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LO STATO DELL’ECONOMIA MONDIALE E NAZIONALE NELLE CONSIDERAZIONI FINALI DEL GOVERNATORE, Francesco Mancini

Crescita globale più robusta del previsto, ma esposta a nuove fragilità energetiche, mentre l’Italia conferma capacità di tenuta ma resta frenata da produttività debole, dipendenza energetica e ritardi nell’innovazione

Francesco Mancini

Abstract: Le Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia sulla Relazione annuale 2025 restituiscono l’immagine di un’economia mondiale attraversata da una contraddizione profonda: da un lato, una crescita superiore alle attese, sostenuta dagli Stati Uniti, dalla Cina, dall’allentamento monetario e dalla spinta degli investimenti legati all’intelligenza artificiale; dall’altro, un quadro rapidamente deteriorato per effetto delle tensioni geopolitiche, del conflitto nel Golfo Persico, dell’aumento dei prezzi energetici, della fragilità dei mercati finanziari e della persistenza degli squilibri globali. Il commercio internazionale ha mostrato nel 2025 una dinamica robusta, ma sempre più condizionata da riorientamenti geografici, barriere tariffarie, concorrenza cinese e beni collegati alla transizione tecnologica. In questo contesto, l’Italia presenta una traiettoria ambivalente: dal 2019 ha dimostrato una significativa capacità di tenuta, sostenuta da investimenti, esportazioni, occupazione e miglioramento della posizione netta sull’estero, ma nel 2025 la crescita si è indebolita, fermandosi allo 0,5%, mentre restano centrali il nodo della produttività, la dipendenza energetica, la necessità di accelerare innovazione, formazione, adozione dell’intelligenza artificiale e qualità dell’azione pubblica. La lettura della Banca d’Italia mostra che la crescita futura non dipenderà soltanto dalla congiuntura, ma dalla capacità di trasformare crisi e transizioni in riforme strutturali, investimenti produttivi e maggiore resilienza sociale ed economica.

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ALTRI CONTRIBUTI SULLE RELAZIONI FINALI 2026 DEL GOVERNATORE

PRODUTTIVITÀ E DISUGUAGLIANZE CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLE RELAZIONI FINALI DEL GOVERNATORE


Una crescita globale più forte delle attese, ma meno solida di quanto appaia

Le Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, presentate a Palazzo Koch in occasione della Relazione annuale sul 2025, aprono con un dato apparentemente rassicurante: l’economia mondiale ha mostrato nell’anno precedente un vigore superiore alle attese, con una crescita del prodotto interno lordo pari al 3,4%, mezzo punto oltre le previsioni iniziali. Tale espansione si è realizzata nonostante il protrarsi dei conflitti in Ucraina e a Gaza, l’inasprimento delle politiche tariffarie statunitensi e il progressivo deterioramento dello scenario mediorientale, dimostrando una capacità di assorbimento degli shock che, tuttavia, non può essere confusa con una condizione di stabilità strutturale (Banca d’Italia, 2026a).

La crescita statunitense, superiore al 2%, è stata sostenuta anche dall’impulso derivante dall’intelligenza artificiale, poiché la costruzione di centri di calcolo ha alimentato gli investimenti, mentre il rialzo delle quotazioni azionarie delle società protagoniste della trasformazione tecnologica ha accresciuto la ricchezza finanziaria e sostenuto i consumi. La Cina, a sua volta, ha contribuito in misura rilevante all’espansione mondiale con una crescita del 5%, ma lo ha fatto dentro un modello fragile, nel quale la debolezza della domanda interna è stata compensata dalla riduzione dei prezzi sui mercati esteri e dalla diversificazione degli sbocchi commerciali, strategia efficace nell’immediato ma destinata ad alimentare pressioni deflazionistiche interne e nuove spinte protezionistiche (Banca d’Italia, 2026a).

Il quadro globale delineato dalla Banca d’Italia appare dunque caratterizzato da una duplice tensione: la crescita esiste, ma poggia su basi non pienamente equilibrate; l’innovazione tecnologica produce investimenti e ricchezza finanziaria, ma rischia di accentuare concentrazioni industriali e finanziarie; il commercio continua a espandersi, ma lo fa dentro una geografia sempre più frammentata, nella quale gli scambi non seguono più soltanto la logica dell’efficienza economica, ma anche quella della sicurezza, dell’autonomia strategica e della competizione geopolitica.

Il ritorno dello shock energetico e la fragilità della globalizzazione

La situazione internazionale descritta dal Governatore è stata radicalmente modificata dal conflitto nel Golfo Persico e dal blocco dello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita abitualmente una quota rilevante delle forniture mondiali di petrolio e gas liquefatto. Questo passaggio geopolitico ha provocato carenze di offerta, forti rincari delle materie prime energetiche e un deterioramento delle prospettive economiche, confermando come l’interdipendenza globale, quando non è accompagnata da adeguate strategie di resilienza, possa trasformarsi rapidamente in vulnerabilità sistemica (Banca d’Italia, 2026a).

Il prezzo del petrolio è aumentato in tutte le aree geografiche, riflettendo l’elevata integrazione delle catene produttive e distributive globali, mentre nel mercato del gas, più frammentato, l’impatto è risultato differenziato: Europa e Asia, più dipendenti dalle importazioni, hanno subito aumenti rilevanti, mentre negli Stati Uniti l’abbondanza della produzione interna e i vincoli infrastrutturali all’esportazione hanno attenuato la trasmissione delle tensioni internazionali ai prezzi domestici. La crisi energetica non colpisce quindi in modo omogeneo, ma accentua le differenze tra economie esportatrici, importatrici e sistemi produttivi con diversa capacità di assorbimento degli shock.

Particolarmente rilevante è l’estensione delle pressioni alle materie prime essenziali, tra cui i fertilizzanti, i cui rincari potranno manifestare effetti più intensi sui prezzi alimentari solo dopo il completamento dei cicli di semina e raccolta. La Banca d’Italia segnala, in questo senso, il rischio di un aggravamento dell’insicurezza alimentare, soprattutto nei Paesi a basso reddito, dove l’aumento dei prezzi dei beni essenziali può spingere decine di milioni di persone verso condizioni di povertà estrema. Il dato economico assume così immediatamente una dimensione sociale: l’inflazione energetica e alimentare non è soltanto variazione dei prezzi, ma redistribuzione regressiva del costo delle crisi sui soggetti e sui territori più vulnerabili.

Inflazione, tassi e rischio finanziario

L’aumento dei prezzi al consumo e delle aspettative di inflazione a breve termine ha riaperto la questione della risposta delle banche centrali, costrette a misurarsi con un equilibrio difficile tra controllo dell’inflazione e tutela della crescita. A pochi anni dallo shock inflazionistico successivo alla pandemia, l’attesa di una risposta tempestiva delle autorità monetarie ha accentuato il rialzo dei tassi di interesse su tutte le scadenze, irrigidendo le condizioni finanziarie proprio mentre famiglie e imprese subiscono l’erosione del reddito disponibile e la compressione dei margini (Banca d’Italia, 2026a).

Secondo le proiezioni richiamate dalla Banca d’Italia, anche nell’ipotesi di una rapida risoluzione del conflitto, il Fondo monetario internazionale prevede per il 2026 un rallentamento della crescita globale al 3,1% e un’inflazione al 4,4%, quasi un punto percentuale in più rispetto alle stime formulate l’anno precedente. Lo scenario diventerebbe sensibilmente peggiore qualora il conflitto dovesse prolungarsi, poiché i danni alle infrastrutture energetiche, i costi di trasporto e assicurazione e l’incertezza sulle forniture continuerebbero a pesare sulla pianificazione di famiglie e imprese, frenando consumi e investimenti (Banca d’Italia, 2026a).

La Banca d’Italia evidenzia inoltre un rischio di amplificazione finanziaria: allo scoppio del conflitto gli investitori si sono orientati verso attività considerate sicure, con apprezzamento del dollaro, incremento dei premi per il rischio e deflussi di capitale dai mercati emergenti. Il successivo recupero dei corsi azionari può essere letto come segnale di fiducia, ma anche come possibile sottostima degli effetti economici della crisi, soprattutto se confrontato con il deciso aumento dei tassi di interesse a lungo termine nei Paesi del G7. Il quadro finanziario resta dunque fragile, perché la combinazione tra debiti pubblici elevati, vulnerabilità dell’intermediazione non bancaria e shock geopolitici può trasformare eventi circoscritti in effetti a cascata.

Il commercio internazionale tra resilienza e frammentazione

Nel 2025 il commercio internazionale ha mostrato una dinamica più robusta del previsto, con una crescita del 5%, favorita dal riorientamento geografico degli scambi, che ha consentito di aggirare in parte le barriere commerciali, e dall’applicazione di dazi statunitensi inferiori a quelli inizialmente annunciati. Un elemento particolarmente significativo è il ruolo dei beni legati all’intelligenza artificiale, che hanno rappresentato circa la metà dell’incremento dei flussi globali di merci, confermando come la transizione tecnologica sia ormai entrata non soltanto nei processi produttivi, ma anche nella struttura materiale del commercio mondiale (Banca d’Italia, 2026a).

Le politiche protezionistiche, tuttavia, non hanno corretto gli squilibri che dichiaravano di voler affrontare. Il disavanzo statunitense nel commercio di beni è rimasto invariato in rapporto al PIL, mentre una quota significativa dell’onere dei dazi è ricaduta su consumatori e imprese americane. Parallelamente, la Cina ha rafforzato la propria presenza commerciale su scala globale, conseguendo avanzi molto ampi e confermando la capacità delle sue imprese di adattarsi rapidamente alle barriere commerciali attraverso riduzioni di prezzo, diversificazione dei mercati e sostegno pubblico alla manifattura (Banca d’Italia, 2026a).

Il commercio mondiale, tuttavia, rischia di indebolirsi. Secondo il Fondo monetario internazionale, il permanere di elevate barriere commerciali potrebbe ridurre la crescita degli scambi mondiali al di sotto del 3% nel 2026, mentre il conflitto nel Golfo Persico potrebbe accentuare ulteriormente il rallentamento. In questa prospettiva, il problema non è semplicemente la riduzione quantitativa degli scambi, ma la trasformazione qualitativa della globalizzazione: da spazio di integrazione economica a campo di competizione strategica, nel quale le catene del valore vengono riorganizzate secondo criteri di sicurezza, dipendenza tecnologica, accesso alle materie prime e controllo delle infrastrutture critiche.

Gli squilibri globali e il limite della frammentazione

La Relazione richiama una contraddizione di fondo: le preoccupazioni per la sicurezza economica e l’autonomia strategica spingono i governi a ridurre la dipendenza dall’estero e a proteggere i settori essenziali, ma se tali obiettivi vengono perseguiti attraverso una frammentazione indiscriminata dei mercati, il risultato può essere l’aumento dei costi, l’indebolimento delle catene produttive, la riduzione degli incentivi alla cooperazione e la compromissione del benessere dei cittadini. La globalizzazione precedente non può essere semplicemente ripristinata, ma neppure può essere sostituita da una chiusura disordinata (Banca d’Italia, 2026a).

Il sistema multilaterale costruito dopo la Seconda guerra mondiale, pur imperfetto e talvolta sbilanciato, ha favorito per otto decenni integrazione e crescita economica; la sua forza non consisteva nell’eliminare i contrasti tra Paesi, ma nel ricondurli entro regole condivise. Oggi tale sistema appare eroso da applicazioni asimmetriche delle regole, politiche industriali distorsive, squilibri macroeconomici persistenti e distribuzione diseguale dei benefici dell’integrazione. In un mondo profondamente interconnesso, la frammentazione non elimina gli squilibri, ma li sposta, li nasconde e li rende più costosi da correggere.

Il Governatore osserva che nel 2025 i saldi internazionali di conto corrente si sono ampliati, raggiungendo il livello massimo dalla crisi finanziaria globale. Gli Stati Uniti rappresentano una quota rilevante del disavanzo mondiale, mentre una parte significativa dell’avanzo è riconducibile alla Cina e, in misura più contenuta, all’Europa. Tali squilibri riflettono modelli economici differenti: negli Stati Uniti l’elevato deficit pubblico e il basso risparmio delle famiglie alimentano il disavanzo; in Cina l’avanzo riflette un modello di crescita che comprime i consumi e stimola le esportazioni; in Europa l’avanzo segnala la difficoltà cronica di trasformare il risparmio in investimenti innovativi (Banca d’Italia, 2026a).

L’economia italiana: una tenuta significativa, ma uno slancio attenuato

Nel quadro internazionale appena descritto, l’Italia presenta una traiettoria complessa. Dal 2019 l’economia italiana ha mostrato una significativa capacità di tenuta: nonostante la pandemia e lo shock energetico del 2022, il prodotto interno lordo è cresciuto di oltre il 6%, con un risultato in linea con la media dell’area dell’euro in termini aggregati e superiore su base pro capite. L’espansione è stata trainata dagli investimenti, sostenuta dalle esportazioni e accompagnata da un rilevante aumento dell’occupazione; anche la posizione netta sull’estero è migliorata, passando da una condizione ampiamente debitoria a una posizione creditoria pari al 15% del PIL (Banca d’Italia, 2026a).

A questi risultati ha contribuito la gestione prudente delle finanze pubbliche, che ha rafforzato la fiducia degli investitori ed evitato che gli shock internazionali si trasformassero in crisi domestiche di ampia portata. Tuttavia, la Relazione sottolinea come più di recente lo slancio si sia attenuato: il deterioramento del quadro geopolitico, l’inasprimento delle politiche commerciali statunitensi e le difficoltà dell’economia tedesca, principale mercato di sbocco delle esportazioni italiane, hanno pesato sull’attività economica, mentre la domanda interna è stata frenata dalla modesta dinamica del reddito disponibile e dalla perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni.

Nel 2025 il PIL italiano è aumentato dello 0,5%, meno della media dell’area dell’euro, e il conflitto nel Golfo Persico ha indebolito prospettive già fragili. Secondo le proiezioni richiamate dalla Banca d’Italia, l’attività economica potrebbe rimanere debole nei prossimi mesi e, negli scenari più sfavorevoli, ristagnare o contrarsi. La capacità di tenuta dimostrata negli anni precedenti non deve dunque essere confusa con una garanzia di crescita futura: l’Italia ha resistito meglio di quanto molti prevedessero, ma resta esposta a vincoli strutturali che richiedono interventi profondi.

Produttività, competitività e demografia

Il nodo centrale dell’economia italiana resta la produttività. La Banca d’Italia osserva che, senza un deciso aumento della produttività, il Paese rischia di restare ancorato a tassi di crescita strutturalmente modesti. Dall’inizio del secolo, il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto in Italia di appena il 6%, contro incrementi compresi tra il 13% e il 34% negli altri grandi Paesi dell’area dell’euro. Questo divario non è un dato tecnico, ma la misura di una fragilità economica e sociale: bassa produttività significa salari più deboli, minore capacità di investimento, minore competitività e spazi più ridotti per sostenere welfare, innovazione e transizione ecologica (Banca d’Italia, 2026a).

La demografia rende questa sfida non rinviabile. Con una popolazione in età da lavoro in forte diminuzione, l’Italia non potrà contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo; dovrà quindi produrre di più e meglio con una forza lavoro potenzialmente più ridotta, accrescendo capitale umano, innovazione, qualità organizzativa e intensità tecnologica dei processi produttivi. La produttività diventa così non soltanto un obiettivo economico, ma una condizione di sostenibilità sociale del Paese.

Il nodo della competitività rischia inoltre di tornare centrale. La presenza degli esportatori italiani resta limitata nei mercati asiatici, destinati a essere i principali motori della domanda globale, mentre la concorrenza cinese accresce la pressione anche nei comparti manifatturieri tecnologicamente avanzati. L’Italia conserva punti di forza rilevanti nella meccanica, nella farmaceutica e nelle produzioni di qualità, ma tali punti di forza potranno essere valorizzati solo attraverso investimenti, innovazione, formazione e capacità di inserirsi nelle catene del valore più dinamiche.

Investimenti, PNRR e qualità dell’azione pubblica

La ripresa degli investimenti rappresenta una delle principali discontinuità positive degli ultimi anni. L’aumento ha riguardato non soltanto le costruzioni, ma anche macchinari e beni intangibili, cioè componenti essenziali per le prospettive di crescita. Il contributo pubblico è stato rilevante: tra il 2021 e il 2025 gli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza hanno superato i 100 miliardi di euro, contribuendo per il 30% all’accumulazione complessiva (Banca d’Italia, 2026a).

Le revisioni successive del Piano hanno adattato gli obiettivi alla complessità della sua attuazione, ridimensionando o sostituendo alcune opere e ricalibrando alcuni obiettivi di riforma. Tali aggiustamenti possono essere considerati in parte fisiologici per un programma di questa portata, ma il punto decisivo resta la capacità di trasformare la spesa in capitale produttivo duraturo. Il PNRR non può essere valutato soltanto per il volume delle risorse assorbite, ma per la qualità degli investimenti realizzati, per l’efficacia delle riforme e per la capacità di incidere sui vincoli strutturali della crescita italiana.

In questa prospettiva, la qualità dell’azione pubblica diventa una variabile economica decisiva. Una pubblica amministrazione capace di progettare, attuare, monitorare e valutare gli investimenti può moltiplicare gli effetti delle risorse europee; al contrario, una spesa inefficiente rischia di lasciare in eredità soltanto debito e opere prive di reale capacità trasformativa. La crescita italiana dipende quindi anche dalla qualità istituzionale: tempi amministrativi, competenze tecniche, coordinamento tra livelli di governo, semplificazione procedurale e capacità di orientare la domanda pubblica verso innovazione e produttività.

Intelligenza artificiale e questione dell’adozione

La Relazione attribuisce all’intelligenza artificiale un ruolo strategico, come si è già approfondito in precedenza, non come semplice fenomeno tecnologico, ma come possibile leva per rilanciare la produttività dell’economia italiana. Il potenziale dell’IA, tuttavia, non si realizzerà automaticamente: dipenderà dal grado di diffusione tra le imprese, a partire da quelle piccole e medie, e dalla capacità di integrarla nei processi produttivi. In Italia, secondo i dati richiamati dalla Banca d’Italia, nel 2025 il 16% delle imprese con dieci o più addetti utilizzava almeno uno strumento di intelligenza artificiale, contro il 20% della media europea e il 26% della Germania (Banca d’Italia, 2026a).

Il dato mostra che l’Italia non è estranea alla transizione tecnologica, ma vi partecipa ancora con un ritardo rilevante. Tale ritardo è particolarmente delicato perché il sistema produttivo italiano è composto in larga misura da piccole e medie imprese, spesso altamente specializzate ma non sempre dotate di capitale organizzativo, competenze digitali e infrastrutture dati sufficienti per adottare l’IA in modo trasformativo. Il rischio è che la tecnologia rafforzi le imprese già più strutturate e lasci indietro quelle che avrebbero maggiore bisogno di innovazione per recuperare produttività.

La Banca d’Italia indica alcune condizioni essenziali: sostenere la nascita e la crescita di aziende innovative, rafforzare venture capital e private equity, utilizzare lo Stato come committente primario dell’innovazione in settori quali sanità, energia, sicurezza e mobilità, diffondere l’IA nelle amministrazioni pubbliche per accrescere efficienza e qualità dei servizi, facilitare l’accesso alle infrastrutture di calcolo, promuovere la condivisione sicura dei dati lungo le filiere e costruire una cornice regolamentare chiara, capace di tutelare imprese e cittadini senza soffocare la sperimentazione (Banca d’Italia, 2026a).

Capitale umano, formazione e disuguaglianze

La transizione tecnologica pone al centro la questione delle competenze. La Banca d’Italia sottolinea che senza risorse umane qualificate anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati e che l’innovazione non riduce automaticamente le disuguaglianze; al contrario, in assenza di competenze diffuse può ampliarle, premiando chi è in grado di utilizzarla e lasciando indietro chi ne resta escluso (Banca d’Italia, 2026a).

In Italia questi rischi sono accresciuti da debolezze strutturali nella formazione e nella valorizzazione delle risorse umane. La quota dei trentenni laureati è più che raddoppiata dall’inizio del secolo, ma resta inferiore a quella delle altre principali economie europee; tra i giovani non laureati, uno su cinque non studia e non lavora; il rendimento dell’istruzione terziaria resta contenuto, mentre una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze. Tra il 2020 e il 2024, secondo la Banca d’Italia, oltre 100.000 giovani laureati hanno lasciato il Paese (Banca d’Italia, 2026a).

Il capitale umano non è quindi un capitolo accessorio della politica economica, ma il fondamento stesso della capacità innovativa. Le competenze rilevanti per governare l’intelligenza artificiale non sono soltanto tecnico-scientifiche, ma comprendono capacità di supervisione, giudizio critico, interpretazione dei risultati e integrazione tra saperi tecnologici e umanistici. La formazione lungo l’arco della vita diventa essenziale per adeguare le competenze dei lavoratori più esposti allo shock tecnologico e per evitare che la transizione digitale si trasformi in una nuova frattura sociale.

Energia e vulnerabilità italiana

Il conflitto nel Golfo Persico ha reso nuovamente evidente la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di energia. Per un’economia particolarmente esposta, i rincari energetici comportano un trasferimento di risorse all’estero, riducono il reddito disponibile delle famiglie, indeboliscono la competitività delle imprese e frenano la crescita. La Relazione mostra che nel 2025 i costi unitari dell’elettricità in Italia erano superiori alla media dell’Unione europea per famiglie, imprese con consumi intermedi e imprese ad alto consumo (Banca d’Italia, 2026a).

La dipendenza energetica italiana va quindi ridotta attraverso tre direttrici: efficienza energetica, sviluppo delle fonti rinnovabili e potenziamento delle reti. Tra il 2019 e il 2024 l’energia impiegata per unità di prodotto interno lordo è diminuita del 15%, in linea con il calo medio europeo; la quota dei consumi elettrici coperta da fonti rinnovabili è salita dal 35% al 41% nel 2025, ma nell’Unione europea l’aumento è stato più ampio. Le reti di trasporto e accumulo devono essere rafforzate per sfruttare pienamente la produzione da fonti rinnovabili, mentre le nuove tecnologie nucleari meritano, secondo la Banca d’Italia, un’attenta valutazione (Banca d’Italia, 2026a).

Le misure temporanee di sostegno a famiglie e imprese possono essere necessarie nelle fasi critiche, ma non sostituiscono gli interventi strutturali. Solo accelerando la transizione energetica l’Italia potrà ridurre stabilmente la dipendenza dall’estero ed evitare che nuovi shock tornino a colpire redditi, competitività e crescita. Anche in questo caso, la questione economica assume una dimensione sociale: energia cara significa famiglie più vulnerabili, imprese meno competitive, salari reali più deboli e minori margini per investire.

Banche, credito e stabilità finanziaria

Nel quadro delineato dal Governatore, le banche italiane affrontano la fase congiunturale da una posizione di solidità. La redditività e il grado di capitalizzazione sono elevati e il rapporto tra valore di mercato e valore contabile è tra i più alti in Europa. Tuttavia, i progressi non sono uniformi: le banche maggiori registrano risultati molto positivi, mentre resta essenziale preservare la concorrenza, soprattutto nei mercati locali, dove famiglie e piccole imprese spesso dispongono di un numero limitato di interlocutori finanziari (Banca d’Italia, 2026a).

La ripresa degli impieghi alle imprese, favorita dalla riduzione del costo del credito, si è concentrata sulle aziende di migliore qualità, grandi e piccole. Questo dato è importante perché segnala un miglioramento delle condizioni finanziarie, ma anche il rischio che le imprese più fragili restino escluse dalla ripresa del credito. In un’economia che deve investire in innovazione, energia, capitale umano e tecnologia, il sistema finanziario ha il compito di allocare risorse verso progetti produttivi, sostenibili e capaci di generare crescita.

Le aggregazioni bancarie, nazionali e transfrontaliere, possono contribuire a rafforzare il mercato bancario europeo e rendere gli intermediari più solidi ed efficienti, ma il loro valore dipenderà dalla capacità di sostenere l’economia reale, offrire servizi migliori a costi contenuti e non indebolire la concorrenza. La stabilità finanziaria non è dunque un fine separato dalla crescita, ma una condizione per finanziare investimenti, innovazione e resilienza.

Una conclusione aperta: la crescita come scelta politica e istituzionale

Le Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia restituiscono un quadro nel quale l’economia mondiale e quella italiana sono attraversate da una stessa tensione: la crescita esiste, ma non è garantita; la tecnologia apre opportunità, ma può ampliare disuguaglianze; l’interdipendenza resta necessaria, ma deve essere governata; la resilienza italiana è reale, ma non sufficiente a compensare debolezze strutturali di lungo periodo.

Per l’economia mondiale, il problema centrale è evitare che la ricerca di sicurezza economica degeneri in frammentazione permanente, perché un sistema globale più chiuso, più costoso e meno cooperativo rischia di ridurre il benessere collettivo senza eliminare gli squilibri che pretende di correggere. Per l’Italia, la sfida consiste nel trasformare la capacità di tenuta dimostrata negli ultimi anni in crescita strutturale, affrontando il nodo della produttività, rafforzando capitale umano e innovazione, accelerando la transizione energetica e migliorando la qualità dell’azione pubblica.

Il messaggio che emerge da Palazzo Koch è netto: non basta resistere agli shock, occorre trasformarli in occasione di riorientamento. La crescita futura non dipenderà dalla sola congiuntura internazionale, ma dalla capacità delle istituzioni, delle imprese e della società di costruire un’economia più produttiva, più innovativa, più autonoma sul piano energetico e più capace di includere le persone nella transizione tecnologica. In questa prospettiva, l’economia non è soltanto calcolo di grandezze aggregate, ma progetto civile: il modo in cui una comunità decide di usare risorse, conoscenza, lavoro e istituzioni per rendere il futuro meno fragile.


NOTE

Banca d’Italia. (2026a). Considerazioni finali del Governatore sul 2025. Relazione annuale anno 2025 – centotrentaduesimo esercizio. Roma: Banca d’Italia.

Banca d’Italia. (2026b). Relazione annuale sul 2025. Roma: Banca d’Italia.

Banca d’Italia. (2026c). Relazione annuale sul 2025 in sintesi. Roma: Banca d’Italia.

Banca d’Italia. (2026d). Rapporto annuale sugli investimenti sostenibili e sui rischi climatici sul 2025. Roma: Banca d’Italia.

Eurostat. (2026). Statistics on energy prices, digitalisation and enterprise use of artificial intelligence. Luxembourg: Eurostat.

International Monetary Fund. (2026). World Economic Outlook. Global Economy in the Shadow of War. Washington, DC: International Monetary Fund.

Panetta, F. (2026). Considerazioni finali del Governatore sul 2025. Roma: Palazzo Koch, Banca d’Italia.


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