Perché il regalo di un’arma ai leader internazionali non rappresenta un’anomalia: una lettura sociologica e antropologica del potere, del dono e della trasformazione dell’estetica della forza.

Abstract: La recente notizia del revolver donato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ai leader della NATO ha suscitato un acceso dibattito mediatico, prevalentemente orientato verso una lettura morale dell’episodio. Tuttavia, osservato attraverso la prospettiva delle scienze sociali, tale gesto appare meno come una provocazione e più come la prosecuzione di una consolidata tradizione diplomatica che affonda le proprie radici nella storia delle grandi civiltà. Dall’Impero Ottomano alle monarchie europee, dall’Impero Persiano alla Cina imperiale, le armi hanno rappresentato per secoli doni di prestigio, simboli di fiducia reciproca, strumenti di legittimazione politica e manifestazioni della sovranità. L’articolo propone una lettura interdisciplinare che integra antropologia del dono, sociologia del potere, storia diplomatica e analisi simbolica, mostrando come il significato sociale dell’arma trascenda la sua funzione offensiva. Attraverso il confronto tra le spade cerimoniali del passato e il revolver contemporaneo emerge inoltre una trasformazione più ampia: il passaggio da un’estetica aristocratica della forza a una cultura dell’efficienza tecnologica, nella quale il prestigio non si esprime più attraverso la ricchezza decorativa ma mediante la funzionalità dell’oggetto. L’episodio costituisce così un’interessante occasione per riflettere sul rapporto tra memoria storica, rappresentazione del potere e permanenza dei simboli nella diplomazia contemporanea.
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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.
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Il linguaggio delle armi tra simbolismo, diplomazia e memoria degli imperi
Ci sono notizie che vivono appena il tempo di un ciclo mediatico. Scorrono veloci tra uno schermo e l’altro, consumate dalla rapidità con cui vengono commentate, condivise e dimenticate. Altre, invece, possiedono la rara capacità di trasformarsi in uno specchio attraverso cui osservare fenomeni molto più profondi della cronaca stessa. Il dono di un revolver da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ai leader riuniti durante il vertice della NATO appartiene a questa seconda categoria.
Il dibattito pubblico si è sviluppato quasi esclusivamente attorno a una domanda implicita: è appropriato regalare un’arma? La risposta, nella sensibilità contemporanea, sembra quasi scontata. L’arma richiama immediatamente il conflitto, la violenza, la guerra. Eppure proprio questa immediatezza rivela uno dei limiti più frequenti della lettura del presente: la tendenza a interpretare ogni simbolo esclusivamente attraverso il significato che esso assume oggi, dimenticando che ogni oggetto porta con sé una lunga biografia culturale.
Le scienze sociali insegnano che nessun simbolo nasce nel momento in cui viene osservato. Ogni simbolo è il risultato di una sedimentazione storica, di una memoria collettiva che continua ad abitare gli oggetti anche quando la società sembra averne dimenticato il linguaggio. Una spada, un pugnale, una sciabola o un revolver non sono semplicemente strumenti, sono narrazioni condensate nella materia. Raccontano un modo di concepire il potere, l’autorità, la fiducia e perfino l’amicizia politica. La sorpresa che oggi accompagna un simile dono dice forse più di quella che definiamo come nostra cultura che del gesto stesso.
Viviamo in un’epoca che ha progressivamente separato gli oggetti dalla loro storia. Ogni cosa viene giudicata per la funzione immediata che svolge, raramente per il patrimonio simbolico che custodisce. È una conseguenza della modernità, che ha insegnato a privilegiare il presente rispetto alla lunga durata della storia, l’utilità rispetto al significato, l’efficienza rispetto alla memoria. Eppure, se soltanto arretrassimo lo sguardo di qualche secolo, scopriremmo che le armi sono state probabilmente uno dei più prestigiosi strumenti del dono diplomatico.
Per comprendere questa apparente contraddizione occorre partire da una delle intuizioni più profonde dell’antropologia del Novecento. Quando Marcel Mauss pubblicò il suo celebre Saggio sul dono, dimostrò che nessun dono è mai veramente gratuito. Ogni dono costruisce una relazione, crea un legame, produce un riconoscimento reciproco. Donare significa dire qualcosa dell’altro, ma soprattutto dire qualcosa di sé. È un linguaggio che non utilizza parole, bensì oggetti. Nelle società tradizionali il valore di un dono non coincideva con il suo prezzo, ma con la sua capacità di rappresentare chi lo offriva. Più un oggetto incarnava l’identità del donatore, maggiore era il suo prestigio simbolico.
È in questa prospettiva che le armi assumono un significato radicalmente diverso da quello che attribuiamo loro oggi. Per secoli esse hanno rappresentato il prolungamento materiale della sovranità. Erano l’immagine stessa dell’autorità politica. Così come una corona rappresentava il diritto di governare e uno scettro la continuità della dinastia, una spada rappresentava la responsabilità della difesa del regno, il coraggio, l’onore e la capacità di esercitare il monopolio della forza, elemento che ancora oggi Max Weber considera fondativo dello Stato moderno. Non sorprende allora che proprio le armi diventassero i doni più prestigiosi tra i sovrani. Non venivano offerte perché fossero utilizzate, venivano donate perché rappresentavano il più alto riconoscimento possibile tra coloro che appartenevano alla medesima comunità del potere.
L’Impero Ottomano comprese questo linguaggio forse meglio di qualunque altra civiltà. Nelle sale del Palazzo Topkapı, gli artigiani imperiali lavoravano per mesi alla realizzazione di sciabole, pugnali e archi destinati non ai campi di battaglia, ma alle sale della diplomazia. Ogni lama veniva cesellata come un manoscritto. L’acciaio damascato rifletteva la luce con sfumature irripetibili, mentre oro, argento, madreperla e pietre preziose trasformavano l’arma in un’opera d’arte. Alcune recavano versetti coranici, altre riportavano il nome del Sultano o formule augurali destinate al sovrano che l’avrebbe ricevuta. Quelle armi non raccontavano la guerra, raccontavano la civiltà che le aveva prodotte, raccontavano la ricchezza dell’Impero, il livello della sua metallurgia, la raffinatezza dei suoi artigiani, la solidità delle sue istituzioni. Ogni dono era una dichiarazione silenziosa di prestigio. Ogni lama affermava, senza bisogno di parole, che chi la offriva apparteneva a una potenza capace di trasformare uno strumento di combattimento in un capolavoro artistico. Ricevere una sciabola ottomana non significava sentirsi minacciati, significava essere accolti all’interno di una relazione diplomatica fondata sul reciproco riconoscimento.
La stessa logica attraversava l’Europa medievale e rinascimentale. Re e imperatori si scambiavano spade cerimoniali, armature decorate, speroni d’oro e insegne militari. Gli shōgun giapponesi donavano katane forgiate dai maestri più celebri. Le corti safavidi inviavano pugnali tempestati di gemme ai sovrani vicini. Cambiavano le forme, cambiavano le culture, ma il linguaggio rimaneva sorprendentemente identico.
Era il linguaggio del prestigio.
Era il linguaggio del potere.
Era, soprattutto, il linguaggio della fiducia.
Dall’estetica della forza alla razionalità dell’efficienza
Se la storia si fosse fermata all’età delle corti, probabilmente oggi non proveremmo alcuno stupore di fronte al dono di un’arma. Una spada finemente lavorata, un pugnale cesellato o una sciabola damascata sarebbero ancora percepiti come oggetti di pregio, degni di essere esposti in una teca più che impugnati sul campo di battaglia. Eppure qualcosa è cambiato, non tanto nel simbolo, quanto nello sguardo di chi lo osserva.
La modernità ha modificato profondamente il nostro rapporto con gli oggetti del potere. Non li ha semplicemente trasformati: li ha spogliati della loro dimensione rituale, sostituendo lentamente il linguaggio della rappresentazione con quello della funzionalità. È un cambiamento silenzioso, quasi impercettibile, che attraversa l’intera storia occidentale e che trova una delle sue espressioni più evidenti proprio nell’evoluzione delle armi.
Una spada del XVI secolo raccontava innanzitutto la mano che l’aveva forgiata. Ogni incisione era unica, ogni lama conservava le imperfezioni dell’artigiano, ogni decorazione costituiva una firma invisibile. Non esistevano due esemplari identici. L’arma era il punto d’incontro tra tecnica, arte e identità culturale. Persino il metallo sembrava possedere una memoria, l’acciaio damascato, con le sue venature ondulate, ricordava le correnti di un fiume o le venature del legno, trasformando un oggetto destinato alla guerra in una delle più alte espressioni dell’estetica umana.
Il revolver, invece, appartiene ad un universo completamente diverso: non racconta la mano dell’artigiano, racconta la precisione della macchina. Non celebra l’unicità, celebra la riproducibilità. Non esalta il tempo lento della manifattura, esprime la velocità dell’industria.
In questa apparente banalità si nasconde una delle più profonde trasformazioni culturali della storia contemporanea.
Il sociologo Max Weber descriveva la modernità come un processo di razionalizzazione: ogni attività umana tende progressivamente ad abbandonare l’ornamento per privilegiare la funzione, l’efficienza, il calcolo, la prevedibilità. È il trionfo della razionalità strumentale, nella quale ogni oggetto viene valutato principalmente per ciò che è in grado di fare, e non per ciò che rappresenta.
Le armi non sfuggono a questa logica, infatti per secoli esse avevano dovuto essere anche belle. La loro bellezza non era un elemento secondario, ma parte integrante della loro funzione simbolica. Una lama impreziosita da oro e pietre preziose dichiarava al mondo che il sovrano possedeva ricchezza, stabilità e una classe di artigiani capace di trasformare il metallo in arte. La magnificenza dell’arma rifletteva la magnificenza dello Stato. Con l’avvento della produzione industriale tutto questo cambia: l’acciaio non deve più stupire,deve resistere. L’impugnatura non deve più essere elegante, deve essere ergonomica. La decorazione diventa un costo inutile, la semplicità diventa una virtù.
È difficile immaginare un’immagine più rappresentativa della modernità. L’intera società sembra aver compiuto lo stesso percorso. Le cattedrali lasciano il posto ai grattacieli in vetro. I palazzi nobiliari vengono sostituiti dagli edifici funzionali. Gli abiti cerimoniali cedono il passo agli indumenti tecnici. Persino gli oggetti che incarnano il massimo livello del potere smettono di cercare l’ammirazione estetica e iniziano a cercare la massima efficienza.
Norbert Elias, studiando la società di corte, osservava come nelle monarchie assolute ogni dettaglio possedesse un significato politico. Nulla era casuale. La disposizione delle sedie, il modo di salutare, gli abiti, i colori, perfino il silenzio costituivano strumenti di rappresentazione del potere. Il prestigio non derivava soltanto dalla forza militare, ma dalla capacità di renderla visibile attraverso il linguaggio dei simboli.
Il mondo contemporaneo sembra aver dimenticato questa grammatica o, forse, l’ha semplicemente tradotta in una lingua diversa perché i simboli non scompaiono mai, cambiano forma. L’automobile blindata sostituisce la carrozza reale, il jet governativo prende il posto della nave ammiraglia, l’orologio tecnico sostituisce il gioiello, il revolver prende il posto della sciabola. Ciò che muta non è il bisogno umano di rappresentare il potere, ma il modo in cui esso viene reso visibile.
Pierre Bourdieu definirebbe questo processo una trasformazione del capitale simbolico. Ogni società attribuisce prestigio a oggetti differenti. Nelle aristocrazie europee il prestigio era inseparabile dall’esclusività, dall’artigianato e dalla rarità. Le élite contemporanee, invece, tendono ad attribuire valore alla tecnologia, alla precisione, all’innovazione e alla performance.
Il simbolo rimane, mutano soltanto i codici attraverso cui viene interpretato.
È qui che il dono di Erdoğan assume un significato particolarmente interessante. Molti osservatori hanno visto esclusivamente un’arma. Ma un sociologo vede qualcosa di diverso, vede un oggetto che concentra almeno tre livelli di significato: il primo è quello della sovranità, lo Stato moderno continua a fondarsi, come ricordava Weber, sul monopolio legittimo della forza. Regalare un’arma significa quindi donare un simbolo dell’autorità statuale. Il secondo è quello dell’identità nazionale, ogni arma racconta una storia industriale, tecnologica e culturale. Così come una katana richiama immediatamente il Giappone o una sciabola damascata evoca l’Impero Ottomano, anche un revolver prodotto in un determinato contesto nazionale diventa parte della narrazione identitaria di quello Stato. Infine esiste un terzo livello, forse il più profondo: quello della fiducia. Per quanto possa apparire paradossale, nella lunga storia della diplomazia le armi sono state donate quasi esclusivamente agli amici, agli alleati o ai pari grado. Nessun sovrano avrebbe inviato una spada preziosa a un nemico con cui non intratteneva alcun rapporto diplomatico. Il dono dell’arma presupponeva il riconoscimento reciproco di uno status condiviso, era il simbolo di un’appartenenza comune alla ristretta comunità dei detentori del potere.
L’arma, dunque, non parlava di guerra. Parlava della possibilità di evitarla, era un linguaggio che soltanto chi apparteneva a quel mondo era in grado di comprendere. Paradossalmente, più una società si allontana dalla cultura aristocratica e diplomatica delle corti, più tende a perdere familiarità con questo linguaggio simbolico. È forse questa la ragione per cui oggi un revolver suscita sgomento, mentre una sciabola ottomana esposta in un museo ci appare elegante, raffinata, persino romantica.
Eppure entrambe nascono dalla medesima idea.
Entrambe sono strumenti della forza.
Entrambe sono state trasformate in simboli del potere.
La differenza risiede soprattutto nel tempo, una appartiene a un’epoca nella quale la forza aveva bisogno di mostrarsi bella, l’altra appartiene a una civiltà nella quale la forza ha imparato a mostrarsi efficiente. Ed è forse proprio qui che si nasconde la più grande differenza tra il passato e il presente. Le civiltà antiche desideravano che il potere fosse ammirato, la modernità pretende semplicemente che funzioni.
La memoria degli imperi e il linguaggio silenzioso della diplomazia
Ogni Stato racconta se stesso attraverso simboli che sopravvivono alle rivoluzioni, ai cambiamenti di regime e perfino alla caduta degli imperi. Le istituzioni mutano, le costituzioni vengono riscritte, i confini si ridisegnano, ma la memoria collettiva continua a esercitare la propria influenza sulle scelte politiche. È una memoria che non vive soltanto nei libri di storia o nei musei. Vive nei rituali, nei gesti, nelle cerimonie e perfino negli oggetti che gli Stati scelgono di donare.
La Turchia rappresenta forse uno degli esempi più affascinanti di questa continuità.
La Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk ha costruito la propria identità sul superamento dell’Impero Ottomano, promuovendo una modernizzazione radicale, laicizzando le istituzioni e orientando il Paese verso l’Europa. Tuttavia, nessuna nazione può realmente separarsi dalla propria storia. Le identità collettive non funzionano come un interruttore che può essere acceso o spento; sono piuttosto il risultato di una lunga sedimentazione culturale. Negli ultimi decenni questa dimensione è tornata con particolare forza nella politica estera turca. Molti studiosi parlano di neo-ottomanismo, un concetto spesso utilizzato in modo improprio nel dibattito pubblico ma che, nella letteratura scientifica, descrive soprattutto il recupero di una memoria imperiale come elemento della proiezione internazionale della Turchia. Non implica necessariamente la volontà di ricostruire un impero, bensì l’impiego del passato come risorsa simbolica per definire il ruolo del Paese nello scenario globale.
Da questo punto di vista, il dono attribuito a Recep Tayyip Erdoğan può essere interpretato non tanto come un gesto eccentrico, quanto come un frammento di un linguaggio diplomatico più ampio, nel quale gli oggetti raccontano una continuità storica. L’arma non diventa soltanto un manufatto contemporaneo: diventa il punto d’incontro tra passato e presente, tra la memoria di una grande potenza imperiale e la rappresentazione di uno Stato che desidera riaffermare la propria centralità geopolitica.
Le scienze sociali ci ricordano che il potere non si esercita esclusivamente attraverso la forza materiale. Joseph Nye ha definito soft power la capacità di uno Stato di influenzare gli altri mediante cultura, prestigio, identità e attrazione simbolica. Generalmente si pensa al cinema, alla lingua, all’arte o alla gastronomia. Eppure anche i rituali diplomatici fanno parte di questo patrimonio immateriale. Ogni dono racconta una storia, parla del Paese che lo offre ed ogni simbolo costruisce una narrazione.
In questa prospettiva, un revolver prodotto dall’industria nazionale non rappresenta soltanto un’arma. Esso comunica l’immagine di una nazione tecnologicamente avanzata, capace di produrre strumenti sofisticati, ma allo stesso tempo richiama una tradizione storica nella quale il dono delle armi costituiva uno degli strumenti privilegiati della diplomazia.
Naturalmente, sarebbe ingenuo ignorare che oggi il contesto internazionale è profondamente diverso rispetto a quello delle monarchie del XVI o XVII secolo. Viviamo in un mondo nel quale la sensibilità pubblica nei confronti della violenza è mutata e nel quale ogni gesto politico viene immediatamente amplificato dai media e reinterpretato attraverso le categorie della comunicazione contemporanea. Un oggetto che un tempo sarebbe stato letto come segno di prestigio può oggi essere percepito come provocatorio o ambiguo.Ed è proprio qui che emerge uno dei contributi più importanti della sociologia: distinguere tra il significato originario di un simbolo e la percezione che esso suscita in un determinato contesto storico. I simboli non sono mai fissi, cambiano insieme alle società che li interpretano.
Ciò che colpisce non è tanto che un’arma possa ancora essere scelta come dono diplomatico, quanto il fatto che questa scelta generi stupore. Lo stupore diventa esso stesso un fenomeno sociale degno di essere studiato. Esso rivela la distanza crescente tra la nostra cultura e quella delle civiltà che ci hanno preceduto. Per secoli nessun ambasciatore avrebbe trovato insolito ricevere una spada, oggi molti troverebbero insolito ricevere perfino una riproduzione cerimoniale. Non perché il simbolo sia cambiato, ma perché siamo cambiati noi.
La modernità ha progressivamente desacralizzato gli oggetti del potere. Ciò che un tempo apparteneva alla sfera del rituale oggi viene ricondotto quasi esclusivamente alla sua funzione pratica. È una conseguenza del processo di razionalizzazione descritto da Max Weber, ma anche di quella che Byung-Chul Han definisce la progressiva scomparsa del simbolico nelle società contemporanee. Viviamo in una cultura che privilegia l’immediatezza, l’utilità e la trasparenza. I simboli, invece, richiedono lentezza, memoria e interpretazione.
Forse è proprio questa perdita del linguaggio simbolico a rendere così difficile comprendere gesti che, per secoli, hanno costituito la normalità della vita diplomatica. Eppure, se osserviamo la storia con sufficiente distanza, scopriamo che il dono delle armi appartiene a una tradizione sorprendentemente universale. Dall’Europa medievale alle corti persiane, dall’Impero Ottomano agli shōgun giapponesi, le armi non erano semplicemente strumenti di combattimento. Erano condensazioni materiali di valori immateriali: onore, prestigio, fiducia, lealtà, sovranità.
Ciò che è realmente cambiato non è la funzione sociale del dono, ma il suo linguaggio estetico. Una volta il prestigio passava attraverso la ricchezza dell’ornamento, oggi passa attraverso la perfezione della tecnologia. Una volta l’autorità si manifestava nell’oro inciso sulle impugnature, oggi si manifesta nella precisione meccanica, nell’affidabilità ingegneristica, nella qualità della produzione industriale. La differenza tra una sciabola ottomana e un revolver contemporaneo non è soltanto cronologica, è antropologica. La prima appartiene a una civiltà nella quale il potere aveva bisogno di mostrarsi magnifico, il secondo appartiene a una civiltà nella quale il potere preferisce mostrarsi efficiente.
L’eleganza ha lasciato il posto alla prestazione.
L’ornamento è stato sostituito dalla funzionalità.
L’artigiano ha ceduto il passo all’ingegnere.
Questa trasformazione non riguarda soltanto le armi, riguarda l’intera società contemporanea. Le nostre città sono diventate più funzionali ma meno monumentali. I nostri edifici più razionali ma meno solenni. I nostri oggetti più performanti ma meno narrativi. Persino il lessico politico si è impoverito di ritualità, privilegiando l’efficacia comunicativa rispetto alla profondità simbolica.
In questo senso, il revolver attribuito a Erdoğan diventa quasi una metafora della nostra epoca. Non tanto perché sia un’arma, ma perché rappresenta perfettamente il modo in cui la modernità ha trasformato il rapporto tra estetica e funzione. Non viviamo più nel tempo delle spade damascate, forgiate per stupire gli ambasciatori con la loro bellezza, viviamo nel tempo degli oggetti progettati per funzionare.
E forse è proprio qui che si nasconde il significato sociologico più interessante dell’intera vicenda.
Non abbiamo smesso di comunicare attraverso i simboli.
Abbiamo semplicemente cambiato i simboli con cui comunichiamo.
Il dono di un’arma continua a parlare il linguaggio della diplomazia, così come faceva cinquecento anni fa. È cambiata soltanto la forma materiale attraverso cui quel linguaggio viene pronunciato.
Per questa ragione, l’episodio non dovrebbe essere letto come una curiosità folkloristica né come una provocazione isolata. Esso rappresenta piuttosto un’occasione per riflettere su quanto profondamente la storia continui ad abitare il presente. Le società cambiano, le tecnologie evolvono, gli imperi scompaiono, ma i simboli sopravvivono, adattandosi alle esigenze di ogni epoca senza perdere completamente il loro significato originario.
La vera domanda, allora, non è se sia appropriato regalare un’arma. La domanda è un’altra.
Quanto della nostra capacità di comprendere i simboli del potere abbiamo perduto, nel momento stesso in cui abbiamo smesso di riconoscere la memoria che essi custodiscono?
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Bourdieu, P. (1986). The Forms of Capital. In J. G. Richardson (Ed.), Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education. Greenwood Press.
- Elias, N. (1980). La società di corte. Il Mulino.
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- Han, B.-C. (2019). La scomparsa dei riti. Una topologia del presente. Nottetempo.
- Mauss, M. (2002 [1925]). Saggio sul dono. Einaudi.
- Nye, J. S. (2004). Soft Power: The Means to Success in World Politics. PublicAffairs.
- Weber, M. (1995). Economia e società. Edizioni di Comunità.

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