Violenza politica, conflitto ideologico e memoria repubblicana dell’eccidio delle malghe friulane

Abstract: L’eccidio di Porzûs, consumatosi tra il 7 e il 18 febbraio 1945 nelle malghe del Friuli orientale, rappresenta uno degli episodi più drammatici e controversi della Resistenza italiana. L’uccisione di membri della Brigata Osoppo da parte di partigiani appartenenti ai Gruppi di Azione Patriottica (GAP) legati al Partito comunista italiano si colloca nel contesto della complessa vicenda del confine orientale, segnata dall’avanzata jugoslava, dalla competizione politico-ideologica tra formazioni resistenziali e dalle tensioni nazionali tra Italia e Jugoslavia. L’articolo ricostruisce il quadro storico, le responsabilità accertate in sede giudiziaria, il significato politico dell’evento e il suo ruolo nella memoria pubblica repubblicana, evidenziando come Porzûs costituisca una frattura interna alla lotta di liberazione e un nodo ancora sensibile nella storia civile italiana.
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IL CONTESTO DEL CONFINE ORIENTALE
Per comprendere l’eccidio di Porzûs è necessario collocarlo nella peculiare configurazione geopolitica del confine orientale tra il 1943 e il 1945. Dopo l’8 settembre 1943, il Friuli e la Venezia Giulia furono inclusi nella Operationszone Adriatisches Küstenland, sottratta alla sovranità effettiva della Repubblica sociale italiana e sottoposta al controllo diretto del Reich [1]. In questo spazio si intrecciarono tre conflitti: la guerra contro l’occupazione nazista, la guerra civile tra fascisti e antifascisti e la contesa nazionale tra Italia e Jugoslavia. La questione territoriale rappresentava un nodo politico centrale: le forze partigiane jugoslave miravano a ridefinire il perimetro di sovranità nel Nord-Est, in un quadro destinato a proiettarsi nel primo ordine europeo della Guerra fredda [2].
All’interno del movimento resistenziale italiano coesistevano differenti orientamenti. La Brigata Osoppo, di matrice cattolico-azionista, rivendicava l’italianità del territorio e manteneva una posizione autonoma rispetto ai partigiani jugoslavi; i GAP, espressione del Partito comunista italiano, tendevano invece a valorizzare il coordinamento strategico con le formazioni di Tito, in una prospettiva internazionalista che, in alcune fasi, rese più acuto il conflitto politico-organizzativo interno al fronte resistenziale [3].
LA DINAMICA DELL’ECCIDIO
Tra il 7 e l’8 febbraio 1945 un gruppo di gappisti guidati da Mario Toffanin (“Giacca”) raggiunse le malghe di Porzûs, dove era insediato un comando della Brigata Osoppo. Gli osovani furono accusati di collaborazionismo e di ostacolare l’unità operativa con i partigiani jugoslavi; la successiva ricostruzione storiografica ha messo in luce la fragilità probatoria e la natura eminentemente politica di tali imputazioni [4].
I prigionieri furono sottoposti a interrogatori sommari e progressivamente eliminati. In totale furono uccisi diciassette partigiani, tra cui il comandante Francesco De Gregori (“Bolla”) e Guido Pasolini. Le esecuzioni, protrattesi per più giorni, configurarono un atto deliberato di violenza politica e violenza fratricida, non riconducibile a un episodio di combattimento ma a una decisione punitiva interna al fronte resistenziale. Porzûs rappresenta così il momento in cui la competizione politica degenerò in eliminazione fisica dell’avversario, rivelando l’esistenza di una “guerra nella guerra”, secondo la nota categoria interpretativa proposta da Claudio Pavone [5].
IL PROCESSO E LA QUALIFICAZIONE GIURIDICA
Nel dopoguerra l’eccidio fu oggetto di procedimento penale. L’iter processuale, avviato presso le Corti competenti (con passaggi decisivi nelle sedi toscane), condusse a pronunce di condanna per numerosi imputati, con un dibattito giuridico centrato sulla (in)applicabilità delle scriminanti belliche e sulla qualificazione dei fatti come omicidio plurimo aggravato e reati connessi [6]. La vicenda giudiziaria è ricostruita anche in schede divulgative ma documentate di soggetti istituzionali e memoriali; resta metodologicamente preferibile, in sede scientifica, l’accesso ai fascicoli e alle sentenze integrali tramite archivi giudiziari e banche dati ufficiali [7].
La dimensione simbolica del processo è rilevante: lo Stato repubblicano, pur fondando la propria legittimità storica sulla lotta antifascista, affermò la responsabilità penale individuale per atti di violenza politica commessi all’interno della Resistenza, riaffermando il primato del diritto e la non fungibilità della giustizia con la disciplina di partito o con la ragion di guerra.
PORZÛS E LA MEMORIA REPUBBLICANA
Per decenni l’eccidio rimase ai margini della narrazione pubblica della Resistenza italiana. La necessità di costruire un mito fondativo unitario della Repubblica portò a privilegiare una rappresentazione compatta e consensuale della lotta antifascista; episodi di conflitto interno come Porzûs risultavano difficilmente conciliabili con tale paradigma e furono spesso trattati con reticenza, differimento o polarizzazione ideologica [8].
A partire dagli anni Ottanta e Novanta, la storiografia ha avviato una revisione critica, sottraendo l’evento a letture apologetiche o strumentali. In parallelo, gli studi sul confine orientale e sulla violenza di frontiera (foibe, epurazioni, esodi) hanno contribuito a reinquadrare Porzûs entro una storia più ampia di conflitti nazionali, transizioni di sovranità e politiche della memoria [9].
APPARATO CRITICO: FONTI ARCHIVISTICHE E METODO
Un’analisi scientifica di Porzûs richiede la triangolazione di fonti: (i) atti giudiziari; (ii) documentazione resistenziale (ordini, relazioni, corrispondenza, diari); (iii) fonti politico-amministrative e militari (italiane, tedesche, alleate, jugoslave). In questa prospettiva, risultano centrali almeno quattro aree di consultazione:
– Archivi giudiziari e raccolte di sentenze (Corti d’Assise e Corti d’Assise d’Appello; Cassazione), per la ricostruzione della fattispecie, della catena di responsabilità e della motivazione [10].
– Archivio Centrale dello Stato e archivi dei Ministeri (Interno, Difesa, Esteri) per relazioni prefettizie, informative e gestione politico-diplomatica del confine [11].
– Archivi e istituti della Resistenza in Friuli-Venezia Giulia (fondi di brigate, raccolte testimoniali, carteggi), utili per la microstoria operativa e per il lessico politico interno alle formazioni [12].
– Archivi sloveni e croati (e, per il quadro jugoslavo, anche fondi ex federali), indispensabili per verificare direttive, coordinamenti e percezioni reciproche nella zona di frontiera [13].
Tali riferimenti archivistici vanno intesi come “traiettorie di ricerca” (fondi/serie), da dettagliare con segnature e unità archivistiche una volta identificati i fascicoli pertinenti.
CONFRONTO TRA INTERPRETAZIONI STORIOGRAFICHE
Interpretazione istituzionale
La lettura istituzionale tende a collocare Porzûs dentro la cornice della Resistenza italiana come processo fondativo della Repubblica, trattando l’eccidio come “deviazione” criminale rispetto alla finalità liberatrice. Questa impostazione ha avuto una funzione civile: preservare la legittimazione antifascista dell’ordinamento, separando la responsabilità individuale dall’identità complessiva del movimento resistenziale. Il rischio, sul piano storiografico, è l’eccesso di eccezionalismo, che attenua la portata strutturale del conflitto politico interno.
Interpretazione revisionista
Sotto l’etichetta (eterogenea) di “revisionismo” convivono approcci diversi: taluni, di taglio politico-polemico, assumono Porzûs come prova di una “natura intrinsecamente totalitaria” di una parte della Resistenza; altri, più rigorosi, insistono sul carattere plurale e competitivo della lotta partigiana e sulla presenza di strategie divergenti riguardo alla sovranità sul confine orientale. Il contributo scientifico di questa linea sta nell’aver imposto domande su comando, disciplina, logiche di epurazione interna e rapporto con i partigiani jugoslavi; il limite sta nella possibile trasformazione dell’episodio in chiave generalizzante, con perdita di contesto e di proporzione.
Interpretazione comparativa europea
La prospettiva comparativa, che guarda alle resistenze europee e alle transizioni 1944–1948, legge Porzûs come caso di “violenza endogena” ai movimenti di liberazione in contesti di confine: conflitti di legittimità, competizione per il monopolio della forza e anticipazione della divisione geopolitica europea. In questa chiave, Porzûs è comparabile (mutatis mutandis) a episodi di regolamento interno in altri teatri europei, senza perdere la specificità adriatica: la frizione tra progetto nazionale e progetto rivoluzionario, in un’area dove la sovranità era oggetto di negoziazione e di fatto compiuto. Questa linea consente di comprendere Porzûs non come anomalia “italiana”, ma come nodo in cui guerra, ideologia e frontiera si intersecano con particolare intensità [14].
IL SIGNIFICATO CIVILE E COSTITUZIONALE
L’eccidio di Porzûs interpella la coscienza civile repubblicana sotto il profilo della responsabilità individuale, del pluralismo politico e della tutela della dignità umana. La legittimità della lotta di liberazione non può estendersi a giustificare atti di giustizia sommaria o di repressione interna. Nel quadro dei principi costituzionali (artt. 2 e 3 Cost.), Porzûs rappresenta un monito contro ogni forma di radicalizzazione ideologica che trasformi l’avversario politico in nemico assoluto, e richiama l’esigenza di una memoria repubblicana fondata su verità documentaria e non su appartenenze.
CONCLUSIONI
Porzûs non costituisce una negazione della Resistenza italiana, ma ne evidenzia la dimensione tragicamente conflittuale. Testimonia la pluralità dei progetti politici che attraversarono la guerra di liberazione e la fragilità degli equilibri in un territorio segnato da tensioni nazionali e ideologiche. Solo una memoria storica rigorosa, fondata su ricerca documentaria e consapevolezza critica, può trasformare questa frattura in occasione di maturazione civile collettiva.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
[1] R. Pupo, Trieste ’45, Laterza, Roma-Bari, 2010.
[2] Ivi.
[3] G. Crainz, Il paese mancato, Donzelli, Roma, 2003.
[4] G. Oliva, La resa dei conti. Aprile–maggio 1945, Mondadori, Milano, 1999.
[5] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.
[6] Processi e pronunce di merito (Corti d’Assise/Corti d’Assise d’Appello) e ricorso in Cassazione: per una prima ricostruzione sintetica v. “Processi per l’eccidio di Porzûs”.
[7] Indicazioni memoriali e di sintesi sul processo: Pro Loco “Amici di Porzûs”, “Il Processo di Lucca”.
[8] F. Focardi, La guerra della memoria, Laterza, Roma-Bari, 2005.
[9] R. Pupo – R. Spazzali, Foibe, Mondadori (Bruno), Milano (edizioni varie).
[10] Corte Suprema di Cassazione, servizi e banche dati (ItalgiureWeb e risorse collegate), per l’accesso a giurisprudenza e repertori.
[11] Indicazione archivistica: Archivio Centrale dello Stato (ACS), fondi dei Ministeri competenti per affari interni, ordine pubblico, politica estera e dossier di frontiera (ricerca per serie/anni 1943–1954).
[12] Indicazione archivistica: Istituti regionali per la storia del movimento di liberazione e archivi locali in Friuli-Venezia Giulia (fondi brigate, raccolte testimoniali, carteggi).
[13] Indicazione archivistica: archivi nazionali sloveni e croati e fondi ex jugoslavi (materiali su movimenti partigiani e amministrazione territoriale).
[14] Per l’inquadramento comparativo e di frontiera, oltre ai testi già citati, v. bibliografie tematiche sul confine adriatico e sulla storia delle foibe (selezioni e repertori).
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- R. Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano, 2005.
- R. Spazzali, Foibe: un dibattito ancora aperto, Lega Nazionale, Trieste, 1990.
- R. Pupo – R. Spazzali.

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