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EUROPA TRA RIARMO BRITANNICO, NUOVE BARRIERE COMMERCIALI E CREDITO SELETTIVO, Cristina Di Silvio

La crescita europea non si forma più soltanto nel ciclo economico, ma nell’intreccio instabile tra sicurezza, politica industriale, frammentazione degli scambi e costo strutturale del capitale

Cristina Di Silvio

Abstract: La trasformazione strutturale dell’economia europea nel nuovo equilibrio tra sicurezza, commercio e finanza, con il progressivo superamento della globalizzazione lineare e l’emersione di una crescita sempre più dipendente da variabili geopolitiche, politiche industriali e condizioni selettive di accesso al credito. Il riarmo britannico, presentato non solo come risposta alla minaccia strategica ma anche come leva di innovazione, occupazione e ricomposizione produttiva, si colloca accanto al rafforzamento europeo delle barriere regolatorie e doganali nei confronti dei flussi commerciali a basso valore e alla persistenza di un costo del capitale che tende a penalizzare le imprese più esposte alla domanda privata rispetto a quelle inserite in filiere strategiche o sostenute da domanda pubblica. In questa prospettiva, la frammentazione non appare più come una deviazione temporanea dal paradigma dell’integrazione globale, ma come una condizione sistemica della crescita contemporanea, nella quale competitività, sicurezza economica e autonomia strategica diventano categorie sempre più interdipendenti.

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Dalla globalizzazione lineare alla frammentazione sistemica

L’economia europea è entrata in una fase nella quale le categorie tradizionali di ciclo, congiuntura e domanda globale non sono più sufficienti a spiegare la formazione della crescita. Per oltre tre decenni, l’integrazione dei mercati, l’espansione delle catene globali del valore, la riduzione dei costi di trasporto e la liberalizzazione commerciale hanno alimentato l’idea di una globalizzazione tendenzialmente lineare, nella quale l’apertura degli scambi, la specializzazione produttiva e la mobilità dei capitali sembravano costituire il presupposto quasi naturale dell’aumento della ricchezza.

Questa rappresentazione è oggi profondamente incrinata. Le tensioni geopolitiche, la competizione strategica tra grandi potenze, la crisi del multilateralismo commerciale, la regionalizzazione delle filiere, la sicurezza delle forniture, la politicizzazione dell’energia, la dipendenza tecnologica e il ritorno della difesa come settore industriale centrale stanno modificando la grammatica della crescita europea. Non si tratta più soltanto di capire quanto crescerà l’economia, ma dove, attraverso quali catene produttive, con quali vincoli strategici, sotto quali condizioni finanziarie e in rapporto a quali blocchi geopolitici.

Il Fondo Monetario Internazionale ha più volte richiamato i rischi derivanti dalla frammentazione geoeconomica, dalla volatilità delle politiche commerciali e dal ritorno di misure protezionistiche o selettive, mentre l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha evidenziato come la frammentazione degli scambi, alimentata dalle tensioni geopolitiche, possa ridurre opportunità economiche, risorse finanziarie e capacità di inclusione. Il punto decisivo è che l’economia internazionale non appare più governata soltanto dalla logica dell’efficienza, ma da una combinazione sempre più stretta di efficienza, sicurezza, controllo, resilienza e potere.

In questo quadro, la distinzione tra economia e geopolitica tende progressivamente a ridursi. Gli strumenti economici vengono utilizzati per finalità strategiche, mentre le scelte di sicurezza producono effetti industriali, occupazionali, finanziari e commerciali. La crescita europea si forma quindi dentro un campo meno neutrale, più selettivo e più politicamente orientato, nel quale la posizione di un Paese o di un’impresa non dipende soltanto dalla produttività, ma dalla capacità di collocarsi in filiere considerate strategiche.

Il riarmo britannico come politica industriale

Il nuovo ciclo britannico di investimenti nella difesa rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. La Strategic Defence Review 2025 del Regno Unito non si limita a ridefinire la postura militare del Paese, ma collega esplicitamente la sicurezza nazionale alla crescita economica, alla base industriale, all’innovazione tecnologica e alla capacità di generare occupazione qualificata. L’aumento della spesa per la difesa al 2,5% del PIL entro il 2027, con l’ambizione di raggiungere il 3% nella legislatura successiva quando le condizioni fiscali ed economiche lo consentiranno, segnala un mutamento di paradigma: la difesa non è più soltanto una voce di spesa pubblica, ma torna a essere presentata come infrastruttura strategica della competitività nazionale.

Questo processo non può essere interpretato esclusivamente come risposta all’aggressione russa all’Ucraina, al rafforzamento della NATO o all’instabilità del quadro internazionale. Esso va letto anche come una forma di politica industriale esplicita, perché indirizza domanda pubblica, ricerca, appalti, tecnologie dual use, investimenti infrastrutturali e competenze professionali verso un complesso produttivo che coinvolge aerospazio, cantieristica, elettronica, cybersecurity, intelligenza artificiale, sistemi autonomi, comunicazioni sicure, sensoristica, logistica e tecnologie avanzate.

La difesa, in tale prospettiva, assume una funzione anticiclica e selettiva. Anticiclica, perché la domanda pubblica può sostenere settori ad alta intensità tecnologica anche in presenza di debolezza della domanda privata; selettiva, perché non distribuisce risorse in modo uniforme sull’intero tessuto produttivo, ma privilegia filiere considerate essenziali per la sicurezza nazionale e per il posizionamento strategico del Paese. La politica industriale non si presenta più soltanto come sostegno alla produzione, ma come costruzione di capacità sovrane o semi-sovrane in settori nei quali la dipendenza esterna viene percepita come rischio.

Il caso britannico è particolarmente significativo anche per l’Europa continentale, perché mostra come il ritorno della difesa trasformi il rapporto tra Stato e mercato. Il mercato non viene cancellato, ma orientato; la concorrenza non scompare, ma viene incanalata dentro priorità strategiche; l’innovazione non nasce soltanto dalla domanda privata, ma anche dall’investimento pubblico in sistemi complessi. In questo senso, il riarmo non è soltanto una scelta militare, ma una tecnologia di riorganizzazione economica.

Nuove barriere commerciali e frammentazione dei flussi globali

Parallelamente, l’Unione Europea sta rafforzando strumenti regolatori, doganali e di controllo sugli scambi con economie terze, in particolare rispetto all’e-commerce e ai beni a basso valore unitario provenienti da piattaforme extra-UE. La rimozione della soglia di esenzione doganale di 150 euro per i piccoli pacchi, motivata dalla crescita dei flussi di importazione diretta verso i consumatori europei e dalla necessità di garantire sicurezza, conformità, sostenibilità e corrette condizioni concorrenziali, rappresenta un passaggio emblematico di questa nuova fase.

Anche in questo caso, la questione non è meramente doganale. Il pacco a basso valore che attraversa il confine europeo non è più soltanto un bene di consumo economico, ma il punto terminale di una filiera globale spesso opaca, nella quale si intrecciano piattaforme digitali, micro-transazioni, fiscalità, sicurezza dei prodotti, tutela del consumatore, concorrenza con il commercio europeo, sostenibilità ambientale, controlli doganali e capacità amministrativa degli Stati membri. Il diritto commerciale e doganale diventa così uno strumento di politica industriale indiretta.

La frammentazione degli scambi non si manifesta soltanto nella forma classica del dazio elevato o della guerra commerciale dichiarata. Essa opera anche attraverso controlli più intensi, requisiti regolatori, tracciabilità delle origini, verifiche di conformità, obblighi informativi, limiti settoriali, standard ambientali, misure antisovvenzione e strumenti di difesa commerciale. La barriera contemporanea non è sempre un muro tariffario visibile; spesso è una soglia regolatoria, una procedura, un costo amministrativo, una responsabilità di conformità o un requisito tecnico che modifica la convenienza economica degli scambi.

L’effetto macroeconomico di queste politiche non deve essere letto necessariamente come uno shock immediato e concentrato, ma come una pressione diffusa e micro-differenziata sui prezzi, sulle catene logistiche, sui margini degli operatori e sui comportamenti dei consumatori. I beni a basso costo, che per anni hanno alimentato una parte della domanda europea in un contesto di stagnazione salariale e compressione dei redditi disponibili, diventano terreno di conflitto tra accessibilità dei prezzi, tutela del mercato interno e sicurezza economica.

In questa prospettiva, l’Europa si trova davanti a un equilibrio difficile. Da un lato deve evitare di trasformarsi in un mercato di destinazione passivo per produzioni esterne a basso costo, scarsamente controllate o sostenute da modelli industriali non equivalenti; dall’altro deve impedire che la difesa del mercato interno si traduca in un aumento regressivo dei costi per i consumatori e in un ulteriore irrigidimento dei consumi. La politica commerciale diventa così una forma di governo della vulnerabilità.

Il ciclo del credito come variabile strutturale

Sul piano finanziario, l’Eurozona continua a operare in un ambiente nel quale la politica monetaria, pur avendo avviato una fase di normalizzazione rispetto ai picchi restrittivi precedenti, produce effetti differenziati tra Paesi, settori e categorie di imprese. I bollettini economici e le indagini sul credito bancario della BCE mostrano come le condizioni di finanziamento restino un canale essenziale di trasmissione della politica monetaria e come il rapporto tra domanda di prestiti, standard creditizi, percezione del rischio e accesso alla finanza continui a incidere sulla capacità delle imprese di investire.

Il costo del capitale tende così a perdere la propria natura puramente ciclica e ad assumere una configurazione più strutturale. Non si tratta soltanto di una fase nella quale i tassi sono più alti o più bassi, ma di un ambiente nel quale l’accesso al credito dipende sempre più dalla qualità del settore di appartenenza, dalla solidità patrimoniale dell’impresa, dalla sua integrazione in filiere strategiche, dalla presenza di domanda pubblica, dalla bancabilità dei progetti, dalla capacità di dimostrare resilienza rispetto a shock geopolitici, energetici e commerciali.

Le imprese più esposte alla domanda privata, ai consumi interni e alla concorrenza di prezzo risultano quindi più vulnerabili rispetto a quelle collocate in settori sostenuti da investimenti pubblici, sicurezza, transizione digitale, energia, infrastrutture, difesa o tecnologie considerate strategiche. In altri termini, il credito non è più soltanto un meccanismo di finanziamento della crescita, ma diventa uno strumento di selezione della crescita.

Questa trasformazione produce una geografia economica più diseguale. Le imprese che operano in comparti percepiti come strategici possono beneficiare di maggiore attenzione pubblica, contratti stabili, investimenti dedicati e migliori prospettive di finanziamento; quelle collocate nei settori maturi, frammentati o più esposti alla volatilità dei consumi possono invece trovarsi compresse tra costi finanziari ancora rilevanti, pressione concorrenziale esterna e margini ridotti. La restrizione del credito non agisce quindi in modo uniforme, ma amplifica la distinzione tra economie sostenute da priorità strategiche ed economie lasciate alla sola domanda privata.

La frammentazione come nuova normalità del sistema globale

L’interazione tra riarmo, nuove barriere commerciali e credito selettivo contribuisce alla formazione di un sistema economico nel quale la frammentazione non rappresenta più una deviazione temporanea, ma una condizione ordinaria. Il rischio geopolitico è ormai incorporato nei prezzi degli asset, nei costi di finanziamento, nelle scelte localizzative delle imprese, nelle decisioni di investimento, nei piani industriali e nella valutazione delle catene di fornitura.

Ciò significa che la globalizzazione non scompare, ma cambia forma. Non si ritorna semplicemente a economie nazionali chiuse, né a un protezionismo ottocentesco. Si entra piuttosto in una fase di globalizzazione segmentata, nella quale gli scambi continuano, ma sono filtrati da appartenenze strategiche, standard regolatori, rischi geopolitici, controlli tecnologici, misure di sicurezza economica e politiche industriali selettive. La catena globale del valore non è più soltanto una catena di efficienza, ma una catena di vulnerabilità.

In questo nuovo ordine, la crescita non si distribuisce automaticamente lungo i canali della liberalizzazione commerciale, ma si concentra dove esistono capacità tecnologiche, protezione strategica, accesso al capitale, domanda pubblica e integrazione in filiere considerate essenziali. La frammentazione produce quindi vincitori e perdenti non solo tra Stati, ma anche dentro gli Stati, tra settori, territori e imprese.

Per l’Europa, questa dinamica è particolarmente complessa, perché il continente ha costruito una parte significativa della propria prosperità sul commercio internazionale, sull’energia relativamente accessibile, sulla stabilità geopolitica garantita dall’ombrello statunitense e sulla possibilità di separare, almeno in parte, politica economica e politica di sicurezza. Il Rapporto Draghi sulla competitività europea ha posto con chiarezza il problema: molte delle condizioni esterne che avevano sostenuto la crescita europea dopo la fine della Guerra fredda si stanno indebolendo, mentre l’Europa deve affrontare contemporaneamente ritardi di innovazione, costi energetici elevati, dipendenze strategiche e necessità di investimenti massicci.

Implicazioni per l’Europa e per l’Italia

Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, lo scenario descritto comporta una ridefinizione profonda del rapporto tra politica economica e crescita potenziale. La crescita non può più essere immaginata come esito spontaneo della domanda globale o come ritorno automatico alla normalità dopo una fase di shock. Essa dipende sempre più dall’interazione tra politica industriale, sicurezza economica, accesso al capitale, capacità amministrativa, innovazione tecnologica e posizionamento geopolitico.

L’Italia si trova in una posizione ambivalente. Da un lato, dispone di comparti manifatturieri avanzati, filiere industriali integrate, competenze nell’aerospazio, nella meccanica, nella difesa, nella componentistica, nella cantieristica e in alcune tecnologie dual use; dall’altro, conserva un tessuto produttivo fortemente composto da piccole e medie imprese, spesso sottocapitalizzate, dipendenti dal credito bancario e vulnerabili a rialzi dei costi finanziari, rallentamento della domanda e frammentazione dei mercati.

La nuova geografia della crescita può quindi accentuare la distanza tra imprese capaci di collocarsi dentro filiere strategiche europee e imprese che restano esposte a competizione di prezzo, instabilità commerciale e credito selettivo. La politica economica nazionale ed europea non può limitarsi a stabilizzare il ciclo, ma deve costruire le condizioni affinché una quota più ampia del sistema produttivo possa accedere a innovazione, capitale, competenze, digitalizzazione e mercati regolati in modo sostenibile.

Il nodo è politico prima ancora che tecnico. Se la frammentazione è la nuova normalità, allora la competitività non coincide più soltanto con la riduzione dei costi, ma con la capacità di presidiare funzioni essenziali, ridurre dipendenze critiche, costruire autonomia strategica, proteggere il mercato interno senza soffocarlo, finanziare investimenti di lungo periodo e trasformare la domanda pubblica in leva di innovazione, non in rendita protetta.

Le prospettive dell’economia europea

L’economia europea si sta progressivamente spostando verso una configurazione nella quale le categorie tradizionali di ciclo e congiuntura perdono centralità interpretativa rispetto a dinamiche strutturali di sicurezza, credito, commercio e posizionamento geopolitico. La crescita non è più leggibile come processo lineare sostenuto dalla domanda globale, ma come esito instabile di un equilibrio tra vincoli finanziari, scelte di politica industriale, ridefinizione delle catene del valore e frammentazione degli assetti internazionali.

In questo quadro, il ritorno della difesa come leva macroeconomica, la crescente politicizzazione degli scambi internazionali e la trasformazione del costo del capitale in variabile strutturale non rappresentano fenomeni isolati, ma elementi interdipendenti di un nuovo ordine economico in formazione. L’Europa opera ormai in uno spazio meno integrato, più selettivo e più esposto alla competizione strategica, nel quale la distribuzione della crescita dipende dalla capacità di Stati, imprese e territori di posizionarsi dentro filiere ad alta rilevanza tecnologica e geopolitica.

Ne deriva un mutamento profondo della politica economica. Non basta più stabilizzare la congiuntura, sostenere temporaneamente la domanda o attendere il ritorno di una globalizzazione fluida. Occorre governare permanentemente l’incertezza, costruire competitività, difendere l’autonomia strategica senza cadere nell’autarchia, selezionare investimenti, proteggere le filiere essenziali e ridurre le diseguaglianze prodotte da una crescita sempre più segmentata.

La frammentazione non è più l’eccezione del sistema. È il suo nuovo linguaggio. E l’Europa, se vuole restare soggetto economico e non soltanto mercato di destinazione, deve imparare a parlarlo senza perdere la propria vocazione all’integrazione, alla coesione e alla regolazione democratica della crescita.


Bibliografia

Blackwill, R. D., & Harris, J. M. (2016). War by Other Means: Geoeconomics and Statecraft. Harvard University Press.

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