L’inizio della della strategia della tensione neofascista contro lo Stato democratico


Abstract: Il 12 dicembre 1969 una serie di attentati colpì Milano e Roma, causando 17 morti e decine di feriti, con l’esplosione più grave alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana. La strage segnò l’inizio della strategia della tensione, un disegno eversivo volto a diffondere paura, destabilizzare le istituzioni democratiche e creare le condizioni per una risposta autoritaria dello Stato. Inserita nel contesto della Guerra Fredda, della centralità geopolitica dell’Italia e delle forti tensioni sociali dell’epoca, l’azione terroristica si accompagnò a gravi depistaggi investigativi che indirizzarono inizialmente le responsabilità verso ambienti anarchici. La morte di Giuseppe Pinelli e il lungo e frammentato iter giudiziario alimentarono una profonda crisi di fiducia nelle istituzioni. Solo successivamente la giustizia accertò la matrice neofascista della strage, pur senza giungere a condanne definitive. A oltre cinquant’anni di distanza, Piazza Fontana resta un monito sulla fragilità della democrazia e sulla necessità di tutelare verità, diritti fondamentali e Stato di diritto anche nelle fasi di emergenza.
Keywords: #StragePiazzaFontana #12Dicembre1969 #StrategiaDellaTensione #Fascismo #GuerraFredda #TerrorismoNeofascista #DepistaggiStragi #Pinelli #Valpreda #OrdineNuovo #StatoDiDiritto #MemoriaRepubblicana #DemocraziaFragile #criminologia #storia #politica #MisteriItaliani #MassimilianoMancini #FrancescoMancini #ethicasocietas #rivistaethicasocietas
La strage di Piazza Fontana: origine della strategia della tensione
Il 12 dicembre 1969 rappresenta una data spartiacque nella storia della giovane Repubblica italiana che a 21 anni dalla sua nascita subiva i tentativi eversivi neofascisti, che attraverso una serie di attentati contro civili inermi volevano ingenerare un diffuso senso di paura e tensione tale da destabilizzare le istituzioni democratiche, per predispore le condizioni per una compressione delle libertà democratiche e giusificare una risposta istituzionale extra ordinem finalizzata a instaurare un regime autocratico e autoritario con lo slogan “a situazioni estreme misure estreme“.
La c.d. “strategia della tensione” iniziò nel pomeriggio di quel venerdì 12 dicembre 1969 alla sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano e proseguì in un disegno più ampio e strutturato in eventi successivi. In quel momento era piena di clienti venuti soprattutto dalla provincia; alle 16:30, mentre gli altri istituti di credito chiudevano, all’interno della filiale c’erano ancora molte persone, l’esplosione avvenne alle 16:37, quando nel grande salone dal tetto a cupola scoppiò un ordigno contenente 7 chili di tritolo, uccidendo 17 persone, delle quali 14 sul colpo, e ferendone altre 88, la diciassettesima vittima morì un anno dopo per problemi di salute legati all’esplosione.
Non fu una sola bomba e un solo attentato ma una serie di attacchi pianificati.
Una seconda bomba fu rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. La borsa fu recuperata ma l’ordigno, che poteva fornire preziosi elementi per l’indagine, fu fatto brillare dagli artificieri la sera stessa.
Una terza bomba esplose a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collegava l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, altre due esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30: una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia. I feriti a Roma furono in tutto 16.
Il contesto storico e politico
La strage di Piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano, non può essere compresa se isolata dal quadro geopolitico e internazionale in cui maturò.
L’Italia occupa da sempre una posizione cruciale nello scacchiere occidentale: Paese membro della NATO, con una collocazione strategica nel Mediterraneo. Nel dopoguerra la bipolarità Est–Ovest, che alimentava la c.d. Guerra Fredda tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti alimentava timori interni e internazionali circa un possibile mutamento degli assetti politici italiani, percepito come destabilizzante per l’ordine atlantico e l’Italia presentava una forte anomalia politica: la presenza del più grande Partito Comunista dell’Europa occidentale, radicato socialmente e potenzialmente capace di incidere sugli equilibri di governo.
Alla fine degli anni Sessanta attraversava una fase di forte conflittualità sociale. Le tensioni sociali del cosiddetto autunno caldo, le lotte operaie e studentesche e l’emergere di nuove forme di partecipazione politica accentuarono tali preoccupazioni e il clima internazionale segnato da una crescente preoccupazione per l’escalation della Guerra Fredda in una guerra atomica costituivano un terreno fertile per forme di destabilizzazione. In questo quadro, la strage di Piazza Fontana si inserì come evento traumatico, destinato a mutare radicalmente la percezione della sicurezza interna.
Subito dopo questa lunga giornata di stragi che colpivano Milano e Roma, ossia il centro econonimo e quello istituzionale dell’Italia, affiorò l’idea di un Governo di salute pubblica, premessa per una involuzione autoritaria per fronteggiare l’insicurezza generalizzata che si stava paventando.
Il presidente del consiglio Mariano Rumor dopo pochi giorni dalla strage, il 15 dicembre, incontrò nella sua casa milanese i segretari della coalizione di governo che si era frantumata qualche mese, il 19 dicembre si riunì la direzione del partito di maggioranza relativa, ma egli prese una posizione netta contro “un Governo sulle bombe“.
Le prime indagini, i depistaggi e la verità giudiziaria
Le indagini vennero orientate inizialmente nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci possibili estremisti; furono fermate per accertamenti circa 80 persone, in particolare alcuni anarchici del Circolo 22 marzo di Roma tra i quali anche Pietro Valpreda, e del Circolo Ponte della Ghisolfa di Milano, tra i quali c’era anche Giuseppe Pinelli. Secondo quanto dichiarato da Antonino Allegra, ai tempi responsabile dell’ufficio politico della questura, alla Commissione stragi, gli arresti erano stati particolarmente numerosi e avevano interessato anche esponenti della destra estrema per evitare che nei giorni seguenti questi individui, ritenuti a rischio, potessero dare vita a manifestazioni o altre azioni pericolose per l’ordine pubblico.
Da Milano il prefetto Libero Mazza, su segnalazione di Federico Umberto D’Amato, direttore dell’Ufficio affari riservati del Viminale, avvisò il Presidente del Consiglio Mariano Rumor che le informazioni orientavano le responsabilità verso “gruppi anarcoidi”. L’informazione si rivelò un depistaggio.
Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, mori il 15 dicembre 1969 precipitando da una finestra della Questura di Milano durante un interrogatorio. La sua morte, definita inizialmente come “malore attivo”, divenne uno dei simboli più controversi di quella stagione e contribuì ad alimentare una profonda sfiducia nei confronti delle autorità.
Successivamente, le inchieste giudiziarie avrebbero progressivamente spostato l’attenzione verso ambienti dell’estrema destra eversiva, facendo emergere una rete complessa di depistaggi, omissioni e interferenze che rallentarono l’accertamento della verità.
L’iter giudiziario relativo alla strage di Piazza Fontana fu lungo e frammentato, con processi celebrati in diverse sedi e conclusioni spesso contraddittorie. Nel 2005 la Corte di Cassazione stabilì definitivamente la responsabilità di esponenti di Ordine Nuovo, pur senza condanne definitive a causa della morte degli imputati o della prescrizione dei reati.
La verità giudiziaria, pur incompleta sul piano sanzionatorio, ha tuttavia chiarito la matrice neofascista dell’attentato, smentendo le accuse inizialmente rivolte agli ambienti anarchici.
Memoria, responsabilità e democrazia
A distanza di oltre cinquant’anni, la strage di Piazza Fontana continua a interrogare la coscienza repubblicana. Essa richiama il rapporto problematico tra sicurezza e libertà, tra ragion di Stato e Stato di diritto, tra contesto internazionale e sovranità democratica.
La memoria di Piazza Fontana non è solo commemorazione delle vittime, ma monito istituzionale: nessuna esigenza geopolitica, nessuna logica di blocco, nessuna emergenza può giustificare la sospensione dei principi costituzionali, la manipolazione della verità o l’uso della violenza come strumento politico.
Ricordare quella strage significa riaffermare che la democrazia è fragile, ma anche che la sua difesa passa dalla trasparenza, dalla responsabilità e dal rifiuto di ogni strategia fondata sulla paura, perché la sicurezza non può mai essere perseguita a scapito della verità, dei diritti fondamentali e della fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

NOTE:
Immagine di copertina RAI – Ufficio Stampa Rai, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=127338236
TERRORISMO RELIGIOSO
22 LUGLIO 2011, UN TERRORISTA CRISTIANO COMMETTE DUE STRAGI IN NORVEGIA
TERRORISMO MAFIOSO
27 LUGLIO 1993: TERRORISMO MAFIOSO A VIA PALESTRO
19 LUGLIO 1992, L’URGENZA DI AMMAZZARE ANCHE PAOLO BORSELLINO
23 MAGGIO 1992, UNA STRAGE PER AMMAZZARE GIOVANNI FALCONE
MISTERI IRRISOLTI
12 MAGGIO 1977, OMICIDIO DI GIORGIANA MASI
TERRORISMO NERO
2 AGOSTO 1980: LA STRAGE DELLA STAZIONE DI BOLOGNA
4 AGOSTO 1974: LA STRAGE DEL TRENO ITALICUS
28 MAGGIO 1974, LA STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA
31 MAGGIO 1972, LA STRAGE DI PETEANO
TERRORISMO ROSSO
17 MAGGIO 1972, OMICIDIO DEL COMMISSARIO LUIGI CALABRESI
ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI
POTERE DI ORDINANZA E GIUDICE AMMINISTRATIVO
LE CELEBRAZIONI E I DUBBI IRRISOLTI SULLA MORTE PIER PAOLO PASOLINI
ZONE ROSSE E SUSSISTENZA DELLA PERICOLOSITA’, UNA CASSAZIONE DIRIMENTE
SUICIDI IN DIVISA: IL MALESSERE CHE NON SI VEDE E IL PESO CHE UCCIDE
Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e no profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2025 by Ethica Societas UPLI onlus.
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0


