ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Economia Elhem Beddouda Geopolitica NOTIZIE

GEOGRAFIE DELL’AMBIVALENZA: IL DOPPIO VOLTO DEL CORRIODOIO SAHARA-SAHEL, Elhem Beddouda

Infrastrutture transnazionali, economie e criminalità ibride,  ambivalenza geopolitica tra Tunisia, Libia e Africa subsahariana

Elhem Beddouda

Abstract: Il progetto di sviluppo di un corridoio infrastrutturale tra Tunisia, Libia e regione saheliana rappresenta un caso emblematico di ambivalenza geografica, in cui lo spazio diventa simultaneamente vettore di integrazione economica e moltiplicatore di insicurezza. Questo contributo analizza il corridoio Sahara-Sahel come infrastruttura critica inserita in un contesto segnato da economie ibride, fragilità statali e mobilità transnazionali illecite. Attraverso un approccio interdisciplinare che combina economia politica, studi sulla sicurezza e relazioni internazionali, l’articolo mostra come le infrastrutture non trasformino semplicemente lo spazio, ma ne riconfigurino le gerarchie di accesso, controllo e rischio. Si argomenta che, in assenza di una governance multilivello efficace e di meccanismi di cooperazione regionale, il corridoio rischia di rafforzare reti criminali e dinamiche insurrezionali già esistenti, piuttosto che sostituirle. Il caso evidenzia come lo sviluppo infrastrutturale nel Sahara-Sahel non possa essere interpretato in termini lineari, ma come un processo intrinsecamente ambivalente, in cui sviluppo e destabilizzazione coesistono e si alimentano reciprocamente.

Keywords: #SaharaSahel #CorridoioTransSahariano #Kuntra #CommercioInformale #CriminalitàTransfrontaliera #TerrorismoSahel #RasJedir #InfrastruttureAfrica #SviluppoVSInstabilità #GeografieDellAmbivalenza #ElhemBeddouda #ethicasocietas #ethicasocietasrivista #rivistascientifica #scienzeumane #scienzesociali #ethicasocietasupli


Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global  Studies For Sustainable Local and International  Development and Cooperation” della stessa università.


english version


Introduzione

Negli ultimi anni, le infrastrutture transnazionali sono tornate al centro delle strategie di sviluppo e integrazione regionale, in particolare nel continente africano. In questo contesto, il progetto di un corridoio trans-sahariano promosso dalla Tunisia in coordinamento con la Libia e orientato verso il Sahel si configura come un’iniziativa di alto valore economico e geopolitico. Esso promette di ridurre i costi logistici, facilitare i flussi commerciali e rafforzare le connessioni tra Nord Africa e Africa subsahariana. Fonti recenti confermano che il corridoio verrebbe sviluppato a partire dal valico di Ras Jedir e proiettato verso Paesi come Niger, Mali, Burkina Faso, Ciad e Repubblica Centrafricana.[1]

Tuttavia, questa visione si confronta con la realtà di uno spazio — quello Sahara-Sahel — già attraversato da reti di mobilità consolidate, economie informali e traffici transnazionali. Il corridoio non introduce la connessione, ma interviene su un sistema preesistente, ridefinendone equilibri e gerarchie. In questa prospettiva, il valico di Ras Jedir rappresenta un osservatorio privilegiato. Situato al confine tra Tunisia e Libia, esso costituisce uno snodo centrale delle dinamiche economiche transfrontaliere, caratterizzate dalla compresenza di circuiti formali e informali. Le analisi di Hamza Meddeb mostrano come lungo il confine tunisino-libico si sia storicamente consolidata una vera economia di frontiera, nella quale accordi informali, tolleranza statale e reti non statali co-producono l’ordine di confine. [2][3]

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, il corridoio si inserisce in un contesto segnato da fragilità statali, crescente rilevanza di attori non statali e competizione geopolitica per il controllo delle infrastrutture strategiche. In tale scenario, il progetto solleva interrogativi cruciali: in che misura lo sviluppo infrastrutturale può favorire l’integrazione economica senza rafforzare dinamiche di insicurezza? E quali condizioni istituzionali sono necessarie per governare tali processi?

Geografie dell’ambivalenza: tra connessione e frammentazione

Il concetto di geografie dell’ambivalenza consente di leggere il corridoio non come un vettore lineare di sviluppo, ma come uno spazio in cui integrazione e frammentazione, formalizzazione e informalità, controllo e perdita di sovranità convivono strutturalmente, oltre una lettura dicotomica tra sviluppo e insicurezza, evidenziando come lo spazio sia il prodotto di dinamiche simultanee e contraddittorie. Questa lettura è coerente con la letteratura più solida sul Nord Africa e sul Sahel, che mostra come le infrastrutture non eliminino le reti preesistenti, ma si sovrappongano a esse, riorganizzandole

Nel Sahara-Sahel, tale ambivalenza emerge con particolare intensità. Da un lato, le infrastrutture facilitano la circolazione di merci e persone e contribuiscono alla costruzione di spazi economici regionali. Dall’altro, queste stesse connessioni possono essere riappropriate da reti criminali e gruppi armati, che sfruttano la maggiore accessibilità per rafforzare le proprie attività. Le geografie dell’ambivalenza si manifestano così come spazi nei quali coesistono ordini differenti: quello statale, orientato alla regolazione e al controllo, e quello informale, fondato su pratiche flessibili, reti sociali e adattamento continuo. In questo senso, le reti informali non rappresentano semplicemente una deviazione dall’ordine legale, ma una modalità alternativa e radicata di organizzazione economica e territoriale. [4]

Un caso emblematico di questa economia ibrida è rappresentato da Ras Jedir e dalla cosiddetta Kuntra tunisina. Il termine indica un sistema di commercio informale transfrontaliero fondato sul transito quotidiano di merci, carburante, elettrodomestici e beni di consumo tra Tunisia e Libia. In letteratura internazionale, questo fenomeno è generalmente descritto come informal cross-border trade o come segmento di smuggling economies, ossia economie parallele che operano ai margini o al di fuori della regolazione statale formale. Le ricerche di Meddeb e Gallien confermano che, nelle aree di confine tunisine, tali attività costituiscono una vera infrastruttura economica parallela, sostenuta da reti familiari, tolleranza amministrativa e pratiche di regolazione informale.

In questa prospettiva, parlare di geografie dell’ambivalenza significa riconoscere che lo sviluppo infrastrutturale non elimina l’insicurezza, ma la ridefinisce. Le stesse condizioni che rendono possibile l’integrazione economica—accessibilità, mobilità, connessione—possono facilitare anche la diffusione di pratiche illegali e dinamiche di instabilità. Il nodo centrale diventa quindi la gestione di questa ambivalenza: non la sua eliminazione, ma la sua regolazione attraverso istituzioni capaci di operare in contesti complessi e multilivello.

Quadro teorico: infrastrutture, potere e ambivalenza spaziale

Le infrastrutture sono state tradizionalmente interpretate come strumenti neutrali di sviluppo economico. Una crescente letteratura critica, al contrario, le considera dispositivi politici che producono e riorganizzano lo spazio. Le riflessioni di Achille Mbembe e James Ferguson mostrano come lo spazio africano contemporaneo sia caratterizzato da forme di connessione selettiva, in cui alcune aree vengono integrate nei circuiti globali mentre altre rimangono marginalizzate. Allo stesso modo, la prospettiva del sistema-mondo di Immanuel Wallerstein consente di leggere le infrastrutture come elementi che rafforzano gerarchie economiche globali, collegando periferie a centri attraverso relazioni asimmetriche.

Nel campo degli studi sulla sicurezza, la teoria della securitizzazione sviluppata da Barry Buzan evidenzia come determinati fenomeni vengano costruiti come minacce, legittimando interventi straordinari. In questo senso, le infrastrutture possono diventare simultaneamente oggetti di sicurezza e vettori di rischio.

Il caso di Ras Jedir e della Kuntra tunisina rende empiricamente visibile questa ambivalenza. In linea con l’analisi di Ferguson sulla distribuzione selettiva della connessione, le infrastrutture — formali o informali — non producono integrazione diffusa, ma configurazioni spaziali altamente diseguali. Allo stesso modo, le riflessioni di Mbembe sulle geografie africane contemporanee aiutano a interpretare la Kuntra come una forma di sovranità frammentata, in cui attori statali e non statali co-producono lo spazio del confine.

Il Sahara-Sahel come spazio di economie ibride

Il Sahara-Sahel è spesso rappresentato come uno spazio vuoto o marginale. In realtà, costituisce un sistema complesso di mobilità e scambi, nel quale si sovrappongono economia formale e informale. Le principali dinamiche includono il traffico di esseri umani lungo le rotte migratorie verso il Mediterraneo, il commercio di carburante e beni sovvenzionati, il traffico di droga e armi, nonché economie locali basate sulla mobilità e sull’intermediazione. Tali attività non sono isolate, ma integrate in reti sociali, familiari e tribali che attraversano i confini statali. In molti casi, esse rappresentano strategie di sopravvivenza in contesti di marginalizzazione economica, ma al tempo stesso alimentano strutture di potere locale, rendite di frontiera e forme di regolazione parallela. [3][4][8][9]

Le principali dinamiche includono:

  • traffico di esseri umani lungo le rotte migratorie verso il Mediterraneo;
  • commercio di carburante e beni sovvenzionati;
  • traffico di droga e armi;
  • economie locali basate sulla mobilità e sull’intermediazione

Queste attività non sono isolate, ma integrate in reti sociali e tribali che attraversano i confini statali. In molti casi, esse rappresentano strategie di sopravvivenza in contesti di marginalizzazione economica.

Ras Jedir e la Kuntra tunisina

Un caso emblematico di questa economia ibrida è rappresentato dal valico di Ras Jedir, snodo strategico tra Tunisia e Libia e punto nevralgico della cosiddetta “Kuntra” (“كنترة”) tunisina. Il termine indica il sistema di commercio informale transfrontaliero, caratterizzato dal transito quotidiano di merci, carburante, elettrodomestici e beni di consumo tra i due paesi. In letteratura internazionale, questo fenomeno è descritto come informal cross-border trade o smuggling economies, ossia economie parallele che operano al di fuori o ai margini della regolamentazione statale formale.

In letteratura internazionale, questo fenomeno è descritto come informal cross-border trade o come parte delle smuggling economies, cioè economie parallele che operano ai margini o al di fuori della regolamentazione statale formale.

Stime informali e studi sul campo suggeriscono che, nelle aree di confine, una quota significativa dell’economia locale dipenda direttamente o indirettamente da queste pratiche. La Kuntra costituisce una vera e propria infrastruttura economica parallela, sostenuta da reti familiari, alleanze tribali e pratiche di tolleranza istituzionale. Le osservazioni etnografiche condotte nelle regioni di frontiera mostrano come il passaggio a Ras Jedir sia scandito da rituali quotidiani di negoziazione, attesa e intermediazione, in cui la distinzione tra legalità e illegalità appare sfumata e continuamente rinegoziata. Il confine si configura meno come barriera e più come risorsa: uno spazio produttivo in cui il controllo della mobilità diventa fonte di reddito e potere.

Tuttavia, tale sistema genera effetti profondamente diseguali. Mentre alcune famiglie e reti transfrontaliere accumulano capitale economico significativo, ampie fasce della popolazione locale rimangono escluse da questi circuiti, ampliando il divario tra ricchi e poveri, soprattutto nelle zone limitrofe al confine libico. In questa prospettiva, Ras Jedir appare come un microcosmo delle dinamiche Sahara-Sahel: uno spazio in cui connessione, accumulazione e marginalizzazione si intrecciano in modo strutturale.

Il corridoio trans-sahariano: opportunità economiche

Dal punto di vista economico, il corridoio Tunisia-Libia-Sahel presenta numerosi vantaggi potenziali. Può ridurre tempi e costi di trasporto, aprire nuovi mercati africani alle imprese tunisine, favorire la nascita di hub logistici e rafforzare l’integrazione regionale nel quadro dell’AfCFTA. In teoria, l’infrastruttura potrebbe contribuire a formalizzare i flussi economici, riducendo l’importanza delle reti illegali e rafforzando la presenza statale. Inoltre, il progetto potrebbe consolidare il ruolo della Tunisia come ponte tra Europa e Africa, accrescendone la rilevanza geopolitica. [1]

Ma proprio qui emerge l’ambivalenza decisiva. Le infrastrutture non eliminano l’illegalità: ne modificano le condizioni operative. Possono migliorare l’accessibilità territoriale, ridurre i costi logistici anche per i traffici illeciti e creare nuovi nodi strategici per il controllo delle rotte. Nel contesto Sahara-Sahel, dove la capacità statale è limitata, ciò può tradursi in un rafforzamento delle economie illegali. Le reti esistenti potrebbero integrare il nuovo corridoio nelle proprie attività, sfruttandone i vantaggi logistici e infrastrutturali. L’idea che la connessione produca automaticamente ordine appare dunque teoricamente fragile e empiricamente poco fondata. [4][8][9]

Infrastrutture e rischio: adattamento delle economie illegali e minaccia terroristica

Nonostante i potenziali benefici economici, esistono rischi significativi legati all’effetto di adattamento delle reti criminali. Le infrastrutture non eliminano l’illegalità, ma ne modificano le condizioni operative:

  • migliorano l’accessibilità territoriale;
  • riducono i costi logistici anche per traffici illeciti;
  • creano nuovi nodi strategici per il controllo delle rotte.

Nel contesto Sahara-Sahel, dove la capacità statale è limitata, ciò può tradursi in un rafforzamento delle economie illegali. Le reti esistenti potrebbero integrare il nuovo corridoio nelle loro attività, sfruttandone i vantaggi logistici.

A questo si aggiunge il rischio terroristico, che costituisce uno degli elementi centrali nella regione. Il Sahel è oggi riconosciuto come uno dei principali hub operativi per gruppi affiliati allo Stato Islamico e ad al-Qaeda, grazie alla porosità dei confini, alla debolezza istituzionale e alla presenza di reti criminali e tribali consolidate. Le analisi di Lina Raafat mostrano come la competizione tra gruppi affiliati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico abbia trasformato il Sahel in un’arena centrale per la lotta alla legittimità jihadista.[5]

In parallelo, il Council on Foreign Relations continua a trattare il violent extremism in the Sahel come un focolaio attivo di conflitto regionale.[6]  La combinazione tra criminalità transfrontaliera e terrorismo rende evidente che lo sviluppo infrastrutturale non produce automaticamente sicurezza. Senza adeguati meccanismi di governance multilivello, monitoraggio, cooperazione regionale e capacità di enforcement, il corridoio rischia di diventare un vettore di destabilizzazione tanto quanto di integrazione economica. Anche la riflessione di Rem Korteweg sul nesso tra instabilità saheliana e sicurezza europea conferma questa lettura.[7]

Il fattore libico e la frammentazione statale

La Libia rappresenta un elemento centrale nell’analisi del corridoio. Dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi nel 2011, il Paese è caratterizzato da una profonda frammentazione politica e territoriale, che ha favorito la proliferazione di milizie, autorità concorrenti e reti criminali. In questo contesto:

  • i confini sono altamente permeabili;
  • le istituzioni statali sono deboli o contestate;
  • le economie illegali svolgono un ruolo significativo.

Il corridoio potrebbe quindi attraversare uno spazio in cui il controllo statale è limitato, aumentando il rischio di infiltrazione da parte di attori non statali e riducendo la prevedibilità dei flussi. Le analisi Carnegie sul confine tunisino-libico insistono precisamente su questa trasformazione post-2011.[2]

La frontiera tunisino-libica non è dunque soltanto una linea di separazione tra due ordinamenti, ma una zona di interazione instabile, nella quale sicurezza, commercio e regolazione informale si intrecciano continuamente. In questo quadro, ogni infrastruttura che attraversi la Libia non può essere letta solo in termini economici, ma deve essere compresa come parte di una più ampia configurazione di sovranità incompleta, governance frammentata e pluralità di centri di potere.

Implicazioni per le relazioni internazionali

Sul piano delle relazioni internazionali, il progetto del corridoio Sahara-Sahel si inserisce nel più ampio processo di integrazione africana promosso dall’African Continental Free Trade Area, riflettendo la volontà di rafforzare i legami economici intra-africani e ridurre la dipendenza dai mercati esterni. Tuttavia, tale integrazione non si sviluppa in modo uniforme e rischia di accentuare disuguaglianze regionali, generando nuove tensioni socio-economiche.

Parallelamente, le infrastrutture transnazionali sono sempre più al centro della competizione tra potenze globali — tra cui Unione Europea, Cina, Russia e Turchia — che vedono nel Sahara-Sahel uno spazio strategico per la proiezione di influenza economica e politica. In questo senso, il corridoio non è solo una strada o una piattaforma logistica: è un possibile nodo di influenza geopolitica, in cui si intrecciano economie regionali, sicurezza e proiezione di potenza.[1][7]

Conclusione: governare l’ambivalenza

Il corridoio Sahara-Sahel rappresenta un esempio paradigmatico di geografia dell’ambivalenza, in cui sviluppo e destabilizzazione non sono alternative, ma dimensioni interconnesse. L’infrastruttura non sostituirà automaticamente le reti illegali esistenti, ma si sovrapporrà ad esse, creando nuove configurazioni di mobilità e potere.

Il suo impatto dipenderà dalla capacità degli attori coinvolti di gestire questa ambivalenza attraverso:

  • rafforzamento delle istituzioni statali;
  • cooperazione securitaria regionale;
  • inclusione economica delle comunità locali.

Ras Jedir funziona, in questo senso, da microcosmo del processo, mostrando come infrastruttura, informalità, disuguaglianze e minaccia terroristica si intreccino in modo strutturale. Più che una semplice infrastruttura, il corridoio Sahara-Sahel appare dunque come un dispositivo politico capace di ridefinire le geografie del potere, della mobilità e della sicurezza nel continente africano.[2][3][4][9]


NOTE

  1. Sul recente rilancio del corridoio terrestre tunisino verso il Sahel, con partenza dal valico di Ras Jedir e proiezione verso Niger, Mali, Burkina Faso, Ciad e Repubblica Centrafricana, v. le ricostruzioni giornalistiche più recenti.

  2. Sul confine tunisino-libico come spazio di co-produzione dell’ordine di frontiera tra tolleranza statale, reti informali e attori non statali, v. Meddeb (2020).

  3. Sulla persistenza e sul peso economico del commercio transfrontaliero informale in Tunisia dopo il 2011, v. Meddeb (2021).

  4. Per una lettura delle economie di contrabbando nordafricane come attività largamente regolate da istituzioni informali, e non come semplice caos illegale, v. Gallien (2019).

  5. Sullo scisma del jihadismo nel Sahel e sulla competizione tra gruppi affiliati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico, v. Raafat (2021).

  6. Sul violent extremism in the Sahel come quadro di conflitto persistente e multilivello, v. il Global Conflict Tracker del Council on Foreign Relations.

  7. Sul rapporto tra instabilità saheliana, terrorismo e vulnerabilità strategica europea, v. Korteweg (2014).

  8. Sulla rappresentazione del Sahara-Sahel come spazio reticolare, connesso e diseguale, v. Walther e Retaille (2019).

  9. Sulle organizzazioni violente e sulle forme di guerra irregolare nel Sahel-Sahara, v. Walther, Leuprecht e Skillicorn (2016).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Gallien, M. (2019). Informal institutions and the regulation of smuggling in North Africa. Perspectives on Politics.

  • Korteweg, R. (2014). Treacherous sands: The EU and terrorism in the broader Sahel. European View, 13, 251–258.

  • Meddeb, H. (2020). The volatile Tunisia-Libya border: Between Tunisia’s security policy and Libya’s militia factions. Carnegie Endowment for International Peace.

  • Meddeb, H. (2021). The hidden face of informal cross-border trade in Tunisia after 2011. Carnegie Endowment for International Peace.

  • Raafat, L. (2021). The schism of jihadism in the Sahel: How al-Qaeda and the Islamic State are battling for legitimacy in the Sahelian context. Middle East Institute.

  • Walther, O., & Retaille, D. (2019). Mapping the Sahelian space. arXiv preprint.

  • Walther, O., Leuprecht, C., & Skillicorn, D. (2016). Wars without beginning or end: Violent political organizations and irregular warfare in the Sahel-Sahara. arXiv preprint.


ULTIMI ARTICOLI DELLA STESSA AUTRICE

DALLA SUPERIORITÀ ALLA SOSTITUZIONE

IL DRAMMA DELLA SOLITUDINE NELLE SOCIETÀ CONTEMPORANEE

LA DONNA, LA SENSIBILITÀ MASCHILE E LA MISERICORDIA DIVINA

ANIME CHE SI RICONOSCONO E FURQĀN (discernimento)

LA SPETTACOLARIZZAZIONE DEL DOLORE NELLA MEDIAPOLIS CONTEMPORANEA

ULTIMI 5 ARTICOLI SULLA GEOPOLITICA

ARCHITETTURE DI SCARSITÀ, VINCOLI ENERGETICI E AVIAZIONE EUROPEA: CONVERSAZIONI STRATEGICHE CON JOHN KEITH KING

SIGONELLA 1985: QUANDO L’ITALIA RIVENDICÒ LA SOVRANITÀ

MEDIO ORIENTE IN FIAMME: BOMBARDAMENTI DI USA E ISRAELE SULL’IRAN, RAPPRESAGLIE E CRISI GLOBALE

MUSCAT E IL DOSSIER NUCLEARE IRANIANO

IRAN E STATI UNITI: NEGOZIATI SULL’ORLO DELLA TEMPESTA

ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA

IL MALE DI PROSSIMITÀ

NIENTE OBBLIGO DI RC AUTO PER I MEZZI OPERANTI ESCLUSIVAMENTE IN AREE PRIVATE CHIUSE

L’ORDINANZA N. 7374/2026 E IL NODO IRRISOLTO DEGLI AUTOVELOX

OLTRE L’ASSISTENZIALISMO VERSO UNA SOCIETÀ DEL RICONOSCIMENTO


Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e non profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2026 by Ethica Societas UPLI onlus.
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0

Related posts

CAPIRE LA GUERRA IN UCRAINA: 3) DALLA SOTTOMISSIONE SOVIETICA ALL’INDIPENDENZA ODIERNA, Francesco e Massimiliano Mancini

@Direttore

SUSPENDED GENERATIONS: JUVENILE CRIME, PERIPHERIES AND THE LIMITS OF INTERNATIONAL JUSTICE – Annalisa Imparato and Cristina Di Silvio

@Direttore

SI SUICIDA DAVANTI AI COLLEGHI UN CARABINIERE DI 24 ANNI, Massimiliano Mancini

@Direttore