Colpa collettiva, responsabilità individuale e strumentalizzazione del conflitto israelo-palestinese

Abstract: La Giornata della Memoria non deve essere ridotta a una commemorazione rituale del passato, ma compresa come una pratica giuridico-civile orientata al presente. L’articolo analizza le forme contemporanee di antisemitismo alla luce del cosiddetto nuovo antisemitismo, che si manifesta frequentemente attraverso la strumentalizzazione del conflitto israelo-palestinese. In particolare, viene esaminato lo slittamento discorsivo mediante il quale la critica legittima alle politiche governative o alla responsabilità politica individuale — anche nei casi oggetto di procedimenti penali internazionali — si trasforma nella condanna collettiva del popolo israeliano. Attraverso un approccio storico, giuridico e sociologico, il contributo evidenzia la continuità strutturale tra tale fenomeno e il tradizionale dispositivo antisemita della colpa collettiva. L’articolo propone inoltre criteri analitici per distinguere la critica politica dall’ostilità identitaria, mettendo in guardia dai rischi della memoria selettiva e della competizione vittimaria. In conclusione, si riafferma la centralità della responsabilità individuale e dell’universalismo dei diritti umani come presidi fondamentali contro le nuove configurazioni dell’antisemitismo nel discorso pubblico contemporaneo.
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La Giornata della Memoria come pratica civile e dispositivo di vigilanza democratica
La Giornata della Memoria non può essere ridotta a una commemorazione rituale del passato, né confinata a un esercizio emotivo o simbolico privo di ricadute sul presente. Essa rappresenta, piuttosto, una pratica giuridico-civile orientata al presente: un dispositivo di vigilanza democratica finalizzato a riconoscere e prevenire la riemersione dei meccanismi che hanno reso possibile la Shoah. In questa prospettiva, la memoria non è una dimensione meramente “retrospettiva”, bensì un dovere politico e culturale che si misura sulla capacità delle società contemporanee di leggere le proprie forme di esclusione, stigmatizzazione e violenza simbolica.
Come rilevato da Hannah Arendt, il totalitarismo non nasce dall’eccezione, ma dalla normalizzazione di categorie che dissolvono la responsabilità individuale e legittimano l’annientamento simbolico e materiale dell’altro.[1] È proprio questa normalizzazione che la memoria deve interrogare: il momento in cui il linguaggio prepara la violenza, la retorica precede l’azione, la disumanizzazione rende “tollerabile” ciò che altrimenti apparirebbe intollerabile. La Shoah, infatti, non fu soltanto un evento storico di distruzione industriale; fu anche un processo lungo di produzione sociale dell’odio, costruito attraverso stereotipi, narrazioni di pericolo e figure collettive di colpevolezza.
In tale cornice, la Giornata della Memoria assume un significato che non riguarda soltanto gli ebrei come vittime storiche del genocidio, ma l’intero spazio democratico: ogni volta che una comunità viene trasformata in un bersaglio identitario, ogni volta che la responsabilità individuale viene dissolta in una colpa collettiva, si riattivano meccanismi compatibili con la genealogia culturale dell’antisemitismo.
Il “nuovo antisemitismo” come forma discorsiva: mascheramento, spostamento e legittimazione
Negli ultimi decenni, l’antisemitismo ha assunto forme discorsive rinnovate, spesso mascherate da critica politica o morale. Diversi studiosi hanno definito questo fenomeno come nuovo antisemitismo, caratterizzato non dalla riproposizione diretta dei vecchi stereotipi razziali, ma dalla delegittimazione collettiva dello Stato e del popolo ebraico.[2] In tale configurazione, l’odio antiebraico non si presenta necessariamente attraverso il linguaggio biologico della razza o l’immaginario del “nemico interno” tipico dell’Europa novecentesca, ma si riproduce mediante una retorica di tipo politico-morale: Israele viene trattato non come un attore politico criticabile, bensì come una categoria simbolica assoluta, un principio di male, una figura ontologica del colpevole.
In questo quadro, il conflitto israelo-palestinese diviene un vettore simbolico attraverso cui l’odio antiebraico si riorganizza in forme apparentemente accettabili nello spazio pubblico. Il punto non è negare che il conflitto produca sofferenza, violazioni, responsabilità e dunque legittimi dibattiti politici e giuridici; il punto è osservare come, in molti contesti, esso venga impiegato come griglia interpretativa totalizzante, capace di trasformare la complessità storica e geopolitica in una semplificazione identitaria: “gli israeliani” come soggetto unitario, “gli ebrei” come entità collettiva, “Israele” come sinonimo di male assoluto.
Questo slittamento discorsivo è centrale: l’antisemitismo contemporaneo, spesso, non si dichiara; si traveste. Non si presenta come odio, ma come “giustizia”; non come pregiudizio, ma come “moralità”; non come razzismo, ma come “posizione politica”. È una forma di antisemitismo che non necessita più della biologia, perché utilizza la semantica della colpa.
Critica politica, responsabilità penale e individualizzazione della colpa
Nel diritto internazionale e nei sistemi democratici, la responsabilità penale è rigorosamente individuale. La contestazione delle scelte di un governo o di un primo ministro — anche quando tali condotte siano oggetto di indagine o incriminazione da parte della Corte Penale Internazionale — rientra nel legittimo esercizio della critica politica.[3] La critica, la protesta, la denuncia e perfino la condanna morale di politiche statali costituiscono elementi fisiologici della sfera pubblica democratica.
Tuttavia, quando tale critica si trasforma in una condanna generalizzata del popolo israeliano, si assiste a una violazione del principio di personalità della responsabilità, sostituito da una logica di colpa collettiva. Qui si colloca una soglia decisiva: criticare un governo significa contestare decisioni politiche; condannare un popolo significa trasformare l’identità in colpa. La prima è una pratica democratica; la seconda è un meccanismo discriminatorio.
In altre parole, la questione non riguarda la legittimità della critica, ma la sua trasformazione in stigmatizzazione identitaria. Quando si passa dal giudizio sulle politiche all’attribuzione di un’essenza criminale a una collettività, si riattiva la logica che storicamente ha alimentato l’antisemitismo: l’idea che un gruppo sia “colpevole in quanto tale”, e dunque sempre imputabile, sempre sospetto, sempre responsabile.
La colpa collettiva come matrice storica dell’antisemitismo europeo
L’attribuzione di una colpa collettiva al popolo ebraico costituisce uno dei dispositivi fondativi dell’antisemitismo europeo, dal mito del deicidio alle teorie del complotto moderno.[4] La lunga durata dell’antisemitismo è proprio la lunga durata di un meccanismo: l’ebreo come figura su cui scaricare l’ansia sociale, l’instabilità politica, la crisi economica, la frustrazione collettiva. Non è necessario che l’ebreo compia un’azione; basta che esista come simbolo.
La riproposizione contemporanea di questo schema, attraverso espressioni che imputano agli “israeliani” una responsabilità unitaria e indifferenziata, rappresenta una continuità strutturale con tali tradizioni, pur mutandone il lessico e il contesto. Cambiano i segni, ma resta la funzione: l’identità diventa imputazione. Ciò è particolarmente evidente quando il discorso pubblico ricorre a generalizzazioni etniche (“gli israeliani sono…”) o religiose (“gli ebrei fanno…”) e quando il conflitto viene usato per rimettere in circolo stereotipi antichi sotto forma nuova.
La storia insegna che l’antisemitismo non ha bisogno di coerenza logica: ha bisogno di utilità sociale. Serve a produrre un nemico, a semplificare la complessità, a offrire una spiegazione totale. E proprio per questo la memoria della Shoah non è solo memoria delle vittime, ma memoria dei meccanismi.
Antisionismo e antisemitismo: criteri di distinzione e soglie di trasformazione
La distinzione tra antisionismo e antisemitismo è necessaria ma non sempre rispettata. La critica al sionismo come progetto politico o storico rientra nel pluralismo delle idee; essa diviene antisemitismo quando si traduce nella negazione del diritto all’esistenza collettiva, nell’applicazione di doppi standard sistematici o nella demonizzazione essenzializzata dello Stato ebraico.[5] In tali casi, l’oggetto della critica non è più una politica, ma un’identità.
La soglia è individuabile in alcuni passaggi tipici:
-
Generalizzazione identitaria: dal governo agli “israeliani” come categoria morale.
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Demonizzazione assoluta: Israele non come attore politico, ma come principio del male.
-
Doppi standard: criteri di giudizio applicati selettivamente solo allo Stato ebraico.
-
Negazione di legittimità: rifiuto del diritto all’esistenza collettiva o alla sicurezza.
-
Traslazione sugli ebrei ovunque: responsabilità attribuita a comunità ebraiche nel mondo.
Questi elementi non coincidono necessariamente con la critica politica: sono indicatori di una trasformazione in ostilità identitaria. In questo senso, l’antisemitismo contemporaneo opera spesso per “slittamento”: parte da un evento reale, ma lo trasforma in un pretesto per riprodurre una struttura antica.
Memoria selettiva e rischio di strumentalizzazione: quando la Shoah diventa retorica
Un ulteriore rischio è rappresentato dalla memoria selettiva, che utilizza la Shoah come strumento retorico contingente, svuotandola del suo significato universale. Come osservato da Todorov, la memoria perde la sua funzione etica quando viene piegata a fini di legittimazione dell’odio o dell’indifferenza.[6]
La memoria selettiva si manifesta in due direzioni opposte ma convergenti:
-
memoria ridotta a simbolo, usata come formula di legittimazione senza responsabilità critica;
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memoria competitiva, che mette le sofferenze in concorrenza e produce una gerarchia delle vittime.
Entrambe le forme indeboliscono la funzione civile della memoria: la trasformano in strumento di identità, anziché in pratica di universalismo. La Shoah, però, non può diventare una moneta retorica: deve restare un paradigma etico e storico capace di interrogare le strutture contemporanee di esclusione.
Universalismo dei diritti e non concorrenzialità delle vittime: una cornice necessaria
La lotta contro l’antisemitismo non è in contraddizione con la difesa dei diritti umani del popolo palestinese. Al contrario, entrambe trovano fondamento nell’universalismo dei diritti e nel rifiuto di ogni logica identitaria che giustifichi la violenza.[7] Difendere i diritti umani significa rifiutare l’idea che la dignità sia un privilegio riservato a qualcuno. Significa anche rifiutare l’idea che la giustizia sia una partita a somma zero, in cui il riconoscimento di una sofferenza implica la negazione dell’altra.
La concorrenzialità delle vittime è un prodotto di una visione regressiva dei diritti, perché trasforma la sofferenza in arma politica e riduce l’etica a schieramento. È proprio questa dinamica che rende possibile l’uso strumentale del conflitto: la solidarietà viene trasformata in identità ostile, la critica in stigmatizzazione, la politica in odio.
Conclusione
La Giornata della Memoria impone una responsabilità intellettuale: mantenere distinta la critica politica dall’odio identitario e difendere il principio della responsabilità individuale contro ogni tentazione di colpa collettiva. Il nuovo antisemitismo prospera laddove tale distinzione viene cancellata, laddove la complessità viene sostituita da categorie assolute, e laddove un popolo diventa imputato per definizione.
Ricordare la Shoah, oggi, significa opporsi a questa cancellazione con gli strumenti del diritto, della storia e della ragione critica. Significa difendere l’universalismo dei diritti contro la logica della demonizzazione identitaria. E significa riaffermare, in ultima istanza, che nessuna democrazia può sopravvivere se accetta che l’identità sia colpa.
Note
[1]: H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano, 1967.
[2]: P. Taguieff, La nuova giudeofobia, Raffaello Cortina, Milano, 2003.
[3]: Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, art. 25.
[4]: G. Mosse, L’antisemitismo nella storia europea, Laterza, Roma-Bari, 2004.
[5]: I. Kantor, Antizionismo e antisemitismo, Giuntina, Firenze, 2015.
[6]: T. Todorov, Gli abusi della memoria, Garzanti, Milano, 1996.
[7]: N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino, 1990.

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