ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
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IL GIORNO DEL RICORDO TROPPO A LUNGO DIMENTICATO, Francesco Mancini

L’esodo giuliano-dalmata tra storia, politica e memoria negata

Francesco Mancini

Abstract: Il Giorno del Ricordo, istituito in Italia con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, è dedicato alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, una delle più rilevanti migrazioni forzate del Novecento europeo. Il presente contributo analizza il contesto storico e politico che condusse allo sradicamento di centinaia di migliaia di italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, soffermandosi sui processi di rimozione, denigrazione e strumentalizzazione che hanno a lungo accompagnato questa vicenda. L’esodo emerge non solo come tragedia storica, ma come banco di prova della capacità democratica di una comunità di riconoscere le proprie ferite senza piegarle a narrazioni ideologiche.

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IL SIGNIFICATO DEL GIORNO DEL RICORDO

Il 10 febbraio, data della firma del Trattato di pace di Parigi del 1947, segna simbolicamente la perdita, per l’Italia, di ampie porzioni del confine orientale e l’avvio definitivo di un processo di dislocazione forzata che coinvolse le popolazioni italiane di Istria, Fiume e Dalmazia. Il Giorno del Ricordo, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, nasce per colmare una lacuna profonda nella memoria pubblica nazionale, riconoscendo ufficialmente una tragedia che per decenni è rimasta ai margini del discorso storico e politico.[1] Non si tratta di una commemorazione identitaria, ma di un atto di responsabilità civile, volto a restituire dignità a una storia rimossa, minimizzata o ridotta a episodio secondario.

LE RADICI STORICHE DELL’ESODO

L’esodo giuliano-dalmata non fu un evento improvviso, ma il risultato di un processo lungo e stratificato, radicato nella complessità del confine adriatico orientale, area segnata da pluralità linguistiche, culturali e nazionali. Dopo la Prima guerra mondiale, l’annessione all’Italia di territori multietnici generò tensioni e politiche di assimilazione forzata che alimentarono conflitti irrisolti. La Seconda guerra mondiale, l’occupazione italiana della Jugoslavia e la successiva avanzata delle forze partigiane jugoslave guidate da Tito crearono le condizioni per una radicale ridefinizione politica ed etnica dell’area.[2]

In questo contesto maturarono sia le violenze delle foibe sia la decisione, per circa 250.000–300.000 persone, di abbandonare le proprie terre per timore di persecuzioni, discriminazioni, repressioni o perdita sistematica dei diritti civili.[3]

FOIBE, VIOLENZA POLITICA E NUMERI DELLA TRAGEDIA

Le foibe rappresentano una delle espressioni più estreme della violenza politica del periodo 1943–1945 e dell’immediato dopoguerra. Le vittime furono militari e civili, funzionari del regime fascista ma anche semplici cittadini, colpiti non tanto per azioni individuali quanto per appartenenza reale o presunta a una comunità nazionale, sociale o politica.

Le stime storicamente accreditate parlano di alcune migliaia di vittime, con un numero che oscilla tra 4.000 e 10.000, includendo esecuzioni, deportazioni e morti nei campi di prigionia jugoslavi.[4] La variabilità delle cifre non autorizza né la negazione né la banalizzazione: essa riflette la difficoltà documentaria e il caos di una fase storica segnata da vendette, epurazioni e violenza sistemica.

IL CONTESTO POLITICO DEL DOPOGUERRA E LA LOGICA DELLA PULIZIA ETNICO-POLITICA

Nel secondo dopoguerra, la nascita della Jugoslavia socialista e la ridefinizione dei confini sancita dai trattati internazionali imposero un nuovo ordine politico e ideologico. In molte aree, la pressione esercitata sulle popolazioni italiane assunse i caratteri di una pulizia etnico-politica, finalizzata a modificare stabilmente la composizione demografica e a eliminare potenziali elementi di dissenso.[5]

La scelta per molti fu obbligata: restare accettando una progressiva marginalizzazione o partire, rinunciando a beni, case, lavoro e radici. L’esodo non fu soltanto una migrazione, ma uno sradicamento identitario, che colpì comunità intere e si protrasse per oltre un decennio.

ACCOGLIENZA, CAMPI PROFUGHI E COLPEVOLIZZAZIONE IN ITALIA

L’arrivo degli esuli in Italia non coincise con un’immediata integrazione. Al contrario, molti furono accolti in campi profughi, spesso in condizioni precarie, e dovettero affrontare diffidenza, isolamento e marginalità sociale.[6]

In un Paese segnato dalla ricostruzione e da profonde divisioni ideologiche, gli esuli furono talvolta colpevolizzati, descritti come “fascisti in fuga” o come soggetti politicamente sospetti. La loro esperienza venne spesso letta non come conseguenza di una violenza subita, ma come scelta opportunistica, producendo una seconda vittimizzazione: quella dell’invisibilità e della delegittimazione.

RIMOZIONE, DENIGRAZIONE E SILENZIO ISTITUZIONALE

Per decenni, l’esodo giuliano-dalmata fu oggetto di una rimozione sistematica. Le ragioni furono molteplici: la Guerra fredda, il ruolo strategico della Jugoslavia, l’imbarazzo nel confrontarsi con una vicenda che incrinava narrazioni politiche consolidate.

In alcuni contesti culturali e accademici, la memoria degli esuli fu denigrata o minimizzata, accusata di essere strumentale o revisionista.[7] Questo silenzio non fu neutro: esso produsse un ritardo nel riconoscimento pubblico e contribuì a una frattura profonda nella memoria nazionale.

INQUADRAMENTO GIURIDICO INTERNAZIONALE

Il termine pulizia etnica non costituisce una categoria giuridica autonoma, ma descrive pratiche riconducibili a crimini contro l’umanità, crimini di guerra e, in alcuni casi, genocidio. In una prospettiva comparata, la storiografia europea ha evidenziato come le politiche di espulsione e di ingegneria demografica abbiano attraversato l’intero Novecento, configurandosi come strumenti ricorrenti di costruzione forzata degli Stati e dei confini nazionali, in particolare nell’area balcanica e centro-orientale.[8]

La deportazione o il trasferimento forzato di popolazioni civili rientrano tra i crimini contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale.[9] Sebbene gli eventi dell’esodo si collochino in una fase storica precedente alla piena codificazione del diritto internazionale dei diritti umani, essi possono essere letti oggi alla luce dei principi consolidati di tutela della dignità umana e di non discriminazione.

DIRITTO ALLA VERITÀ E RICONOSCIMENTO DELLE VITTIME

Nel diritto internazionale contemporaneo si è affermato il diritto alla verità, inteso come diritto delle vittime e della collettività a conoscere le circostanze e le responsabilità delle violazioni subite.[10]

Il riconoscimento pubblico delle vittime dell’esodo giuliano-dalmata costituisce una forma di riparazione simbolica e di attuazione di tale diritto. La memoria, in questa prospettiva, non è una concessione politica, ma un dovere giuridico e morale.

MEMORIA, FOIBE E USO POLITICO DEL PASSATO

Il Giorno del Ricordo riunisce due dimensioni distinte ma connesse: le foibe e l’esodo. Il rischio di una memoria semplificata o ideologicamente contrapposta rimane elevato.

La competizione tra memorie — tra vittime italiane e vittime slave, tra crimini fascisti e violenze del dopoguerra — impoverisce la comprensione storica. Una memoria matura riconosce le responsabilità del fascismo nei Balcani, ma rifiuta ogni logica di compensazione morale che giustifichi nuove violenze o l’oblio del dolore degli esuli. La storia non è un tribunale ideologico, ma uno spazio di responsabilità condivisa.

IL VALORE CIVILE E DEMOCRATICO DEL RICORDO

La funzione della memoria non è solo retrospettiva. Il riconoscimento delle pratiche di pulizia etnico-politica e delle migrazioni forzate del passato svolge una funzione preventiva, rafforzando gli anticorpi democratici contro nuove forme di esclusione. La memoria giuridicamente rilevante non impone una verità di Stato, ma stabilisce un limite invalicabile: quello del rispetto della dignità umana e del rifiuto della violenza come strumento di ingegneria demografica.

Ricordare l’esodo giuliano-dalmata significa riconoscere il diritto alla memoria di chi è stato costretto a lasciare la propria terra, la propria lingua e la propria identità culturale. Significa anche interrogarsi sui meccanismi che rendono possibili le migrazioni forzate: la violenza politica, l’esclusione etnica, l’uso del potere per ridefinire arbitrariamente appartenenze e diritti. In questo senso, il Giorno del Ricordo non riguarda solo il passato, ma parla direttamente al presente.

EDUCARE ALLA COMPLESSITÀ

La trasmissione della memoria dell’esodo giuliano-dalmata alle nuove generazioni richiede un lavoro educativo fondato sulla complessità storica, intesa non come accumulo di dati, ma come capacità di tenere insieme contraddizioni, livelli diversi di responsabilità e pluralità di punti di vista. Come ha sottolineato Edgar Morin[11], la conoscenza che separa, semplifica e riduce produce cecità, mentre solo un pensiero capace di connettere consente di comprendere realmente i fenomeni storici e sociali. In questa prospettiva, non servono narrazioni consolatorie né semplificazioni nazionalistiche, ma strumenti critici che restituiscano l’intreccio tra contesto politico, scelte individuali, dinamiche collettive e conseguenze non intenzionali. Educare al Ricordo significa dunque insegnare a pensare la storia come sistema complesso, riconoscendo le zone d’ombra senza negarle né trasformarle in armi ideologiche, e assumendo la memoria non come dispositivo identitario, ma come spazio di responsabilità cognitiva ed etica.

CONCLUSIONI

Il Giorno del Ricordo rappresenta un passaggio fondamentale nella costruzione di una memoria pubblica più inclusiva e responsabile. L’esodo giuliano-dalmata e le foibe non sono pagine marginali della storia italiana, ma ferite profonde che hanno inciso sulle vite di centinaia di migliaia di persone. Ricordarle significa restituire dignità a una storia a lungo negata e riaffermare il principio secondo cui nessuna comunità può essere cancellata senza conseguenze. In un tempo che tende a ridurre la storia a strumento di conflitto, il Ricordo resta un atto di responsabilità democratica.


NOTE

[1] Legge 30 marzo 2004, n. 92, Istituzione del Giorno del Ricordo.

[2] Raoul Pupo, Foibe (Roma-Bari: Laterza, 2003).

[3] Guido Crainz, Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa (Roma: Donzelli, 2005).

[4] Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria (Milano: Mondadori, 2002).

[5] Pamela Ballinger, History in Exile: Memory and Identity at the Borders of the Balkans (Princeton: Princeton University Press, 2003).

[6] Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale (Bologna: Il Mulino, 2007).

[7] Eric Gobetti, E allora le foibe? (Roma-Bari: Laterza, 2020).

[8] Sulla comparazione tra migrazioni forzate, pulizia etnica e costruzione della memoria nei Balcani del Novecento, si veda Mark Mazower, Dark Continent: Europe’s Twentieth Century (London: Penguin Books, 1998), capp. 4–6.

[9] International Criminal Court, Rome Statute of the International Criminal Court, art. 7 (1998).

[10] United Nations Human Rights Council, Report of the Special Rapporteur on the Promotion of Truth, Justice, Reparation and Guarantees of Non-Recurrence (A/HRC/21/46, 2012).

[11] Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, trad. it. di Andrea Serra (Milano: Raffaello Cortina Editore, 2000).


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