ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

Aniconismo islamico, manipolazione simbolica e controllo dello spazio cognitivo nei conflitti contemporanei

Elhem Beddouda

Abstract: Il contributo analizza la distruzione di statue, monumenti e patrimoni artistici da parte di gruppi jihadisti contemporanei, distinguendola dalla più ampia e storicamente complessa tradizione islamica relativa alla rappresentazione figurativa. Episodi come la demolizione dei Buddha di Bamiyan da parte dei Talebani, la devastazione di Palmira da parte dello Stato Islamico e la distruzione di mausolei storici in Mali sono stati spesso interpretati come semplice prosecuzione radicale dell’aniconismo islamico. Tale lettura, tuttavia, risulta riduttiva, poiché trascura la pluralità storica delle culture visive islamiche e la funzione politica, mediatica e cognitiva delle pratiche iconoclaste contemporanee poiché l’iconoclastia jihadista non possa essere spiegata esclusivamente in termini teologici, ma deve essere compresa come strategia di controllo simbolico, cancellazione della memoria e produzione dell’adesione ideologica. La posta in gioco non è dunque la sola eliminazione di oggetti artistici, ma la trasformazione dello spazio cognitivo in territorio di dominio simbolico, nel quale il controllo della memoria diventa parte integrante dei conflitti contemporanei.

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Elhem Beddouda è educatrice professionale, laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi presso l’Università di Parma, con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettive in tema di assistenza religiosa in carcere”. Attualmente è iscritta al corso di laurea in “Global Studies for Sustainable Local and International Development and Cooperation” presso la medesima Università.


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Introduzione

Nel dibattito pubblico occidentale, la distruzione di immagini, statue e siti archeologici da parte di gruppi jihadisti viene spesso interpretata come manifestazione diretta dell’aniconismo islamico. La demolizione dei Buddha di Bamiyan nel 2001, la devastazione di Palmira da parte dello Stato Islamico e la distruzione dei mausolei storici di Timbuctù in Mali sono state frequentemente presentate come espressioni inevitabili di una presunta ostilità intrinseca dell’Islam verso la rappresentazione figurativa. Tale narrazione, tuttavia, è riduttiva e rischia di produrre una lettura culturalmente semplificata del fenomeno poiché la tradizione islamica relativa alle immagini è infatti plurale, storicamente situata e attraversata da distinzioni fondamentali tra aniconismo, anti-idolatria e iconoclastia. L’aniconismo indica la tendenza a evitare rappresentazioni figurative, soprattutto in contesti cultuali; l’anti-idolatria riguarda la critica del culto delle immagini; l’iconoclastia, invece, implica la distruzione materiale o simbolica delle immagini stesse. Confondere questi tre piani significa oscurare la complessità storica dell’Islam e attribuire alla religione in quanto tale pratiche che appartengono, in realtà, a specifiche strategie politico-ideologiche contemporanee (Flood, 2002; Grabar, 1989; Noyes, 2013).

Nel corso dei secoli, il mondo islamico ha prodotto miniature, decorazioni figurative, architetture monumentali, manoscritti illustrati, pitture di corte e forme artistiche estremamente sofisticate. Pur in presenza di un dibattito giuridico e teologico sulla liceità delle immagini, tale dibattito non ha mai dato luogo a una posizione unica, uniforme e valida per ogni contesto storico, geografico e confessionale. Le culture visive islamiche hanno conosciuto limitazioni, cautele e proibizioni, ma anche ampi spazi di produzione figurativa, soprattutto in ambito non cultuale, scientifico, letterario e politico (Nasr, 1987; Flood, 2002).

La questione centrale diventa quindi un’altra: la distruzione contemporanea delle immagini da parte dei gruppi jihadisti rappresenta davvero una continuità teologica lineare con la tradizione islamica oppure costituisce una strategia politica, mediatica e cognitiva profondamente moderna? In realtà l’iconoclastia jihadista contemporanea non può essere compresa unicamente come fenomeno religioso, ma deve essere analizzata come pratica di controllo simbolico, costruzione propagandistica e guerra cognitiva e quindi la distruzione del patrimonio artistico assume una funzione performativa: non si limita a eliminare oggetti materiali, ma produce effetti psicologici, identitari, politici e mediatici.

La cancellazione delle immagini diventa così cancellazione della memoria, della pluralità storica e della capacità critica e la violenza simbolica non agisce soltanto sugli spazi fisici, ma sulla struttura cognitiva delle società, perché interviene su ciò che una comunità può ricordare, immaginare e riconoscere come parte della propria storia (Assmann, 1997; Gamboni, 1997).

Immagini e rappresentazione nella tradizione islamica

Per comprendere il fenomeno contemporaneo è necessario distinguere la tradizione islamica classica dalle pratiche estremiste moderne. La questione della rappresentazione figurativa nell’Islam ha assunto nel tempo forme differenti, influenzate da contesti storici, scuole giuridiche, dinamiche politiche e pratiche devozionali. Alcuni hadith attribuiti al Profeta Muḥammad criticano i produttori di immagini, soprattutto in relazione al rischio idolatrico, tuttavia la ricezione giuridica e culturale di tali tradizioni è stata storicamente plurale e non può essere ridotta a un divieto uniforme della rappresentazione figurativa.

Il problema centrale, nella riflessione islamica classica, non era sempre l’immagine in sé, ma il rischio che essa potesse diventare oggetto di culto, sostituendosi alla trascendenza divina e per questo motivo le restrizioni risultarono particolarmente intense nei contesti sacri, nelle moschee e negli spazi liturgici, mentre furono più variabili in ambiti palatini, letterari, scientifici e decorativi. La produzione di miniature persiane, pitture ottomane, illustrazioni scientifiche e rappresentazioni figurative in manoscritti letterari mostra chiaramente che il rapporto islamico con l’immagine non può essere interpretato come semplice rifiuto della visualità (Grabar, 1989; Nasr, 1987).

La civiltà islamica classica ha inoltre custodito, tradotto e rielaborato patrimoni culturali provenienti dalla Grecia, dalla Persia e dall’India, soprattutto attraverso il movimento di traduzione abbaside e le grandi tradizioni scientifiche, filosofiche e artistiche del mondo islamico medievale. Tale dato è importante perché mostra come l’Islam storico non possa essere ridotto a una logica di cancellazione della memoria preesistente. Al contrario, molte società islamiche hanno funzionato come spazi di mediazione, trasmissione e rielaborazione culturale.

I gruppi jihadisti contemporanei operano invece in una logica differente: la distruzione delle immagini non serve soltanto a evitare il culto idolatrico, ma a produrre un ordine simbolico totalizzante nel quale ogni memoria alternativa deve essere eliminata. Qui l’iconoclastia non è più soltanto una pratica religiosa di purificazione dello spazio sacro, ma diventa una tecnologia politica della memoria che seleziona ciò che può essere ricordato e distrugge ciò che deve essere rimosso, imponendo un monopolio ideologico del senso.

Dalla distruzione materiale alla performance mediatica

La distruzione del patrimonio artistico da parte dei movimenti estremisti contemporanei possiede una forte dimensione mediatica in quanto le demolizioni non vengono semplicemente compiute ma vengono filmate, diffuse, montate e trasformate in contenuti propagandistici. Nel caso dello Stato Islamico, i video della distruzione di statue, musei e siti archeologici sono stati costruiti attraverso tecniche audiovisive sofisticate, con montaggio dinamico, colonna sonora, simbolismo visivo e narrazione eroica quindi l’atto iconoclasta diventa spettacolo globale e si inserisce in una più ampia dottrina della comunicazione jihadista (Winter, 2017).

Questa dimensione performativa è fondamentale considerato che il bersaglio reale non è soltanto l’oggetto artistico, che ne è un mezzo, ma sostanzialmente l’obiettivo finale è l’immaginario collettivo. Distruggere un monumento significa dimostrare potere sulla memoria storica e sulla continuità culturale. La distruzione di Palmira da parte dello Stato Islamico, come la demolizione dei Buddha di Bamiyan da parte dei Talebani, non ha avuto soltanto un significato locale, ma ha prodotto un effetto globale, perché ha colpito simboli riconosciuti come patrimonio dell’umanità e per questo il gesto distruttivo è stato pensato per essere visto, condiviso, discusso, temuto e ricordato (Harmanşah, 2015; Kila & Zeidler, 2013).

Da un punto di vista sociologico e antropologico, tali pratiche possono essere interpretate come forme di violenza simbolica distruttiva. Il gruppo estremista si presenta come soggetto capace di riscrivere il passato e ridefinire ciò che merita di essere ricordato e per questo scopo la distruzione diventa linguaggio politico, perché comunica la capacità di rompere con la storia precedente, il monopolio interpretativo del sacro, la subordinazione della memoria collettiva all’ideologia del gruppo e la produzione simultanea di paura e fascinazione.

In questo senso, l’iconoclastia jihadista contemporanea assomiglia meno a una disputa teologica medievale e più a una moderna strategia di comunicazione politica in quanto non distrugge soltanto per cancellare, ma distrugge per produrre immagini della distruzione. L’atto iconoclasta diventa esso stesso immagine, cioè contenuto mediatico destinato a circolare nello spazio digitale globale, e la distruzione dell’immagine genera una nuova immagine, più violenta, più virale e più funzionale alla propaganda.

Cancellazione della memoria e dominio simbolico

Il riferimento alla “cancel culture”, quando applicato ai gruppi jihadisti, richiede particolare cautela concettuale poiché nelle società occidentali contemporanee, l’espressione indica generalmente processi di delegittimazione pubblica, esclusione simbolica o contestazione di figure, opere e discorsi ritenuti incompatibili con nuove sensibilità culturali. Nel caso jihadista, tuttavia, siamo davanti a un fenomeno radicalmente diverso: non una dinamica discorsiva di esclusione reputazionale, ma una pratica violenta, militarizzata e totalizzante di cancellazione fisica e cognitiva e quindi è più corretto parlare di cancellazione della memoria, evitando un’equiparazione impropria tra fenomeni occidentali di delegittimazione simbolica e distruzione terroristica del patrimonio culturale.

La cancellazione jihadista riguarda diversi livelli: sul piano artistico, si manifesta nella distruzione di statue, monumenti e patrimoni storici; sul piano storico, mira a eliminare memorie collettive incompatibili con la narrazione estremista; sul piano identitario, sopprime la pluralità religiosa, etnica e culturale; sul piano cognitivo, riduce la capacità critica attraverso il controllo delle narrazioni e la semplificazione radicale del mondo.

Proprio l’implicazione sul piano cognitivo è particolarmente rilevante, poiché la distruzione simbolica non mira soltanto a eliminare oggetti, ma a trasformare il modo in cui le persone percepiscono la realtà. Il patrimonio culturale non è soltanto un insieme di beni materiali, ma una struttura narrativa attraverso cui le comunità comprendono la propria storia e quindi colpire tale patrimonio significa colpire la possibilità stessa di una memoria plurale (Assmann, 1997; Gamboni, 1997).

La guerra contemporanea non si limita al controllo territoriale ma una parte crescente dei conflitti si estende al controllo dell’attenzione, delle emozioni e delle interpretazioni, quindi la distruzione delle immagini diventa un atto di governo dell’immaginario che non elimina soltanto una statua o un sito archeologico, ma cerca di imporre una nuova geografia mentale, nella quale il passato deve essere purificato, il presente militarizzato e il futuro assorbito dall’ideologia.

Cognitive warfare e produzione dell’adesione ideologica

Negli studi strategici contemporanei, il concetto di guerra cognitiva descrive l’insieme delle operazioni orientate a influenzare percezioni, credenze, emozioni e comportamenti collettivi. Diversamente dalla propaganda tradizionale, la guerra cognitiva non mira soltanto a trasmettere un messaggio, ma a modificare i processi attraverso cui gli individui interpretano il mondo, quindi opera sul piano dell’attenzione, dell’identità, della fiducia e della capacità di giudizio (Claverie & du Cluzel, 2022; NATO ACT, 2020).

I gruppi jihadisti contemporanei hanno dimostrato una notevole capacità di utilizzare strumenti cognitivi sofisticati: internet e i social media hanno permesso loro di trasformare la propaganda in esperienza immersiva e i contenuti prodotti non si limitano a trasmettere messaggi ideologici, ma costruiscono identità collettive, sentimenti di appartenenza, narrazioni eroiche, rappresentazioni semplificate del conflitto, polarizzazione emotiva ed estetizzazione della violenza (Winter, 2017; Berger & Morgan, 2015).

La distruzione delle immagini si inserisce in questo quadro come gesto altamente simbolico che produce shock visivo, amplificazione mediatica e senso di irreversibilità. Il messaggio implicito è che il gruppo estremista possieda il potere di ridefinire la realtà stessa e la distruzione di un sito storico non dice soltanto “questo oggetto non deve esistere”; dice anche “noi decidiamo cosa può esistere, cosa può essere ricordato e cosa deve essere cancellato”.

La guerra cognitiva non agisce soltanto attraverso la paura, ma anche mediante il fascino identitario, infatti molti processi di radicalizzazione contemporanea non avvengono tramite coercizione diretta, bensì attraverso forme indirette di attrazione, identificazione e adesione simbolica. La propaganda jihadista offre appartenenza, significato, ruolo, purezza morale e una narrazione semplificata della complessità sociale risultando, quindi, particolarmente efficace nei confronti di soggetti esposti a marginalità, crisi identitaria, frustrazione sociale o ricerca di senso (Roy, 2009; Kepel, 2004).

Reclutamento digitale e seduzione simbolica

Contrariamente all’immagine esclusivamente militare del jihadismo, numerosi studi mostrano che il reclutamento contemporaneo opera spesso attraverso dinamiche emotive, estetiche e simboliche. I gruppi estremisti producono contenuti capaci di offrire senso di appartenenza, identità forte, semplificazione morale del mondo, promessa di significato, comunità simbolica ed eroizzazione della marginalità.

La propaganda digitale contemporanea utilizza tecniche visive, linguistiche e psicologiche sempre più adattive, video brevi, immagini ad alto impatto emotivo, narrazioni cinematografiche, testi motivazionali e contenuti virali contribuiscono a creare un ecosistema emotivo nel quale il soggetto viene progressivamente immerso. La guerra cognitiva agisce qui come infrastruttura invisibile: non si tratta semplicemente di convincere razionalmente, ma di modellare l’immaginario e rendere desiderabile una nuova appartenenza (Castells, 2017; Winter, 2017).

La distruzione di statue e immagini assume allora una funzione rituale: comunica la rottura con il passato e la possibilità di accedere a una nuova identità purificata. In termini antropologici, il gruppo estremista si presenta come produttore di una rinascita simbolica ottenuta attraverso la cancellazione della complessità storica e l’atto distruttivo diventa rito di passaggio: chi vi assiste, lo condivide o lo approva viene simbolicamente incluso in una comunità fondata sulla separazione radicale tra puro e impuro, credente e nemico, ordine e contaminazione.

Questa dinamica consente di comprendere perché la distruzione del patrimonio culturale sia così rilevante nella propaganda jihadista e che non costituisca un gesto secondario rispetto alla guerra armata, ma parte della costruzione di un mondo ideologico, poiché distruggere significa insegnare a vedere il mondo secondo una grammatica binaria: ciò che appartiene al gruppo deve vivere, ciò che testimonia pluralità deve scomparire.

L’estetica della purezza e la semplificazione del mondo

Uno degli elementi più importanti della propaganda estremista è la costruzione di un’estetica della purezza. La complessità storica viene percepita come contaminazione; la pluralità culturale come minaccia; la memoria stratificata come deviazione e quindi la distruzione delle immagini assume valore catartico in quatno l’eliminazione di monumenti, opere artistiche o simboli del passato significa costruire l’illusione di un ritorno a un’origine incontaminata.

Tale dinamica non appartiene esclusivamente ai gruppi jihadisti ma molti movimenti totalitari moderni hanno cercato di controllare l’arte, riscrivere la storia e purificare simbolicamente lo spazio pubblico, perché la pluralità del passato rappresenta una minaccia per ogni ideologia che pretenda di possedere il monopolio della verità (Foucault, 2008; Gray, 2004).

La specificità contemporanea risiede tuttavia nell’integrazione tra iconoclastia fisica e infrastruttura digitale globale che consente alla distruzione di non restare nell’ambito locale ma di essere immediatamente trasformata in contenuto mediatico transnazionale amplificato dalla rete che porta a una dimensione globale la portata cognitiva dell’atto simbolico. Un monumento distrutto in Siria, in Afghanistan o in Mali diventa simultaneamente evento mondiale, oggetto di indignazione, strumento di reclutamento e prova visiva della potenza distruttiva del gruppo.

L’estetica della purezza funziona come semplificazione violenta del mondo che elimina ambiguità, ibridazioni, eredità culturali miste, stratificazioni storiche e pluralità interpretative. Il passato viene ridotto a ciò che conferma l’ideologia e tutto il resto viene condannato alla distruzione.

La memoria culturale come spazio di resistenza

Di fronte a queste dinamiche, la questione del patrimonio culturale assume una dimensione politica e antropologica decisiva nella quale i monumenti, le opere artistiche e i siti storici non rappresentano soltanto oggetti estetici, ma archivi viventi della memoria collettiva. Distruggere tali simboli significa colpire la continuità narrativa di una comunità e privarla di strumenti attraverso cui pensare la propria identità.

La riflessione islamica classica sulle immagini, pur nella sua complessità, non mirava necessariamente alla cancellazione della memoria storica o della pluralità culturale, viceversa l’iconoclastia jihadista contemporanea opera come progetto di monopolizzazione del senso. Per questo motivo, difendere il patrimonio culturale significa oggi difendere anche la pluralità cognitiva.

La memoria diventa spazio di resistenza contro le logiche totalizzanti della guerra simbolica, conservare, restaurare, documentare e trasmettere il patrimonio non significa soltanto proteggere beni materiali, ma mantenere aperta la possibilità di una storia plurale e la tutela del patrimonio culturale è anche tutela della libertà interpretativa che impedisce che il passato venga ridotto a materia grezza nelle mani di chi vuole riscriverlo secondo una logica di dominio (Kila & Zeidler, 2013; Assmann, 1997).

La risposta alla distruzione non può limitarsi alla ricostruzione materiale ma deve includere educazione storica, alfabetizzazione culturale, accesso pubblico alla memoria, documentazione digitale e rafforzamento delle comunità locali. Ogni sito distrutto chiede non solo restauro, ma restituzione di senso.

Oltre il paradigma securitario

Molte risposte istituzionali al jihadismo contemporaneo si concentrano prevalentemente sulla sicurezza militare, sul controllo territoriale e sulla repressione penale, Tali approcci sono necessari, ma rischiano di sottovalutare la dimensione cognitiva del fenomeno poiché la radicalizzazione contemporanea non si sviluppa esclusivamente in campi di addestramento o reti clandestine, ma anche negli ecosistemi digitali, nei processi identitari e nelle crisi simboliche delle società contemporanee.

Affrontare la guerra cognitiva richiede quindi strumenti differenti: alfabetizzazione mediatica, educazione critica, protezione della pluralità culturale, produzione di contro-narrazioni credibili, rafforzamento delle comunità sociali e valorizzazione della memoria storica. Non basta oscurare contenuti o perseguire reti radicali, occorre comprendere perché certi contenuti risultino attrattivi, quali bisogni simbolici intercettino e quali vuoti identitari pretendano di colmare (Roy, 2009; Sunstein, 2017).

La lotta contro l’estremismo non può ridursi alla neutralizzazione fisica dei gruppi armati poiché uUna risposta esclusivamente securitaria rischia di combattere gli effetti senza comprendere le condizioni culturali, sociali e cognitive che rendono possibile la radicalizzazione.

La prevenzione, in questa prospettiva, non è soltanto controllo, ma costruzione di alternative simboliche e di appartenenze non violente, narrazioni non totalizzanti, comunità inclusive e strumenti critici capaci di resistere alla seduzione della semplificazione estremista.

Conclusione

La distruzione delle immagini e delle statue da parte dei gruppi jihadisti contemporanei non può essere interpretata semplicemente come prosecuzione lineare dell’aniconismo islamico classico ma piuttosto come una strategia politica, simbolica e cognitiva profondamente moderna.

L’iconoclastia contemporanea agisce come tecnologia del potere: distrugge memorie, semplifica identità, controlla narrazioni e produce adesione emotiva.

La guerra cognitiva emerge come uno degli strumenti centrali dei conflitti contemporanei dove le guerre non si combattono soltanto con le armi, ma anche mediante la capacità di modellare percezioni, emozioni e strutture cognitive. La cancellazione dell’immagine si trasforma così in cancellazione della complessità.

Comprendere questa trasformazione è essenziale per evitare semplificazioni orientaliste che riducono il fenomeno alla religione islamica in quanto tale poihcé la questione centrale non è il rapporto dell’Islam con l’arte, bensì il modo in cui i movimenti estremisti utilizzano simboli religiosi all’interno di strategie moderne di controllo cognitivo.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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