Dalla distruzione di Caracas e La Guaira alla gestione delle vittime, il disastro mostra che identificare i cadaveri non è solo una necessità tecnica, ma un dovere giuridico, civile e umano

Abstract: Il terremoto che ha colpito il Venezuela nella notte tra il 24 e il 25 giugno 2026, interessando la fascia settentrionale del Paese e producendo effetti particolarmente gravi nell’area di Caracas, La Guaira e dei territori limitrofi, impone una riflessione che supera la sola cronaca dell’emergenza naturale. Accanto alla ricerca dei superstiti, alla messa in sicurezza degli edifici, alla gestione degli sfollati, al coordinamento internazionale dei soccorsi e alla ricostruzione materiale delle aree colpite, emerge infatti una dimensione meno visibile ma essenziale: l’identificazione delle vittime. Nei disastri di massa, la gestione dei cadaveri non costituisce un adempimento meramente sanitario, cimiteriale o logistico, ma investe il diritto al nome, la dignità della persona oltre la morte, la possibilità per le famiglie di elaborare il lutto e l’esigenza degli ordinamenti di ricostruire con certezza gli effetti civili, successori, assicurativi, amministrativi e giudiziari del decesso. In questa prospettiva, il DVI, Disaster Victim Identification, secondo gli standard internazionali e il metodo di raccordo tra dati ante mortem e post mortem, diventa uno strumento di legalità umana, capace di trasformare il caos della catastrofe in una procedura di verità, responsabilità e restituzione dell’identità.
Keywords: #Venezuela #TerremotoVenezuela #Caracas #LaGuaira #DisasterVictimIdentification #DVI #IdentificazioneVittimeDisastri #DirittoAlNome #CadaveriNonIdentificati #MassDisaster #AFIS #CODIS #DNA #OdontologiaForense #FacialRecognition #ProtezioneCivile #OCHA #UNDAC #INSARAG #Interpol #SoccorsiInternazionali #silvestromarascio #ethicasocietas #ethicasocietasrivista #rivistascientifica #scienzeumane #scienzesociali #ethicasocietasupli
Venezuela, dal 25 giugno di nuovo protagonista…
La popolazione del paese sudamericano, dopo i sussulti politici dell’ultimo periodo, che hanno avuto il fulcro principale nel sostanziale rapimento del Presidente Maduro, su ordine di Trump, ritorna protagonista, suo malgrado, della cronaca internazionale con i tragici avvenimenti di questo fine giugno.
Il 25 giugno, superata da poco la mezzanotte (ora locale 24.06, h. 18:04), in rapida successione, interessando una faglia che attraversa anche il Giappone, svariate scosse telluriche di notevole intensità sono state avvertite in tutto il Venezuela, con epicentro, almeno per i danni materiali intervenuti, nell’area della Capitale, Caracas, e nei distretti di Yaracuy e La Guaira.


I danni, allo stato attuale, non possono essere ancora quantificati con esattezza; si segue ovviamente l’andamento dei bilanci provvisori che vengono diffusi dalle autorità locali, come Jorge Rodriguez, Presidente dell’Assemblea Nazionale.
Bisogna comprendere, invero, il particolare momento, ma calandosi concretamente in questo particolare contesto.
I soccorritori si trovano davanti a palazzi sventrati, famiglie divise dall’avversa sorte, un migliaio i decessi accertati (si parla di almeno 1.450 morti) e altrettante migliaia e migliaia sono le persone disperse, tra l’altro molti sono ancora i corpi da recuperare da sotto le macerie, e i dati sono “solamente” riferibili alla popolazione residente, senza considerare elementi occasionali, come il turista o il lavoratore pendolare o in transito, i censimenti, in questo senso, non sono ancora assestati.
Questi sono numeri impressionanti, sicuramente, ma direttamente proporzionali sia all’intensità dell’infausto fenomeno – che ha avuto repliche più modeste il 27 giugno, alle 21.20 (15.20 ora locale), ad Aragua, a 70 km da Caracas, con intensità di 4.8 e di 5.1 quest’oggi, 29 giugno – nonchè alla densità abitativa delle zone colpite.
Per la conta dei danni, quindi, ci sarà tempo, probabilmente si utilizzeranno metodologie simili a quanto visto già in Italia in passato.
Si inizierà dal censimento degli edifici distrutti, nonché di quelli parzialmente agibili (di cui si ordinerà subito dopo l’abbattimento), si continuerà con la valutazione strutturale degli edifici ancora integri e presenti in quelle che saranno definite “zone rosse”, ossia quelle zone maggiormente impattate dall’evento disastroso.
Probabilmente anche in Venezuela si ricorrerà a strumenti normativi in emergenza, sia per poter agevolare la vita degli sfollati, quindi sussidi, per la ricostruzione, nonché aiuti materiali, specie per garantire una sistemazione alloggiativa transitoria, che per favorire lo smaltimento delle migliaia di tonnellate di rifiuti speciali che si sono generati dai crolli infrastrutturali.
Ma queste sono fasi convulse, perché si accavallano gli interventi tecnici, considerando che ancora si scava per le strade, e di supporto alla popolazione, i servizi sanitari e veterinari sono chiaramente sotto pressione.
Coordinamento internazionale, ricerca e soccorso alla popolazione
Nel mentre la Comunità internazionale torna a prestare la sua attenzione ai quadranti mediorientale e Ucraino, dopo un sostanziale flop nella paventata tregua USA-Iraniana, e una recrudescenza del conflitto sul fianco est europeo, dove l’Ucraina ha cambiato strategia operativa, ecco una prima forte mobilitazione in favore di Caracas.
Il sisma non si è limitato a devastare infrastrutture o abitazioni (oltre 800 edifici collassati), ma ha riportato all’attenzione le fragilità del sistema paese del Venezuela: realtà già colpita da anni di embargo che ha limitato le capacità governative di attuare programmi di protezione sociale (cit. Michael Fakhri – ONU).
Il terremoto, infatti, colpisce un Paese già profondamente segnato da una grave crisi umanitaria. Da anni, il Venezuela affronta una situazione economica e sociale critica, caratterizzata da inflazione fuori controllo, povertà diffusa e accesso sempre più limitato a cibo e servizi sanitari.
Milioni di persone vivono in condizioni di grande vulnerabilità e quasi 8 milioni sono stati costretti a lasciare le proprie case negli ultimi anni.
In questo contesto già fragile, il disastro naturale aggrava drasticamente i bisogni umanitari, rendendo ancora più urgente il sostegno internazionale.
Le Nazioni Unite hanno attivato il sistema internazionale di coordinamento delle emergenze attraverso OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), il team UNDAC (United Nations Disaster Assessment and Coordination) e la rete INSARAG (International Search and Rescue Advisory Group), grazie a questa sinergia varie sono le ONG che si stanno prodigando nella raccolto di fondi da devolvere al Venezuela, tra queste realtà è anche presente Il Sovrano Militare Ordine di Malta, attraverso il suo corpo di volontari: il CISOM.
Frattanto, già è arrivato in loco un primo contingente di marines USA, anche l’Italia ha dato una prima disponibilità al concorso nel soccorso alla popolazione carioca: già decollati due aerei con a bordo personale tecnico della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco, più di un centinaio di operatori, si tratta di eccellenze riconosciute a livello internazionale per questo tipo di emergenze.
L’Italia opera in questo particolare quadrante del mondo in funzione dell’attivazione del meccanismo europeo di protezione civile, al suo fianco anche tecnici spagnoli, possibile anche il dispiegamento di unità francesi già nelle prossime ore e, nel contempo, anche i paesi del Sud America si sono mossi: sono i soccorritori giunti da El Salvador, infatti, che hanno portato alla luce un bimbo nato da appena diciotto giorni e che è sopravvissuto, sotto le macerie, per ben tre giorni.
Gestione dei cadaveri
Subito dopo, o quantomeno in parallelo, ai soccorsi da prestare, vi sarà la necessità di gestire i cadaveri.
I numeri, come già detto, sono impressionanti e accanto ai servizi sanitari, indubbiamente sotto pressione, bisogna immaginare come anche quelli cimiteriali possano avere delle criticità, specie nella gestione dei corpi non identificati, anche considerando le condizioni ambientali non esattamente favorevoli.
Non si tratta di affrontare il tema con “romanticismo”, ma in maniera pragmatica: un corpo non identificato significa non dare dignità allo stesso, significa, altresì, lasciare una famiglia senza la possibilità di concludere il proprio lutto. Non si tratta di romanticismo, come detto, ma di un diritto: il diritto al nome.
Questo diritto in Italia è facilmente sublimato dall’art. sei del codice civile, ma bisogna essere pratici, a prescindere dal luogo dove il cadavere in esame si trovi.
Si pensi – a titolo esemplificativo – alle necessità testamentarie legate a un decesso, oppure alla rescissione di contratti che interessano il de cuius in vita; identificare un cadavere significa permettere l’interazione tra i servizi di stato civile e di anagrafe, di polizia e giudiziari (strumenti attraverso cui l’identificazione si compie), sanitari e “il mondo civile”: la famiglia cui quel corpo viene restituito.
In casi “limite” come questo del Venezuela si parla di DVI: Identificazione vittime da disastri, intendendo disastri naturali, come in questo caso, oppure per il sopraggiungere di uno tzunami o inondazioni, oppure come conseguenza di un’attività antropica, s’immagini un incidente importante che possa comportare il decesso di croceristi oppure il collasso di un complesso abitativo, finanche a seguito di attacco terroristico (sullo stile del crollo delle Twin Tower, dell’undici settembre).
La concreta differenza nell’approccio ai vari scenari operativi viene data da almeno due variabili importanti: estensione del disastro e presenza di informazioni accurate sulle potenziali vittime.
A quanto sopra si potrebbe anche aggiungere il fattore tempo, per quanto attiene alla buona tenuta dei cadaveri, influenzata dalla presenza di celle frigo e strutture sanitarie idonee. Sul punto si richiama la buona organizzazione delle colonne mobili e/o centri di mobilitazione della Croce Rossa italiana, le quali sono provviste di container con unità frigo, le quali sono in grado di giungere su un determinato target con autoarticolati dedicati, come purtroppo ha avuto modo di insegnare l’esperienza COVID.
Calandosi meglio nel contesto: l’estensione della tragedia è direttamente proporzionale al numero di potenziali corpi da identificare, il “dove” si è compiuta e il “come” può aiutare la velocità di esecuzione delle operazioni.
Un incidente che, per esempio, interessa una nave da crociera presenta, una serie di elementi tutti “positivi”:
- limitazione dell’intervento tecnico alla nave, alle sue immediate pertinenze, se si pensa a un incaglio, quindi, sostanzialmente, il lavoro di ricerca e recupero riguarda quei quattro, cinque piani su cui il bastimento si sviluppa, prescindendo dalla lunghezza del medesimo e del suo tonnellaggio: l’area ha una sua delimitazione naturale;
- gli ospiti a bordo e l’equipaggio sono tutti registrati, certamente in modo vario (ospiti con biglietto, personale con busta paga e/o contratto occasionale) e se vi fossero individui non censiti, questi sarebbero una minima percentuale, che magari emergerebbe da attività OSINT sui social network e da testimonianze dei sopravvissuti.
Nel caso di tragedie naturali, invece, il dato ignoto è proprio l’esatto numero di morti da indagare.
In Venezuela, fonti non esattamente accreditate – perché i dati sono continuamente in progress – vorrebbero in un migliaio gli edifici collassati, danni diretti pari a circa 6,7 miliardi di dollari (il 6% del PIL, in sostanza, ndr.), almeno 70.000 dispersi, conta che va ad aggiungersi ai decessi accertati (che non coincide – necessariamente – con decesso identificato).
In questo contesto la raccolta informativa è fondamentale.
Il DVI, infatti, opera su due pedine principali, cui si affianca una componente logistica: unità AM, ante-mortem, e PM, post-mortem. In sostanza, la prima si preoccupa di raccogliere tutte le informazioni utili a rintracciare taluno, non limitandosi ai soli dati anagrafici, ma scandagliando (per quanto possibile, ndr.) la vita dello scomparso (info biometriche e sanitarie, principalmente).
I modulari presenti, seguendo uno standard INTERPOL, vedono infatti protagonisti i dati biometrici, in particolare impronte digitali, DNA e impronte dentarie, ma considerano anche dati accessori, secondari, come la presenza di particolari contrassegni, di tatuaggi, di nei particolarmente vistosi, segni che possano diventare un elemento di certezza in più nell’attribuzione dell’identità al dato corpo.
Il DVI in azione, rapida overview conclusiva
I comparti di polizia scientifica sono soliti intervenire per l’identificazione di un cadavere, sostanzialmente nulla cambia davanti ai mass disaster, salvo la catena logistica e – come detto più volte – il notevole numero dei corpi da identificare.
Avviandosi verso la conclusione, le impronte digitali si dimostrano come uno dei metodi di riconoscimento più pratici e rapidi in accordo con le operatività aggiornate presso l’Interpol (A. Giuliano, 2017). Non è un caso, quindi, che le unità DVI siano dotati di un’aliquota di dattiloscopisti.
L’acquisizione delle impronte, che potrà avvenire in modo differente in funzione dello stato di conservazione del cadavere (inchiostrazione della mano e polpastrelli e/o aspersione polvere dattiloscopica sulle parti poi traslate su striscette adesive; acquisizione fotografica dei singoli termini; rimozione della cute e inchiostrazione della stessa) rappresenta sicuramente un boost investigativo: i database AFIS sono infatti gli archivi di polizia meglio documentati, ma peccano di una variabile, il corpo sarà identificato solo se già censito, sia esso per motivi di polizia amministrativa oppure criminale.
La gestione delle innumerevoli variabili da considerare, infatti, ha portato alla creazione di uno standard identificativo che non punta su una “soluzione regina”, ma si basa su una triplice rosa di elementi: impronte papillari, come già visto, identificazione odontologica e DNA.
Lo studio della dentatura del cadavere presuppone la presenza di odontologi forensi, e questo rappresenta – per esempio – un vulnus nelle strutture di polizia italiane, ma prescindendo da questo una ulteriore incognita è la sostanziale assenza di un database dedicato.
I denti infatti, e basta scorrere le pagine del GDPR (e della giurisprudenza correlata), per meglio comprenderlo, rappresentano un mix tra un dato biometrico e uno sanitario, ancora più del DNA, al punto che la raccolta informativa, da parte dell’unità post-mortem, per arrivare a un matching, è necessario che all’unità Ante-mortem siano giunte radiografie o informazioni di altra natura, da parte del dentista che aveva in cura il soggetto disperso, e che queste informazioni, quindi, siano note a quei familiari che hanno denunciato la scomparsa del congiunto.
Il DNA, in questo contesto, risente di minori criticità operative, da un lato, è possibile che il profilo desunto dal corpo possa avere un match nel CODIS, perché il cadavere era già censito come soggetto d’interesse (ma allora, probabilmente anche le sue impronte erano già nella disponibilità delle autorità, fatta salva la scarsa qualità durante la loro acquisizione, ndr.), d’altro canto, l’unità PM si occuperà di campionare il materiale genetico ricavato dal corpo o dai resti cadaverici in esame, l’unità AM, invece, reperterà il materiale genetico dei congiunti dello scomparso.
…e l’identificazione facciale?
Domanda comprensibile, ovviamente. Anche la facial recognition ha la sua indubbia rilevanza, ma qui diventa accessoria:
- un accertamento speditivo, di tipo OSINT, magari interessando i social network, si scontra con le policy privacy delle singole piattaforme, cui si aggiunge anche la veridicità “opzionale” dei dati di registrazione del profilo d’interesse, al netto di profili decisamente fake;
- se l’identificazione de visu può avere una soddisfazione nell’immediatezza degli accadimenti, la stessa risente del trascorrere del tempo e dall’avanzare dei processi putrefattivi.

ULTIMI 5 ARTICOLI DELLO STESSO AUTORE
INDAGINI E REVISIONI DEL PROCESSO
PALANTIR, MOLTO PIÙ DI UN MANIFESTO
INTELLIGENZA ARTIFICIALE E PROVA NEL PROCESSO
ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI
CHI RISPONDE DELL’OMESSA COMPILAZIONE DEL FORMULARIO DI IDENTIFICAZIONE DEI RIFIUTI
FRANCESCO IMPREZZABILE, IL CORDOGLIO DEI COMANDANTI E LA VOCE UNITARIA DELLA POLIZIA LOCALE
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE ED ESSENZA UMANA, LA DIFFERENZA INCOLMABILE
IL MONOPOLIO DELLA PAROLA E LA PAURA DELLE VOCI LIBERE
Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e no profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2026 by Ethica Societas UPLI onlus.
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0


