ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

L’accesso universale agli strumenti di intelligenza artificiale non coincide con una reale democratizzazione della conoscenza

Oreste Patrone

Abstract: L’articolo analizza criticamente la narrazione dell’intelligenza artificiale come tecnologia intrinsecamente democratica, evidenziando la distanza tra la mera disponibilità dello strumento e la sua effettiva capacità di produrre emancipazione, competenza e opportunità reali. Muovendo dalla retorica pubblica che presenta l’IA generativa come accessibile, intuitiva e idonea a trasformare chiunque in un soggetto professionalmente competitivo, il contributo mostra come tale rappresentazione trascuri la persistenza di disuguaglianze culturali, cognitive e istituzionali. L’interfaccia dialogica dei sistemi di IA, pur apparendo semplice e rassicurante, richiede infatti capacità di interrogazione, verifica, contestualizzazione e giudizio critico, senza le quali l’utente rischia di confondere la plausibilità formale dell’output con la sua affidabilità sostanziale. I recenti casi giudiziari italiani di Rovigo e Siracusa dimostrano, in ambito forense, come l’uso non verificato dell’intelligenza artificiale possa produrre errori gravi, citazioni inesistenti e responsabilità professionali, confermando che la competenza non può essere surrogata dalla fluidità linguistica della macchina. L’articolo affronta inoltre il tema della pubblica amministrazione, nella quale l’impiego dell’IA incontra limiti specifici connessi alla protezione dei dati, alla riservatezza documentale, alla responsabilità amministrativa e alla conformità normativa. Ne deriva che l’IA potrà diventare uno strumento realmente democratico solo se accompagnata da formazione critica, infrastrutture pubbliche adeguate, regole chiare e una governance capace di trasformare l’accesso tecnologico in consapevolezza effettiva, evitando che la promessa di democratizzazione si traduca in una nuova forma di dipendenza cognitiva e disuguaglianza sociale.

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Oreste Patrone (1976), ingegnere e dipendente pubblico, opera da molti anni nel settore dell’ambiente e della gestione dei rifiuti dove ha maturato una solida esperienza tra attività di consulenza e incarichi istituzionali. Attualmente si occupa di autorizzazioni integrate ambientali, impianti di trattamento dei rifiuti e procedimenti unici, ed è componente della sezione regionale del Friuli Venezia Giulia dell’Albo nazionale Gestori ambientali.


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È probabile che l’intelligenza artificiale rimanga a lungo l’argomento del momento. Non tanto perché sia una moda, ma perché è una tecnologia ormai strutturale, capace di entrare in ambiti molto diversi dell’esperienza umana: dal lavoro alla scrittura, dalla ricerca alla formazione, fino agli aspetti più ordinari dell’organizzazione quotidiana.

Eppure, più che sull’intelligenza artificiale in sé, vorrei soffermarmi sulla narrazione che la accompagna. C’è un’idea, in particolare, che risuona con forza nel discorso pubblico: quella dell’intelligenza artificiale intesa come tecnologia democratica, alla portata di tutti, in grado di offrire a chiunque straordinarie opportunità di riscatto economico. È una retorica alimentata anche dalle parole del CEO di Nvidia, Jensen Huang, secondo cui l’IA “creerà più miliardari nei prossimi cinque anni di quanti ne abbia creati Internet in venti”.

Questa suggestione imperversa sui social media, rilanciata dalle voci di oratori artificiali e da venditori di una competenza che prescinde dal talento e dall’esperienza, promettendo di elevare chiunque al rango di specialista e risorsa insostituibile. In pochissimo tempo e senza sforzo, ça va sans dire.

Partiamo da ciò che è vero, perché sarebbe disonesto negarlo. L’intelligenza artificiale semplifica alcune operazioni concrete e quotidiane, come risolvere un problema tecnico caricando uno screenshot, farsi aiutare a scrivere un’e-mail, tradurre un testo, riordinare appunti, riassumere o capire il senso generale di un documento. Sono semplificazioni reali, ma c’è una distanza enorme tra dire che una tecnologia semplifica alcune operazioni e dire che produce automaticamente emancipazione e opportunità di affermazione economica.

Questo secondo passaggio non è scontato. L’intelligenza artificiale, a dispetto della sua interfaccia dialogica e apparentemente amichevole, non funziona come un interlocutore umano. Ha una propria architettura, una propria coerenza interna, un proprio modo di elaborare gli input e generare gli output. Per ottenere risposte coerenti con il quesito non basta parlarle: bisogna imparare a interrogarla. E interrogarla bene — con richieste precise, contestualizzate, iterate — è una competenza che si acquisisce con il tempo e con strumenti culturali che non tutti possiedono nella stessa misura. L’interfaccia semplice e rassicurante può mascherare questa complessità e spesso lo fa con grande efficacia.

Internet, agli albori, fu raccontato come uno spazio libero, orizzontale, democratico: la grande piazza in cui tutti avrebbero potuto esprimersi, informarsi e partecipare. In parte era vero, ma quella libertà, consegnata senza adeguati strumenti critici, ha prodotto anche effetti devastanti: disinformazione sistematica, polarizzazione, erosione dell’autorevolezza delle fonti, confusione strutturale tra opinione e conoscenza.

Gli studi sulla disuguaglianza digitale hanno mostrato con chiarezza che esistono almeno tre livelli distinti: l’accesso materiale a una tecnologia, la competenza per usarla efficacemente e la capacità di ricavarne un beneficio reale. Con Internet ci siamo fermati troppo spesso al primo livello, convinti che bastasse. Con l’intelligenza artificiale rischiamo di ripetere lo stesso errore, su scala più raffinata e con conseguenze più difficili da vedere.

Due casi recenti, entrambi italiani ed entrambi passati dalle aule dei tribunali, aiutano a capire di cosa si parla davvero.

Il primo risale ad aprile 2026, al Tribunale di Rovigo. Un avvocato deposita una memoria difensiva. Il giudice la legge e trova, in fondo all’atto, una frase che non appartiene al linguaggio forense: “Se vuoi, posso proseguire con l’inserimento di questa parte in un atto completo. Fammi sapere”. Il professionista aveva copiato l’output del sistema senza rileggerlo, senza accorgersi che la macchina, in fondo, stava ancora aspettando istruzioni.

Il secondo è meno grottesco, ma proprio per questo più inquietante. Febbraio 2026, Tribunale di Siracusa. Un avvocato inserisce in una memoria quattro precedenti della Corte di Cassazione, completi di massime virgolettate, apparentemente risolutivi per la tesi sostenuta. Il giudice li verifica: nessuna di quelle sentenze esiste. Erano sentenze mai pronunciate, costruite dalla macchina parola per parola, con la stessa forma, lo stesso tono e la stessa autorevolezza apparente di quelle vere.

Questi non sono casi di incompetenza grossolana. Sono casi in cui lo strumento ha funzionato esattamente come progettato: ha prodotto testi fluidi, coerenti, formalmente corretti. Il problema è che nessuno dei due professionisti aveva gli strumenti, o forse la consapevolezza, per misurare la distanza tra un output plausibile e un output affidabile.

Questo è il paradosso più inquietante: non che le persone vengano escluse dall’intelligenza artificiale, poiché lo strumento è disponibile, e questo è innegabile; ma che ne diventino utenti inconsapevoli, convinti di star guadagnando autonomia mentre in realtà stanno delegando giudizi che non sanno ancora valutare. L’apparenza professionale, in una società già veloce e sovraccarica, può diventare molto più persuasiva della competenza reale. E, a quel punto, il problema non è più tecnologico: è epistemico.

Quando si parla di intelligenza artificiale come strumento democratico, si dimentica quasi sempre che esistono contesti in cui l’accesso non è affatto libero, non per ostilità alla tecnologia, ma per ragioni serie e fondate. La pubblica amministrazione è uno dei più rilevanti. I dati che vi si trattano ogni giorno sono dati pubblici, spesso sensibili: atti amministrativi, informazioni su cittadini, documenti riservati. Caricarli su una piattaforma di IA generativa significa, nella maggior parte dei casi, trasferirli su server di soggetti privati, spesso extra-europei, con implicazioni concrete in termini di protezione dei dati, responsabilità legale e conformità al GDPR.

Esistono policy, circolari e linee guida. In molti enti esistono divieti espliciti o limitazioni precise. Ma la questione non è soltanto normativa. Chi lavora in questi contesti si trova infatti in una posizione di doppia pressione: da un lato la spinta culturale a usare lo strumento, dall’altro vincoli che non sempre conosce nei dettagli e che la narrazione dominante tende a rendere invisibili, quasi fossero ostacoli irragionevoli posti da chi non ha capito il futuro. Non è così. Sono argini necessari, e la loro esistenza dice qualcosa di importante: usare l’intelligenza artificiale in modo responsabile richiede una consapevolezza che non si acquisisce per osmosi, solo perché lo strumento è disponibile.

L’intelligenza artificiale, quindi, non elimina le disuguaglianze. Può ridurne alcune — e sarebbe sbagliato ignorarlo — ma può anche amplificarne altre, e farlo in modo silenzioso. Chi possiede già cultura, metodo e capacità critica la userà come acceleratore. Chi non dispone di questi strumenti rischierà di usarla in modo passivo, ottenendo l’apparenza della competenza senza la competenza; o, peggio, violando regole che non sapeva nemmeno di dover cercare.

L’IA potrà diventare uno strumento davvero utile e più equo, ma non lo sarà per natura, e non lo diventerà per semplice diffusione. Lo diventerà solo se verrà accompagnata da una formazione critica seria — nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro — e da una governance pubblica all’altezza: regole chiare, infrastrutture adeguate e volontà politica di non lasciare che la velocità dell’innovazione travolga la capacità di governarla. Finché queste condizioni non esistono, parlare di democrazia tecnologica è, a mio avviso, prematuro.

La vera domanda, allora, non è se tutti possano accedere all’intelligenza artificiale. La vera domanda è chi abbia la responsabilità di costruire le condizioni affinché l’accesso si trasformi in qualcosa di reale e consapevole. E finché quella domanda resterà senza risposta, la narrazione democratica sull’IA rimarrà, nel migliore dei casi, una promessa. Nel peggiore, una storia che abbiamo già sentito.



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