Dalla neutralità tecnologica alla militarizzazione dell’IA: il ruolo delle piattaforme digitali nella ridefinizione geopolitica dell’Occidente

Abstract: “The Techological Republic” (La Repubblica Tecnologica) è il titolo del post che, in realtà, rappresenta un vero e proprio manifesto politico redatto dalla leadership della società statunitense “Palantir”. Obiettivo del documento, almeno sullo sfondo, è il ribadire un concetto quasi ovvio: la Cybersicurezza e la potenza tecnologica esprimibile dalle società che operano nel settore, oggi, rappresentano sempre più un assett per la comunità e, come tale, deve essere considerato dallo Stato che le ospita. Sebbene il post in origine sia apparso sui social, il dibattito è poi esploso su tutti i media verso l’ultimo scampolo del mese di Aprile, proprio attorno a quei 22 punti programmatici scritti dal CEO di Palantir, Alex Karp, e dal suo capo degli affari aziendali, Nicholas Zamiska.
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Il significato del manifesto: tecnologia, potere e responsabilità occidentale
Il documento pubblicato da Palantir Technologies il 18 aprile, attraverso il proprio account aziendale sulla piattaforma X, si è rapidamente imposto come un testo programmatico destinato a superare i confini della comunicazione d’impresa. La sua ricezione pubblica, anche nel dibattito italiano, ha mostrato come esso non venga percepito soltanto come una dichiarazione di principio aziendale, ma come un manifesto politico-tecnologico, collocato al centro di una riflessione più ampia sul ruolo delle Big Tech nella sicurezza internazionale, nella difesa dell’Occidente e nella trasformazione dei rapporti tra tecnologia, guerra e democrazia.
Il punto più rilevante del documento non è la semplice rivendicazione dell’importanza dell’intelligenza artificiale, ormai acquisita nel dibattito pubblico, ma il superamento esplicito dell’idea di neutralità tecnologica. Palantir sembra affermare che le imprese high tech non possano più limitarsi a produrre strumenti, infrastrutture e piattaforme da mettere indifferentemente a disposizione del mercato globale, perché la tecnologia, nel nuovo scenario geopolitico, è già parte del conflitto. Essa non è esterna alla competizione tra potenze, ma ne costituisce uno dei principali campi di esercizio.
Da questa prospettiva emerge una tesi forte: la Silicon Valley avrebbe un debito morale nei confronti degli Stati Uniti e, più in generale, nei confronti dell’ordine politico occidentale che ne ha reso possibile l’ascesa economica, culturale e tecnologica. Secondo questa impostazione, l’industria digitale non sarebbe un soggetto neutrale, ma il prodotto storico di un ecosistema istituzionale fondato su libertà economica, protezione giuridica, ricerca pubblica, investimenti militari, mercato dei capitali e supremazia strategica americana. Se questo è vero, allora le Big Tech non potrebbero sottrarsi alla difesa di quell’ordine senza cadere in una forma di irresponsabilità politica.
Il manifesto di Palantir, letto in questa chiave, non si limita dunque a chiedere maggiore collaborazione tra imprese tecnologiche e apparati statali, ma propone una vera e propria ridefinizione del ruolo dell’industria digitale nell’architettura della potenza occidentale. La tecnologia non viene più rappresentata come spazio autonomo, cosmopolita e post-politico, ma come infrastruttura della sovranità, della deterrenza e della sopravvivenza strategica.
La fine della neutralità tecnologica
Uno dei nuclei più significativi del manifesto consiste nella contestazione della neutralità tecnologica. Per lungo tempo una parte rilevante della cultura digitale occidentale ha coltivato l’idea che l’innovazione potesse svilupparsi al di sopra delle appartenenze geopolitiche, come forza globale capace di connettere individui, mercati e conoscenze oltre i confini degli Stati. Questa visione, tuttavia, appare sempre meno sostenibile in un contesto segnato da guerra ibrida, cyber-conflitti, competizione industriale, controllo dei dati, infrastrutture critiche e uso militare dell’intelligenza artificiale.
Palantir assume una posizione radicalmente diversa: se la tecnologia è già terreno di conflitto, allora non scegliere equivale comunque a scegliere. La neutralità, in questa prospettiva, non sarebbe prudenza etica, ma rimozione della responsabilità. L’impresa tecnologica che si dichiara neutrale rispetto ai conflitti globali finirebbe per ignorare il fatto che i propri strumenti possono essere utilizzati da potenze autoritarie, apparati ostili o soggetti capaci di minacciare le democrazie liberali.
Questa impostazione si colloca in tensione con altre posizioni emerse nel dibattito sull’IA, nelle quali alcuni operatori del settore hanno rivendicato limiti etici all’impiego dei propri sistemi in ambito militare o in progettualità del Pentagono. La frattura è significativa: da un lato, una linea che considera la prudenza etica come condizione di responsabilità; dall’altro, una linea che considera il rifiuto dell’impiego strategico della tecnologia come una forma di disarmo unilaterale dell’Occidente.
Il nodo non è secondario. Esso riguarda il modo in cui le società democratiche intendono governare l’intelligenza artificiale quando questa non è più soltanto strumento di produttività, automazione o conoscenza, ma diventa elemento di superiorità militare, sorveglianza, previsione delle minacce e decisione strategica. In tale quadro, la domanda non è più se l’IA entrerà nei conflitti, ma quale ordine politico ne orienterà l’uso.
Dal soft power all’hard power tecnologico
Il manifesto di Palantir sembra segnare il passaggio da una concezione diplomatica e culturale del potere a una concezione tecnologico-militare della deterrenza. Il soft power, inteso come capacità di attrarre, persuadere e legittimare attraverso valori, cultura e istituzioni, viene considerato insufficiente di fronte alla durezza del nuovo scenario globale. Al suo posto, o quantomeno accanto ad esso, viene esaltata una forma di hard power tecnologico, nella quale l’intelligenza artificiale diventa strumento di protezione, anticipazione e dominio informativo.
La tesi implicita è che le democrazie non possano più difendersi soltanto attraverso la superiorità morale dei propri principi, ma debbano dotarsi di una superiorità tecnica capace di tradurre quei principi in capacità operativa. La protezione dell’Occidente, in questa visione, non dipenderebbe più soltanto da alleanze, trattati, eserciti convenzionali e deterrenza nucleare, ma dalla capacità di sviluppare, controllare e impiegare sistemi di IA più avanzati rispetto a quelli dei competitori strategici.
È in questo punto che il manifesto assume una valenza geopolitica netta. L’era atomica, secondo la logica attribuita ad Alex Karp, sarebbe stata sostituita dall’era dell’intelligenza artificiale. La deterrenza non si fonderebbe più soltanto sulla minaccia della distruzione fisica, ma sulla capacità di prevedere, classificare, colpire, coordinare e neutralizzare minacce attraverso sistemi computazionali avanzati. Il potere non risiede più soltanto nell’arsenale, ma nell’algoritmo che decide come, quando e dove impiegarlo.
Questa trasformazione comporta un mutamento profondo della grammatica della sicurezza. Il soldato, il decisore politico e l’apparato militare vengono integrati in un ecosistema tecnico nel quale la velocità dell’informazione diventa parte della forza. La guerra non è più soltanto combattuta sul terreno, ma dentro architetture di dati, modelli predittivi, sistemi di targeting, infrastrutture cloud, reti satellitari e piattaforme di comando.
Intelligenza artificiale, battaglia e anticipazione della minaccia
Il concetto che emerge con maggiore forza dal manifesto è l’inevitabilità dell’impiego dell’intelligenza artificiale in ambito bellico. Il problema, secondo questa prospettiva, non sarebbe stabilire se l’IA verrà utilizzata nei conflitti, perché ciò starebbe già accadendo o comunque sarebbe destinato ad accadere; il problema sarebbe decidere chi la controllerà, con quali finalità e con quale vantaggio strategico.
Per Palantir, l’Occidente deve arrivare per primo. Questa affermazione implica una logica di accelerazione: se la competizione tecnologica è anche competizione militare, rallentare per ragioni etiche può apparire, agli occhi dei sostenitori di questa impostazione, come una forma di vulnerabilità. L’innovazione non viene più valutata soltanto in base al suo impatto sociale, ma in base alla sua capacità di produrre vantaggio strategico prima che lo facciano gli avversari.
Da qui deriva l’idea che, se un soldato ha bisogno di una determinata tecnologia per operare in condizioni di maggiore sicurezza ed efficacia, l’industria high tech debba rispondere. Il debito morale della Silicon Valley verso il sistema occidentale si tradurrebbe così in un dovere di supporto alla difesa, non episodico né condizionato, ma strutturale. La tecnologia diventa parte della catena della protezione collettiva.
Tuttavia, proprio questa impostazione apre interrogativi decisivi. Se l’intelligenza artificiale viene presentata come strumento per anticipare le minacce, occorre chiedersi chi definisca la minaccia, con quali criteri, attraverso quali dati e con quali possibilità di controllo democratico. L’anticipazione, infatti, può essere strumento di prevenzione, ma anche dispositivo di sorveglianza, profilazione e intervento preventivo su condotte non ancora realizzate. Il confine tra sicurezza e controllo diventa, in questo scenario, particolarmente fragile.
Sicurezza urbana, privacy e sorveglianza predittiva
Il manifesto sembra estendere la logica della deterrenza tecnologica anche al campo della sicurezza urbana. L’IA non sarebbe destinata soltanto ai teatri di guerra, ma anche alla protezione delle città, alla prevenzione dei rischi, alla gestione delle emergenze e all’anticipazione di fenomeni criminali o destabilizzanti. In questo passaggio la tecnologia militare e quella civile tendono a sovrapporsi, producendo una zona ibrida nella quale strumenti nati per la difesa possono essere adattati al governo degli spazi urbani.
Questa prospettiva è particolarmente delicata. Da un lato, l’utilizzo dell’IA nella sicurezza urbana può migliorare la capacità di analisi, coordinamento e risposta delle istituzioni. Dall’altro, può determinare un ampliamento significativo dei poteri di sorveglianza, soprattutto quando l’efficienza tecnologica viene utilizzata come argomento per comprimere privacy, garanzie procedurali e limiti al trattamento dei dati personali.
La questione non è se la sicurezza urbana debba avvalersi di strumenti tecnologici avanzati, ma quale equilibrio debba essere costruito tra prevenzione, libertà individuale e controllo pubblico. Una società democratica non può rinunciare a proteggere i cittadini, ma non può neppure accettare che la protezione diventi il nome nobile di una sorveglianza permanente. È qui che il manifesto di Palantir sollecita una domanda politica fondamentale: fino a che punto la promessa di sicurezza può legittimare l’espansione dell’infrastruttura algoritmica dello Stato?
La risposta non può essere affidata soltanto alle imprese che progettano i sistemi, né soltanto agli apparati che li utilizzano. Essa richiede regole pubbliche, trasparenza, valutazione indipendente, responsabilità istituzionale e un controllo democratico effettivo. Senza questi elementi, la deterrenza tecnologica rischia di trasformarsi in una forma di governo opaco delle condotte.
Geopolitica della tecnosocietà
Il manifesto di Palantir non si limita a discutere l’uso militare dell’intelligenza artificiale, ma propone una lettura più ampia dell’ordine globale. La prospettiva è chiaramente collocata dentro una competizione sistemica, nella quale la Cina rappresenta il principale riferimento antagonista, esplicito o implicito. L’ordine nato nel secondo dopoguerra appare, in questa visione, ormai insufficiente a governare la nuova distribuzione del potere tecnologico, industriale e militare.
La tecnosocietà contemporanea non è più un ambiente neutrale nel quale la tecnologia accompagna lo sviluppo sociale, ma il luogo in cui si ridefiniscono sovranità, dipendenza, libertà e capacità di decisione. I confini da difendere non sono più soltanto territoriali, ma anche digitali, cognitivi, infrastrutturali e informativi. Chi controlla dati, modelli, piattaforme e capacità computazionale non controlla soltanto strumenti economici, ma quote crescenti della realtà sociale.
In questa prospettiva, il manifesto spinge verso una politica di potenza tecnologica. L’Occidente non dovrebbe limitarsi a difendere i propri valori sul piano dichiarativo, ma dovrebbe costruire la superiorità tecnica necessaria a renderli effettivi. La critica implicita è rivolta a un pacifismo percepito come ingenuo, incapace di comprendere che le democrazie possono essere difese solo se dotate di strumenti adeguati alla durezza del conflitto contemporaneo.
Tuttavia, proprio qui si apre la contraddizione più profonda. Se la difesa della democrazia richiede strumenti sempre più invasivi, opachi e militarizzati, occorre domandarsi quale democrazia venga effettivamente difesa. Il rischio è che, nel tentativo di proteggere l’ordine liberale, si finisca per modificarne dall’interno i presupposti: limiti al potere, tutela della persona, controllo giurisdizionale, trasparenza amministrativa e responsabilità politica.
Il paradosso olivettiano: funzione sociale della tecnologia e mercato globale
Osservato da un punto di vista italiano, il manifesto di Palantir consente anche una riflessione ulteriore. In modo paradossale, esso sembra richiamare un’idea che fu centrale nella visione di Adriano Olivetti: l’industria e la tecnologia non possono essere separate dalla loro funzione sociale. L’impresa non è soltanto luogo di produzione e profitto, ma soggetto inserito in una comunità, chiamato a produrre effetti culturali, civili e istituzionali.
La distanza, tuttavia, è evidente. In Olivetti, la funzione sociale della tecnologia era orientata alla costruzione di comunità, alla dignità del lavoro, all’equilibrio tra produzione, cultura e territorio. Nel manifesto di Palantir, la funzione sociale della tecnologia appare invece declinata in termini di potenza, difesa, sicurezza e competizione geopolitica. In entrambi i casi, la tecnologia non è neutrale; ma il fine verso cui viene orientata cambia radicalmente.
Questo confronto aiuta a comprendere il punto critico: la fine della neutralità tecnologica non conduce automaticamente a una tecnologia più democratica o più umana. Può condurre a un’industria responsabile verso la comunità, ma può anche condurre a un’industria sempre più integrata nei dispositivi di potenza. La questione non è soltanto riconoscere che la tecnologia ha una funzione sociale, ma stabilire quale società essa debba servire.
In questo senso, il manifesto di Palantir mette in crisi anche il modello europeo e italiano, spesso incapace di trattenere competenze scientifiche, valorizzare ricerca avanzata e costruire un rapporto maturo tra pubblico e privato. La fuga dei cervelli, la debolezza degli investimenti strategici e la distanza tra sistema universitario, industria e amministrazione pubblica rendono l’Europa più dipendente dalle piattaforme tecnologiche prodotte altrove, proprio mentre il potere globale si sposta verso chi controlla l’infrastruttura digitale.
Tecnofeudalesimo o sovranità digitale?
Una delle letture più critiche del manifesto è quella che vi intravede l’origine di un nuovo tecnofeudalesimo. L’espressione è forte, ma coglie un problema reale: la concentrazione del potere tecnologico in poche grandi imprese private, capaci di fornire agli Stati strumenti essenziali per sicurezza, difesa, intelligence, gestione dei dati e controllo delle infrastrutture critiche. In questo scenario, la sovranità pubblica rischia di dipendere da architetture progettate, possedute e aggiornate da soggetti privati.
La questione non riguarda soltanto il mercato, ma la struttura stessa del potere. Se gli Stati non dispongono internamente delle competenze, delle piattaforme e delle capacità computazionali necessarie, finiscono per acquistare sovranità sotto forma di servizio. Il rischio è che la decisione politica resti formalmente pubblica, ma materialmente vincolata da sistemi tecnici opachi, proprietari e difficilmente controllabili.
Il tecnofeudalesimo non sarebbe, dunque, il ritorno a un passato medievale, ma una nuova forma di dipendenza: non più fondata sulla terra, ma sui dati; non più sulla fedeltà personale, ma sull’accesso alle infrastrutture; non più sulla rendita agraria, ma sulla rendita computazionale. In questa prospettiva, il manifesto di Palantir può essere letto sia come dichiarazione di responsabilità occidentale, sia come affermazione del ruolo politico delle piattaforme private nella governance globale.
La risposta democratica non può consistere nel rifiuto della tecnologia, perché ciò significherebbe consegnare il campo ad altri attori. Deve invece consistere nella costruzione di sovranità digitale, capacità pubblica di valutazione, regole trasparenti, limiti all’impiego, audit indipendenti e responsabilità giuridica. La tecnologia può servire la democrazia solo se resta sottoposta a un ordine democratico; quando accade il contrario, la democrazia rischia di diventare dipendente dalla tecnologia che pretende di governare.
Conclusione: il debito morale delle Big Tech e il limite democratico
Il manifesto di Palantir ha il merito di porre con chiarezza una questione che il dibattito pubblico spesso preferisce eludere: le tecnologie digitali non sono più strumenti neutrali collocati ai margini della politica, ma infrastrutture centrali della sicurezza, della guerra, dell’economia e della vita sociale. L’intelligenza artificiale, in particolare, non può essere compresa soltanto come innovazione produttiva o assistente cognitivo, perché essa entra sempre più nei processi decisionali, nella previsione delle minacce, nell’organizzazione militare e nella gestione degli spazi pubblici.
La tesi di Palantir, secondo cui le Big Tech avrebbero un debito morale verso l’Occidente, è potente ma ambivalente. Da un lato, richiama l’industria tecnologica alla responsabilità storica e politica; dall’altro, rischia di trasformare tale responsabilità in adesione incondizionata alla logica della potenza. Difendere le democrazie non significa soltanto dotarle di strumenti più forti, ma anche preservare i limiti che le rendono democratiche.
Il vero nodo, allora, non è scegliere tra tecnologia e sicurezza, né tra etica e difesa. Il nodo è costruire una forma di potere tecnologico che sia efficace senza diventare illimitato, capace di proteggere senza trasformarsi in sorveglianza totale, integrato nella difesa senza sottrarsi al controllo democratico.
Il manifesto di Palantir annuncia una nuova fase della tecnosocietà: quella in cui le piattaforme digitali non chiedono più soltanto spazio nel mercato, ma rivendicano un ruolo nell’ordine geopolitico. È una trasformazione che non può essere liquidata con entusiasmo o paura. Deve essere compresa, regolata e discussa pubblicamente, perché il futuro dell’Occidente non dipenderà soltanto da chi controllerà l’intelligenza artificiale, ma da quali limiti saprà imporre al proprio stesso potere.

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