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LA FRATTURA TRA STATI UNITI E SANTA SEDE NEL NUOVO DISORDINE INTERNAZIONALE, Cristina Di Silvio

Dalla guerra in Iraq alle crisi mediorientali: sicurezza strategica, diplomazia multilaterale e soft power morale della Santa Sede

Cristina Di Silvio

Abstract: Il contributo analizza la crescente divergenza tra Stati Uniti e Santa Sede quale manifestazione della più ampia trasformazione dell’ordine internazionale contemporaneo. Il confronto tra la postura strategica americana, progressivamente orientata verso paradigmi di deterrenza e unilateralismo competitivo, e la posizione vaticana, fondata sul primato della diplomazia multilaterale e del diritto internazionale, evidenzia una tensione strutturale tra logiche di sicurezza e istanze di legittimazione morale. Attraverso il richiamo ai precedenti storici della guerra in Iraq del 2003 e alle attuali crisi mediorientali, il saggio interpreta il ruolo della Santa Sede come attore non statuale dotato di soft power morale e capacità di influenza simbolica all’interno del sistema globale. L’analisi si colloca all’incrocio tra relazioni internazionali, political theology e studi sulla governance globale, evidenziando come la crisi dell’ordine multilaterale stia modificando il rapporto tra potere politico, guerra e mediazione internazionale.

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Introduzione

La crescente tensione tra Stati Uniti e Santa Sede costituisce uno degli indicatori più significativi della trasformazione dell’ordine internazionale contemporaneo. La progressiva erosione del multilateralismo, l’indebolimento delle organizzazioni internazionali e il ritorno di logiche fondate sulla competizione strategica tra potenze stanno modificando profondamente gli equilibri geopolitici globali, in un quadro che richiama tanto la crisi dell’ordine liberale quanto la persistenza di una struttura internazionale segnata dall’anarchia, dall’equilibrio di potenza e dalla ricerca di sicurezza da parte degli Stati (Bull, 1977; Kissinger, 2014; Mearsheimer, 2001; Waltz, 1979). In tale contesto, il rapporto tra Washington e il Vaticano assume un rilievo che supera la dimensione strettamente diplomatica, poiché riflette una più ampia tensione tra paradigmi di sicurezza e sistemi di legittimazione morale.

Le recenti posizioni espresse dalla Santa Sede sulle crisi mediorientali, sulla deterrenza nucleare e sul ricorso alla forza armata si collocano infatti in una linea di continuità con la tradizione diplomatica vaticana del secondo Novecento, fondata sul primato del diritto internazionale, sulla centralità delle Nazioni Unite e sulla critica della guerra come strumento ordinario di regolazione dei conflitti (Giovanni Paolo II, 2003a; Weigel, 1999). Parallelamente, il ritorno di Donald Trump sulla scena politica americana ha riattivato una concezione della politica internazionale maggiormente orientata verso l’unilateralismo strategico e la riaffermazione della sovranità nazionale, secondo una linea che la letteratura ha spesso collegato alla tradizione jacksoniana della politica estera statunitense e a una concezione competitiva dell’ordine globale (Bolton, 2020; Mead, 2017). Il presente contributo intende analizzare questa frattura non come semplice divergenza contingente tra leadership politiche, ma come manifestazione della più ampia ridefinizione del rapporto tra potere, sicurezza e legittimazione nell’ordine internazionale del XXI secolo.

La Santa Sede come attore geopolitico non statuale

Nel sistema internazionale contemporaneo la Santa Sede rappresenta un attore peculiare, difficilmente assimilabile alle tradizionali categorie della politica internazionale. Pur non disponendo di strumenti coercitivi comparabili a quelli degli Stati sovrani, il Vaticano esercita una significativa influenza simbolica, diplomatica e normativa, che si fonda sulla dimensione spirituale della sua autorità e sulla capacità di intervenire nei processi internazionali come soggetto di mediazione, richiamo morale e produzione di legittimità (Franco, 2023; Melloni, 2013). La diplomazia pontificia si fonda storicamente sulla capacità di costruire consenso morale e di intervenire nei processi di mediazione internazionale attraverso strumenti di soft power.

Tale dimensione appare particolarmente rilevante in una fase caratterizzata dalla crisi delle tradizionali architetture multilaterali e dalla crescente difficoltà delle organizzazioni internazionali nel contenimento dei conflitti. Joseph Nye ha definito il soft power come la capacità di influenzare il comportamento degli attori internazionali non mediante coercizione, bensì attraverso attrazione culturale, produzione simbolica e legittimazione normativa (Nye, 2004). In questa prospettiva, la Santa Sede costituisce uno dei principali esempi contemporanei di influenza geopolitica non coercitiva. Le posizioni assunte dal Vaticano sulle recenti crisi internazionali confermano la continuità di una linea dottrinale orientata al primato della diplomazia e del diritto internazionale. La guerra viene interpretata non come strumento ordinario della politica, ma come extrema ratio subordinata a rigorosi criteri etici e giuridici, in continuità con la riflessione sulla guerra giusta e con la progressiva restrizione morale del ricorso alla forza armata (Walzer, 1977; Giovanni Paolo II, 2003a).

Deterrenza e crisi dell’ordine multilaterale

La trasformazione dell’ordine internazionale contemporaneo appare strettamente connessa al ritorno di paradigmi fondati sulla deterrenza strategica. La progressiva crisi della governance multilaterale e il riemergere della competizione tra grandi potenze hanno favorito una nuova centralità della dimensione militare nella costruzione della sicurezza internazionale. All’interno della tradizione realista delle relazioni internazionali, la stabilità del sistema globale dipende dall’equilibrio delle potenze e dalla capacità degli Stati di esercitare deterrenza reciproca, secondo una logica che attraversa tanto il realismo classico quanto il neorealismo strutturale (Morgenthau, 1948; Waltz, 1979). Tale paradigma è tornato centrale soprattutto in relazione alle tensioni mediorientali, alla proliferazione nucleare e alla crescente frammentazione geopolitica.

La deterrenza non consiste soltanto nella disponibilità della forza, ma nella capacità di comunicare credibilmente la possibilità del suo impiego, producendo effetti strategici prima ancora dell’uso effettivo della violenza (Schelling, 1966). La crisi iraniana rappresenta uno dei principali punti di convergenza di tali dinamiche. Il rischio di escalation regionale e la competizione strategica tra attori statali e non statali alimentano una logica di sicurezza fondata sull’equilibrio della forza e sulla gestione permanente della minaccia. La posizione della Santa Sede si colloca invece in una prospettiva differente, orientata alla limitazione etica del conflitto e alla riaffermazione del ruolo del diritto internazionale. Tale approccio tende inevitabilmente a entrare in tensione con modelli strategici fondati sulla deterrenza e sull’equilibrio militare.

Il precedente della guerra in Iraq

L’attuale confronto tra Washington e Vaticano richiama inevitabilmente il precedente storico della guerra in Iraq del 2003. In quella circostanza, Giovanni Paolo II espresse una chiara opposizione all’intervento militare promosso dall’amministrazione Bush, sostenendo l’insufficiente legittimazione morale e giuridica della guerra preventiva. Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2003, il Pontefice ribadì che la pace non può essere ridotta a equilibrio militare o imposizione unilaterale, ma deve fondarsi sul diritto, sulla giustizia e sul rispetto dell’ordine internazionale (Giovanni Paolo II, 2003a). Pochi giorni dopo, nel discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, egli riaffermò la centralità delle Nazioni Unite e la necessità di evitare che l’uso della forza fosse sottratto a criteri condivisi di legittimazione internazionale (Giovanni Paolo II, 2003b).

La Santa Sede attivò una intensa iniziativa diplomatica finalizzata a scongiurare il conflitto, ribadendo la centralità delle Nazioni Unite e il primato del diritto internazionale nella regolazione delle crisi globali. Tale posizione rifletteva una più ampia concezione dell’ordine internazionale fondata sulla cooperazione multilaterale e sulla limitazione della guerra come strumento di politica estera. La continuità con le attuali posizioni pontificie appare evidente: il Vaticano continua a interpretare la guerra come fallimento della diplomazia e della politica internazionale. La guerra in Iraq rappresentò inoltre un momento decisivo nella crisi della legittimazione occidentale, contribuendo ad accentuare la frattura tra potenza militare e consenso normativo, come evidenziato anche dalla riflessione sulla divisione interna dell’Occidente successiva all’intervento (Habermas, 2005; Kagan, 2003).

Trump, unilateralismo e crisi dell’Occidente politico

Il ritorno di Donald Trump sulla scena politica internazionale ha contribuito ad accentuare la crisi delle tradizionali forme di cooperazione occidentale. L’approccio trumpiano appare caratterizzato da una concezione della politica internazionale fortemente orientata alla riaffermazione della sovranità nazionale e alla ridefinizione competitiva degli equilibri globali. Tale impostazione tende a privilegiare strumenti di deterrenza strategica e rapporti di forza rispetto ai meccanismi multilaterali di mediazione, collocandosi in una tradizione politica che valorizza il primato dell’interesse nazionale, la diffidenza verso vincoli sovranazionali e la negoziazione bilaterale in termini di vantaggio strategico (Bolton, 2020; Mead, 2017).

La conseguenza è una progressiva tensione con soggetti internazionali che continuano a fondare la propria azione sulla centralità del diritto internazionale e della cooperazione diplomatica. In questo quadro, il confronto con la Santa Sede assume un significato che trascende la dimensione contingente. Esso riflette infatti la più ampia crisi dell’universalismo politico occidentale e la difficoltà di mantenere un equilibrio stabile tra potere strategico e legittimazione normativa. Da un lato, la politica internazionale tende a riproporre la distinzione schmittiana tra amico e nemico come criterio di organizzazione del conflitto politico; dall’altro, le istituzioni morali e multilaterali continuano a richiamare la necessità di un ordine fondato su limiti, regole e mediazione (Schmitt, 1972; Held, 2004).

Europa, Italia e spazi di mediazione

La crisi dell’ordine multilaterale evidenzia anche le difficoltà dell’Europa nel definire una posizione comune sui principali dossier geopolitici contemporanei. L’assenza di una politica estera realmente integrata limita la capacità dell’Unione Europea di incidere sugli equilibri strategici globali, confermando la condizione di potenza incompiuta o imperfetta, capace di produrre norme e vincoli ma spesso incapace di tradurli in azione geopolitica unitaria (Borrell, 2022). In questo scenario, l’Italia occupa una posizione geopolitica particolare, determinata sia dalla sua collocazione mediterranea sia dal rapporto storico e istituzionale con la Santa Sede.

Tale condizione potrebbe teoricamente favorire un ruolo di mediazione diplomatica tra differenti attori internazionali. Tuttavia, la trasformazione di tale potenziale in effettiva capacità geopolitica richiede una più strutturata progettualità strategica, attualmente limitata dalla frammentazione politica europea e dalla crescente marginalizzazione del continente nei processi di ridefinizione dell’ordine globale. La questione si inserisce nella più ampia crisi della costellazione postnazionale, nella quale gli Stati europei faticano a conciliare sovranità democratica, integrazione sovranazionale e capacità di agire nello spazio globale (Habermas, 1999; Held, 2004).

Conclusioni

La crescente divergenza tra Stati Uniti e Santa Sede non rappresenta una semplice frattura diplomatica, bensì una manifestazione della più ampia trasformazione dell’ordine internazionale contemporaneo. Ciò che emerge è la tensione crescente tra modelli fondati sulla deterrenza strategica e paradigmi orientati alla costruzione di legittimazione morale e cooperazione multilaterale. La Santa Sede continua a svolgere una funzione di richiamo normativo all’interno di un sistema globale sempre più frammentato, proponendosi come attore capace di preservare spazi di mediazione e limitazione del conflitto, secondo una logica di influenza morale che opera non attraverso la coercizione, ma attraverso autorità simbolica, continuità diplomatica e capacità di formulare giudizi di legittimità (Nye, 2004; Melloni, 2013).

Parallelamente, la politica americana appare orientata verso una ridefinizione competitiva degli equilibri internazionali, fondata sulla centralità della sovranità e della sicurezza strategica. La posta in gioco non riguarda esclusivamente il rapporto tra Washington e Vaticano, ma il più ampio problema della produzione di legittimità nell’ordine internazionale del XXI secolo. È all’interno di questa tensione tra potere e coscienza che si misura oggi la capacità del sistema globale di evitare una trasformazione permanente delle crisi geopolitiche in fratture strutturali dell’ordine mondiale.


BIBLIOGRAFIA

Bolton, J. (2020). The room where it happened. New York, NY: Simon & Schuster.

Borrell, J. (2022). Europa potenza imperfetta. Bologna: Il Mulino.

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