Biopolitica della verginità tra ritualità simbolica, diritto penale e medicalizzazione contemporanea

Abstract: Il contributo propone una lettura genealogica della verginità come regime di verità inscritto nel corpo femminile attraverso pratiche rituali, disciplinari e mediche. Mutilazioni genitali femminili, tasfīḥ e imenoplastica sono analizzate non come fenomeni equivalenti sul piano etico o sanitario, ma come espressioni differenti di una medesima razionalità di governo del corpo. Attraverso l’integrazione tra teoria foucaultiana, sociologia del simbolico e analisi giuridica, l’articolo mostra come la verginità venga trasformata in fatto certificabile mediante tecnologie rituali o cliniche. L’indagine distingue tra norma religiosa e prassi sociale nel contesto islamico, nonché tra divieto penale delle mutilazioni e liceità dell’imenoplastica nell’ordinamento italiano. Il superamento della questione non risiede nell’abolizione di una singola pratica, ma nella decostruzione dell’idea che il corpo femminile debba fornire prova della propria moralità.
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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.
Introduzione: la verginità come regime di verità
Le pratiche di modificazione (mutilazioni genitali-MGF), protezione (tasfīḥ) o di ricostruzione chirurgica dei genitali femminili (imenoplastica) possono essere comprese come varianti di un medesimo dispositivo di verità: la produzione sociale della verginità quale condizione certificabile attraverso l’iscrizione corporea.
Secondo Michel Foucault (1976), la modernità non si limita a reprimere la sessualità, ma la costituisce come oggetto di sapere, classificazione e controllo, all’interno di un determinato regime di verità. In tale prospettiva, la verginità assume la forma di categoria normativa e discorsiva, più che di semplice condizione biologica.
Dal punto di vista anatomico, l’imene non costituisce un indicatore scientificamente affidabile dell’attività sessuale; tuttavia, nella rappresentazione sociale esso viene investito di un valore probatorio che eccede la letteratura clinica e si radica in aspettative culturali e morali.
Dispositivo dell’onore e razionalità biopolitica coloniale
Nel dispositivo dell’onore, radicato in molte società tradizionali, la verginità femminile assume la funzione di capitale simbolico: essa garantisce la paternità, stabilizza la discendenza e tutela la reputazione familiare. Secondo Bourdieu (2003, 1998), tale meccanismo si fonda sulla regolazione della sessualità femminile come espressione dell’onore collettivo e della riproduzione dell’ordine simbolico maschile. La sessualità della donna diviene così luogo privilegiato di esercizio della violenza simbolica, in quanto interiorizza e naturalizza un principio di subordinazione.
La razionalità coloniale europea trasformò successivamente tali pratiche in oggetti di classificazione e regolazione amministrativa. L’amministrazione imperiale non si limitò a condannare o abolire determinate consuetudini; le inscrisse in un sistema di sapere statistico e medico, producendo categorie igieniche, demografiche e morali attraverso cui governare i corpi colonizzati (Stoler, 2006). In questa prospettiva, la medicalizzazione moderna dell’imene — e della verginità come fatto dimostrabile — può essere letta come parte di una più ampia razionalità biopolitica che tende a rendere la vita leggibile, documentabile e amministrabile.
Non si tratta, pertanto, di contrapporre una “tradizione arcaica” a una “modernità liberatrice”, bensì di riconoscere un’omologia strutturale tra differenti regimi di controllo: tanto il registro rituale quanto quello medico operano nella direzione di rendere il corpo femminile verificabile, manipolabile e certificabile all’interno di un sistema normativo di produzione della verità.
Mutilazioni genitali femminili: disciplina preventiva e tutela penale
Le mutilazioni genitali femminili possono essere interpretate come tecnologie disciplinari preventive. In Sorvegliare e punire, Foucault (1976) descrive la disciplina come forma di potere che modella i corpi e ne organizza i comportamenti attraverso un intervento anticipatorio e capillare. Le MGF non presuppongono la commissione di un atto, ma mirano a prevenirne la possibilità, inscrivendo nel corpo una limitazione permanente che opera come normalizzazione preventiva della sessualità futura.
Sul piano giuridico, in numerosi ordinamenti — tra cui quello italiano — tali pratiche sono espressamente vietate. La Legge 9 gennaio 2006, n. 7 ha introdotto nel Codice penale gli artt. 583-bis e 583-ter, configurando le mutilazioni genitali femminili come autonoma fattispecie di reato, punibile anche quando commessa all’estero ai danni di cittadini o residenti in Italia, in applicazione del principio di extraterritorialità.
Tale qualificazione penale consente di distinguere le mutilazioni genitali da interventi chirurgici volontari eseguiti su adulti consenzienti, come l’imenoplastica, che — pur oggetto di rilevante dibattito etico e bio-giuridico — non rientra nell’ambito del divieto penale previsto per le MGF.
Tasfīḥ: ritualità simbolica e produzione immaginaria del sigillo
Il tasfīḥ è un rito simbolico documentato in specifici contesti del Nord Africa, in particolare in alcune aree rurali tunisine (Boddy, 1989; Gruenbaum, 2001). Secondo indagini etnografiche, esso viene praticato prima della pubertà e consiste in incisioni superficiali sulla coscia o sul ginocchio, accompagnate da formule rituali e atti performativi volti a “sigillare” simbolicamente la verginità della giovane fino al matrimonio.
Le ricerche antropologiche indicano che la pratica, pur persistendo in contesti tradizionali, non trova fondamento nella dottrina religiosa islamica e appare piuttosto radicata in rappresentazioni culturali della purezza e della protezione della reputazione familiare (Ahmed, 1992).
In prospettiva foucaultiana, il tasfīḥ mostra come il potere non operi esclusivamente attraverso l’intervento materiale sul corpo, ma anche mediante la produzione di credenze e immaginari condivisi. Il corpo viene narrato come chiuso e protetto non in virtù di una realtà anatomica, bensì attraverso un discorso rituale collettivo che produce effetti psicologici e comportamentali.
Imenoplastica e legalità nell’ordinamento italiano
L’imenoplastica, intesa come intervento chirurgico di ricostruzione dell’imene, può essere interpretata quale forma di medicalizzazione retroattiva della verginità. Nell’ordinamento italiano non esiste una norma che vieti espressamente tale procedura. A differenza delle mutilazioni genitali femminili — sanzionate penalmente dalla Legge 9 gennaio 2006, n. 7 — la ricostruzione dell’imene, ove richiesta da persona maggiorenne capace di intendere e di volere, rientra nell’ambito degli interventi chirurgici consentiti in presenza di valido consenso informato, ai sensi dei principi costituzionali di autodeterminazione (art. 32 Cost.) e della disciplina sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento (L. 219/2017).
La distinzione normativa tra mutilazione vietata e ricostruzione volontaria riflette una differente qualificazione medico-giuridica: nel primo caso si configura una lesione penalmente rilevante dell’integrità fisica, spesso connessa alla tutela dei minori; nel secondo, l’intervento è ricondotto alla sfera della libertà individuale, analogamente ad altri trattamenti di chirurgia estetica.
Permane tuttavia un significativo dibattito etico e femminista, che evidenzia come la scelta di ricorrere all’imenoplastica possa essere condizionata da pressioni familiari o comunitarie, sollevando interrogativi sulla reale autonomia della decisione.
In prospettiva sociologica, la chirurgia dell’imene si colloca all’interno della razionalità biopolitica contemporanea: il sapere medico produce una verità corporale retrospettiva e una certificazione simbolica della purezza, capace di soddisfare il dispositivo dell’onore e le aspettative normative del contesto sociale.
Dispositivo dell’onore e medicalizzazione: nodi comuni
Mutilazione, tasfīḥ e imenoplastica non sono equivalenti sul piano etico, sanitario o giuridico; tuttavia, consentono di individuare una medesima razionalità di governo del corpo femminile: la produzione di una verità verificabile mediante tecnologie sociali, rituali o mediche.
In prospettiva biopolitica, tali pratiche rendono evidente come la vita biologica venga progressivamente assunta quale oggetto di gestione, controllo e amministrazione. All’interno del dispositivo dell’onore, questa amministrazione assume la forma di disciplina preventiva della sessualità femminile; nella modernità, essa si traduce in pratiche cliniche e dispositivi di certificazione medicalizzata che trasformano l’integrità anatomica in criterio di legittimazione morale.
Islam, sessualità e violenza simbolica del certificato di verginità
Nella tradizione giuridica islamica classica (fiqh), la sessualità è legittimata all’interno del matrimonio e la gestione della colpa è rimessa a criteri probatori rigorosi e a una dimensione etica interiore (Qurʾān 24:2-4). La norma religiosa non richiede alcuna documentazione anatomica della purezza femminile: concetti quali il pentimento (tawba) e il pudore (ḥayāʾ) appartengono alla sfera morale e spirituale, non a quella della misurazione corporea (Al-Ġazālī, 1983; Ibn Ḥazm, 1997).
La richiesta di un certificato di verginità — mediante verifica ginecologica o intervento di imenoplastica — costituisce pertanto una sovrapposizione sociale e medico-biopolitica alla norma religiosa. In prospettiva foucaultiana, il certificato di verginità si configura come una tecnologia di potere che produce verità e disciplina i corpi all’interno di un determinato regime normativo (Foucault, 1976).
Tale pratica può configurare una forma di violenza simbolica e materiale. Sul piano fisico, l’esame o l’intervento chirurgico comportano esposizione, dolore e rischio clinico; sul piano psicologico, producono vissuti di umiliazione e oggettivazione; sul piano sociale, consolidano l’idea che la sessualità femminile debba essere verificata e certificata, subordinando l’autodeterminazione individuale a un criterio probatorio esterno.
In prospettiva foucaultiana, il certificato di verginità si presenta come una tecnologia di potere che produce verità e disciplina i corpi all’interno di un determinato regime normativo. Il dispositivo della verginità opera così come intrusione psico-fisica che genera soggetti conformi a aspettative sociali più che a precetti religiosi, con effetti potenzialmente duraturi sulla costruzione dell’identità corporea e relazionale della donna.
L’analisi consente pertanto di distinguere tra norma religiosa e prassi sociale: la sessualità femminile non è, nel quadro dottrinale islamico, oggetto di documentazione anatomica; essa diviene tale in virtù di pressioni comunitarie che trasformano la moralità in prova materiale, producendo una tensione tra dignità individuale e controllo collettivo.
Conclusione: oltre la prova
Assumendo una prospettiva genealogica, la questione non riguarda quale pratica sia più arcaica o più moderna, bensì perché la sessualità femminile continui a essere costruita come oggetto di prova.
Finché la verginità sarà configurata come valore sociale misurabile all’interno di un determinato regime di verità (Foucault, 1976), il potere tenderà a elaborare tecniche — rituali, chirurgiche o simboliche — idonee a produrne l’evidenza. Il superamento del problema non risiede nell’abolizione di una singola pratica, ma nella decostruzione dell’idea stessa che il corpo femminile debba certificare la propria moralità attraverso l’iscrizione anatomica.
NOTE
Bourdieu, P. (1998). Il dominio maschile. Feltrinelli.
Bourdieu, P. (2003). Per una teoria della pratica. Raffaello Cortina.
Foucault, M. (1976). La volontà di sapere. Feltrinelli.
Foucault, M. (1976). Sorvegliare e punire. Einaudi.
Stoler, A. L. (2006). Conoscenza carnale e potere imperiale. Ombre Corte.
Al-Ġazālī. (1983). La rinascita delle scienze religiose. [Editore].
Ibn Ḥazm. (1997). Il collare della colomba. Einaudi.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Ahmed, L. (1992). Women and gender in Islam: Historical roots of a modern debate. Yale University Press.
Ali, K. (2006). Sexual ethics and Islam: Feminist reflections on Qur’an, hadith, and jurisprudence. Oneworld Publications.
Boddy, J. (1989). Wombs and alien spirits: Women, men, and the Zar cult in northern Sudan. University of Wisconsin Press.
Cook, R. J., & Dickens, B. M. (2009). Hymen reconstruction: Ethical and legal issues. International Journal of Gynecology & Obstetrics, 107(3), 266–269. https://doi.org/10.1016/j.ijgo.2009.06.033
Gruenbaum, E. (2001). The female circumcision controversy: An anthropological perspective. University of Pennsylvania Press.
Shell-Duncan, B., & Hernlund, Y. (Eds.). (2000). Female “circumcision” in Africa: Culture, controversy, and change. Lynne Rienner Publishers.

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