Tecnologie digitali, delega cognitiva e intelligenza artificiale tra metafora dello zombie e impoverimento dell’attenzione

Abstract: Muovendo dalla celebre metafora zombesca elaborata da George A. Romero, il contributo propone una riflessione critica sulla condizione cognitiva dell’essere umano nell’ecosistema digitale contemporaneo. L’analisi intreccia neuroscienze, psicologia cognitiva e filosofia della tecnica per mostrare come la delega progressiva di funzioni mentali a dispositivi digitali, piattaforme connesse e sistemi di intelligenza artificiale possa incidere sulla qualità dell’attenzione, della memoria, dell’orientamento e della capacità critica. Il riferimento agli studi sul multitasking, sulla dipendenza da smartphone e sulla cosiddetta “demenza digitale” consente di inquadrare il problema non in termini moralistici, ma come trasformazione profonda delle abitudini cognitive. In tale prospettiva, l’IA generativa non rappresenta soltanto un nuovo strumento di consumo informativo, ma un dispositivo capace di intervenire nella stessa produzione simbolica e nella struttura del dialogo. L’immagine dell’“orda immobile” diventa così la figura di una soggettività iperstimolata, continuamente connessa e progressivamente espropriata della propria presenza riflessiva.
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Oreste Patrone (1976), ingegnere e dipendente pubblico, opera da molti anni nel settore dell’ambiente e della gestione dei rifiuti dove ha maturato una solida esperienza tra attività di consulenza e incarichi istituzionali. Attualmente si occupa di autorizzazioni integrate ambientali, impianti di trattamento dei rifiuti e procedimenti unici, ed è componente della sezione regionale del Friuli Venezia Giulia dell’Albo nazionale Gestori ambientali.
Introduzione: dalla metafora zombesca alla condizione digitale
A quasi cinquant’anni dall’uscita di Zombi nelle sale cinematografiche, la metafora consumistica di Romero appare talmente consolidata da essere divenuta un luogo comune. I morti che tornano nel centro commerciale non necessitano più di interpretazione: rappresentano una critica immediatamente riconoscibile alla società dei consumi.
Gli zombie contemporanei, tuttavia, non abitano più spazi fisici. Essi si muovono — o, più precisamente, restano immobili — all’interno di ambienti digitali caratterizzati da flussi continui di contenuti, notifiche e stimoli. Non percorrono più corridoi tra scaffali e vetrine, ma scorrono incessantemente sequenze di informazioni.
In questo senso, la metafora si trasforma: non più corpi in movimento privi di coscienza, ma soggetti apparentemente attivi e cognitivamente sempre più passivi.
Neuroplasticità e ambienti digitali
Le ricerche del neuroscienziato Manfred Spitzer evidenziano come il cervello sia un sistema plastico, capace di modificarsi in funzione delle attività svolte. Le sinapsi si rafforzano o si indeboliscono, alcune aree cerebrali aumentano o diminuiscono di volume in relazione all’uso.
Studi ormai classici, come quelli sui tassisti londinesi (Maguire et al., 2000), hanno dimostrato come l’ippocampo, coinvolto nell’orientamento spaziale e nella memoria, si sviluppi in risposta all’esercizio costante. L’orientamento attivo modella il cervello; la sua delega a strumenti esterni ne riduce l’attivazione.
Questo principio può essere esteso all’intero spettro delle funzioni cognitive. Quando affidiamo la memoria al cloud, l’orientamento al GPS e la pianificazione a sistemi digitali, stiamo ridefinendo le strutture che sostengono il pensiero. Non si tratta di un processo neutrale, ma di una trasformazione biologica e funzionale.
Multitasking, attenzione e frammentazione cognitiva
Le ricerche raccolte da Spitzer mostrano come il multitasking digitale incida negativamente su attenzione selettiva, memoria di lavoro e apprendimento profondo. Anche la semplice presenza di uno smartphone può ridurre le performance cognitive, configurandosi come una costante possibilità di interruzione.
Il soggetto iperstimolato tende così a sviluppare una modalità cognitiva superficiale, caratterizzata da frammentazione e perdita di profondità. Il circuito della ricompensa, attivato da notifiche imprevedibili, segue il principio della ricompensa intermittente, già noto negli studi di Schultz (1998).
Come nello zombie romeriano, il comportamento non è orientato a un fine, ma alla ripetizione compulsiva. Non si tratta più di nutrimento, ma di stimolazione continua.
Demenza digitale e impoverimento del pensiero
L’espressione “demenza digitale”, pur controversa, rappresenta una provocazione teorica significativa. Non indica una patologia clinica, ma un possibile impoverimento della qualità del pensiero.
Non si tratta soltanto di dimenticare informazioni, ma di perdere progressivamente la capacità di orientarsi, valutare criticamente e costruire senso. La questione centrale diventa allora quali funzioni cognitive vengono esercitate e quali, invece, vengono progressivamente disattivate.
Uno studio del 2025 ha evidenziato una correlazione tra dipendenza da smartphone, aumento dello stress percepito e riduzione delle performance cognitive, confermando il ruolo della frammentazione attentiva e del sovraccarico cognitivo.
Intelligenza artificiale e produzione simbolica
L’emergere dell’IA generativa introduce un elemento qualitativamente nuovo. Non ci limitiamo più a consumare contenuti, ma interagiamo con sistemi che li producono. Ogni interazione genera dati, ogni dato alimenta modelli, e i modelli producono nuovi contenuti progettati per catturare l’attenzione.
La delega cognitiva non riguarda più soltanto funzioni strumentali, ma investe la produzione simbolica stessa.
Le riflessioni di Andrea Colamedici mettono in discussione l’idea che l’interazione con l’IA sia una semplice proiezione antropomorfica. A differenza di una nuvola in cui vediamo un volto, un sistema generativo risponde, modifica il discorso, introduce elementi inattesi.
La questione diventa allora non se l’IA pensi, ma cosa accade al nostro pensiero nel dialogo con essa. Se il dialogo diventa consumo passivo di risposte, il rischio è la progressiva atrofia della capacità di interrogare, costruire e comprendere.
L’orda immobile: una nuova condizione antropologica
Nell’ecosistema digitale contemporaneo, l’orda assume una forma inedita. Non solo individui che scorrono senza sosta, ma contenuti che si rigenerano senza esperienza diretta.
Lo zombie romeriano era inquietante perché era un corpo che si muoveva senza coscienza. L’essere umano digitale rischia di essere cosciente senza profondità, presente senza attenzione.
La riflessione di Spitzer sul sonno disturbato e sui ritmi circadiani alterati suggerisce un ulteriore elemento: una condizione di veglia permanente, in cui il soggetto non si disconnette mai completamente.
Non è più il ritorno al centro commerciale a definire la metafora, ma il ritorno incessante al flusso.
Conclusioni
La domanda non è se diventeremo “zombie”, ma se continueremo ad esercitare le funzioni che definiscono l’essere umano come animale pensante.
La società dei dati non produce necessariamente alienazione, ma richiede consapevolezza. La tecnologia non è di per sé il problema; lo diventa quando sostituisce sistematicamente l’esercizio del pensiero.
In assenza di tale esercizio, l’orda non avanzerà verso nuovi luoghi simbolici.
Resterà immobile.
A scrollare.

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