Dal precariato globale alla sicurezza economica: il lavoro nella nuova geografia del potere

Abstract: Il 1° maggio, storicamente nato come esito delle lotte operaie per la riduzione del tempo di lavoro nella fase di industrializzazione fordista, rappresenta oggi un dispositivo simbolico sempre meno sincronizzato con le trasformazioni del capitalismo globale. Il contributo analizza la transizione dal paradigma del lavoro industriale al capitalismo delle piattaforme, integrando prospettive di teoria critica, economia politica internazionale e geopolitica del lavoro. Si evidenzia come la crisi della rappresentanza del lavoro si intrecci con la competizione tra modelli di capitalismo politico e con la riconfigurazione multipolare dell’ordine globale, in cui il lavoro diventa variabile strategica nella competizione tra Stati, imprese tecnologiche e sistemi di governance.
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Dalla disciplina del tempo industriale alla crisi della forma-lavoro moderna
La genesi del 1° maggio nel 1889, deliberata dalla Seconda Internazionale socialista in memoria dei fatti di Haymarket del 1886, si colloca all’interno della trasformazione del capitalismo industriale e della costruzione della moderna disciplina del tempo. Come evidenziato da E. P. Thompson, la modernità capitalistica si fonda sulla progressiva astrazione del tempo di lavoro, elemento centrale nella regolazione sociale ed economica.
Max Weber interpreta tale processo come forma di razionalizzazione, in cui il lavoro diventa asse strutturale della modernità occidentale. Tuttavia, questa centralità entra oggi in crisi: la forma-lavoro moderna si disarticola sotto la pressione di nuove dinamiche tecnologiche e globali, segnando un passaggio verso modelli più flessibili, frammentati e meno istituzionalizzati.
Neoliberalismo, globalizzazione e frammentazione della rappresentanza del lavoro
La fase del neoliberalismo ha ridefinito il lavoro attraverso processi di deregolamentazione e finanziarizzazione, producendo una crescente separazione tra economia e società. In questo contesto, la crisi della rappresentanza del lavoro diventa strutturale.
Karl Polanyi aveva già individuato la tensione tra mercato e società, mentre Guy Standing descrive l’emergere di un precariato globale, caratterizzato da instabilità e assenza di diritti consolidati. Saskia Sassen, inoltre, analizza i processi di espulsione sociale, attraverso cui ampie fasce di popolazione vengono marginalizzate dai circuiti produttivi.
Il risultato è una frammentazione sistemica della forza lavoro, che indebolisce le tradizionali forme di organizzazione collettiva e ridefinisce i rapporti di potere.
Capitalismo delle piattaforme e nuova infrastruttura del potere globale
Il passaggio al capitalismo delle piattaforme segna una trasformazione radicale delle modalità di produzione e accumulazione. Le piattaforme digitali operano come nuove infrastrutture del potere economico, organizzando il lavoro attraverso algoritmi e sistemi di gestione decentralizzata.
Nick Srnicek identifica queste piattaforme come centri di estrazione di valore basati sui dati, mentre Shoshana Zuboff evidenzia la nascita di un capitalismo della sorveglianza, fondato sulla predizione e sulla modifica dei comportamenti umani.
In questo scenario, il lavoro perde ulteriormente la sua dimensione contrattuale stabile, diventando fluido, intermittente e spesso invisibile, mentre il controllo si sposta dalle istituzioni tradizionali agli ecosistemi tecnologici.
Lavoro, guerra e riconfigurazione industriale nei processi di sicurezza globale
La riemersione della competizione tra grandi potenze ha riportato il lavoro e la capacità produttiva al centro della sicurezza internazionale. Il conflitto in Ucraina ha accelerato una riconversione industriale orientata verso economie di guerra, evidenziando il legame tra capacità produttiva, energia e sicurezza strategica.
Negli Stati Uniti, politiche industriali espansive mirano al reshoring e alla transizione energetica, mentre la Cina integra industria, tecnologia e sicurezza nazionale in un modello altamente coordinato di capitalismo politico.
In questo contesto, il lavoro assume una funzione strategica: non solo fattore economico, ma infrastruttura critica per la stabilità e la competizione tra blocchi geopolitici.
Geopolitica del lavoro e competizione tra modelli di capitalismo politico
La nozione di interdipendenza armata evidenzia come le reti globali siano diventate strumenti di potere coercitivo. La geopolitica del lavoro emerge così come campo analitico centrale per comprendere le nuove dinamiche globali.
L’Unione Europea si colloca in una posizione intermedia, tra dipendenza tecnologica e aspirazione all’autonomia strategica, mentre Stati Uniti e Cina consolidano modelli divergenti di capitalismo politico.
Il lavoro diventa quindi una variabile attraverso cui si articolano politiche industriali, strategie tecnologiche e logiche di sicurezza, ridefinendo le gerarchie del sistema internazionale.
Dal simbolo alla discontinuità: il 1° maggio nell’ordine multipolare
Nel contesto attuale, il 1° maggio appare come un dispositivo simbolico disallineato rispetto alle trasformazioni del capitalismo globale. La sua origine, radicata nel lavoro industriale, fatica a rappresentare le nuove configurazioni del lavoro contemporaneo.
Seguendo una prospettiva gramsciana, le forme simboliche sopravvivono ai sistemi economici che le hanno generate, ma assumono nuove funzioni all’interno di blocchi storici differenti. Il multipolarismo contemporaneo ridefinisce così anche il significato politico del lavoro, trasformandolo da categoria sociale a variabile strategica della competizione globale.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Farrell, H., Newman, A. (2019). Weaponized Interdependence
- Gramsci, A. Quaderni del carcere
- Harvey, D. (2005). A Brief History of Neoliberalism
- Polanyi, K. (1944). The Great Transformation
- Sassen, S. (2014). Expulsions
- Srnicek, N. (2016). Platform Capitalism
- Standing, G. (2011). The Precariat
- Thompson, E. P. (1967). Time, Work-Discipline and Industrial Capitalism
- Weber, M. (1922). Economy and Society
- Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism

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