettivo in un’altra persona.
Tale definizione contiene già un elemento decisivo: il riferimento a un obiettivo. Si corteggia qualcuno affinché accada qualcosa. Si desidera essere notati, apprezzati, scelti o ricambiati. I gesti compiuti durante il corteggiamento possiedono quindi una dimensione teleologica: sono orientati verso un risultato futuro.
Da questo punto di vista il corteggiamento presenta caratteristiche analoghe alle forme di azione orientata allo scopo. L’azione viene valutata in relazione alla sua efficacia nel produrre un determinato esito, infatti molto frequentemente questi “gesti” spariscono o diminuiscono drasticamente una volta raggiunto l’obiettivo. Naturalmente ciò non significa che il corteggiamento sia necessariamente falso o malintenzionato. Significa però che esso contiene una struttura strumentale : la cura viene offerta affinché generi vicinanza, l’attenzione viene offerta affinché generi interesse e la disponibilità viene offerta affinché generi reciprocità.
In altre parole, il gesto viene compiuto in funzione di qualcosa che lo trascende.
Persuasione, riconoscimento e costruzione del legame
L’idea di manipolazione simbolica viene spesso associata all’inganno intenzionale. Tuttavia, in una prospettiva sociologica più ampia, manipolare significa influenzare il comportamento o la percezione di un altro soggetto orientandolo verso una determinata direzione.
In questo senso il corteggiamento contiene inevitabilmente una dimensione persuasiva: chi corteggia desidera produrre un cambiamento nell’altro, desidera essere percepito in un certo modo, desidera aumentare la probabilità di essere scelto, desidera modificare la disposizione emotiva dell’altra persona.
Ancora una volta, non si tratta necessariamente di una condotta moralmente negativa. Tuttavia essa implica una forma di intervento sulla soggettività altrui che differisce dall’amore inteso come semplice ricerca del bene dell’altro.
L’altro non è soltanto una persona da amare; diventa anche il destinatario di un progetto relazionale.
Il dono tra reciprocità e gratuità
La riflessione sul dono permette di approfondire ulteriormente questa distinzione. Il dono non è mai un semplice trasferimento di beni. Esso crea legami, obbligazioni e aspettative reciproche. Nella maggior parte delle società umane il dono genera una dinamica triplice: dare, ricevere e ricambiare.
Il corteggiamento può essere interpretato come una particolare forma di economia simbolica del dono. Si offrono tempo, attenzioni, energia emotiva e disponibilità con l’aspettativa implicita che tali investimenti producano una risposta.
L’amore autentico, invece, sembra avvicinarsi a un ideale diverso: quello del dono che non esige restituzione. Non perché la reciprocità sia indesiderabile, ma perché non costituisce la ragione originaria del gesto. L’amante autentico non dona per ricevere, dona perché intrinsecamente amare significa già dare.
Desiderabilità, capitale simbolico e riconoscimento
Ogni relazione umana è attraversata da processi di attribuzione di valore.
Anche il corteggiamento può essere letto come un processo di costruzione del proprio capitale simbolico. Attraverso gesti di generosità, disponibilità e competenza emotiva, l’individuo cerca di accrescere il proprio valore relazionale agli occhi dell’altro: si costruisce un’immagine desiderabile, si mettono in evidenza qualità apprezzabili, si valorizzano aspetti di sé capaci di generare attrazione.
Da questa prospettiva, il corteggiamento appare come una forma sofisticata di presentazione strategica del sé. L’amore, invece, sembra operare secondo una logica differente. Esso non mira principalmente a rendersi desiderabile ma a riconoscere il valore dell’altro indipendentemente dal ritorno che tale riconoscimento può produrre.
L’amore come capacità di dare
Una delle intuizioni più profonde della riflessione contemporanea sull’amore consiste nell’affermare che il problema fondamentale non sia come essere amati, ma come amare.
L’individuo moderno tende spesso a considerare l’amore come qualcosa da ottenere. L’interrogativo dominante diventa, quindi: come posso farmi amare?
L’amore autentico rovescia completamente questa prospettiva, a domanda non è più come ottenere amore, ma come diventare una persona capace di amare.
In questo quadro il dare non rappresenta una perdita né un investimento. Esso costituisce l’espressione stessa della vitalità umana. L’amore non dà perché spera di ricevere. Ricevere diventa semplicemente una delle possibili conseguenze del dare, ma che non implica per forza un ricambio.
La prospettiva etica della tradizione islamica
Una visione sorprendentemente vicina a questa concezione emerge nella tradizione islamica attraverso il noto insegnamento attribuito al Profeta Muhammad:
«تَهَادَوْا تَحَابُّوا»
«Scambiatevi doni e vi amerete.»
Una lettura superficiale potrebbe interpretare questo detto come una tecnica relazionale: fate regali affinché le persone vi amino, tuttavia una lettura etica più profonda suggerisce qualcosa di diverso.
Il dono non viene presentato come uno strumento manipolativo finalizzato a ottenere amore. Esso viene descritto come una pratica di generosità capace di creare naturalmente prossimità, benevolenza e affetto.
L’amore non è il prezzo del dono: l‘amore è il frutto che può nascere dal dono. La differenza è sottile ma decisiva. Nel primo caso il dono è subordinato al risultato. Nel secondo caso il risultato emerge spontaneamente dalla qualità del gesto. Questa formulazione si avvicina notevolmente all’idea che il valore morale di un’azione dipenda dall’intenzione che la genera e non soltanto dagli effetti che produce.
L’amore come fine e non come mezzo
La tesi centrale di questo articolo può essere sintetizzata attraverso una distinzione fondamentale.
Nel corteggiamento l’amore rappresenta il fine. I gesti rappresentano il mezzo.
Nell’amore autentico, invece, il gesto stesso diventa il fine. La cura viene offerta per la gioia di curare, la presenza viene offerta per la gioia di esserci e il dono viene offerto per la gioia di donare.
L’amore non è più qualcosa da ottenere ma qualcosa da esprimere.Paradossalmente, proprio quando l’amore smette di essere un obiettivo, diventa possibile viverlo nella sua forma più piena.
Conclusioni. Due logiche relazionali a confronto
Le società contemporanee tendono a considerare il corteggiamento e l’amore come momenti differenti di uno stesso processo. L’analisi proposta suggerisce invece che essi possano rappresentare due logiche relazionali profondamente diverse.
La prima è orientata alla reciprocità attesa, al risultato e alla costruzione del legame attraverso strategie di avvicinamento.La seconda è orientata alla gratuità, al riconoscimento dell’altro e alla capacità di dare senza subordinare il gesto alla prospettiva del ritorno.
Ciò che distingue queste due logiche non è il comportamento osservabile. Gli stessi gesti possono appartenere all’una o all’altra, la differenza risiede nell’origine dell’azione. In ultima analisi, l’amore non si definisce da ciò che fa, ma dal perché lo fa. Due persone possono offrire lo stesso dono, pronunciare le stesse parole e compiere gli stessi sacrifici. Eppure una può agire per ottenere amore mentre l’altra agisce perché ama già.
È in questa invisibile differenza di intenzione che si decide la natura profonda della relazione.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Bourdieu, P. (1990). Il senso pratico. Roma: Armando Editore.
Fromm, E. (2013 [1956]). L’arte di amare. Milano: Mondadori.
Levinas, E. (1980 [1961]). Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità. Milano: Jaca Book.
Mauss, M. (2002 [1925]). Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche. Torino: Einaudi.
Weber, M. (1961 [1922]). Economia e società. 2 voll. Milano: Edizioni di Comunità.
Tradizione profetica islamica. Hadith: «تَهَادَوْا تَحَابُّوا» (Tahādaw wa taḥābbū), «Scambiatevi doni e vi amerete».

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