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SUICIDI IN DIVISA: IL MALESSERE CHE NON SI VEDE E IL PESO CHE UCCIDE, Laura Crapanzano

Tra pressione gerarchica, stress traumatico e silenzi organizzativi, comprendere per prevenire

Laura Crapanzano

Abstract: Il fenomeno dei suicidi nelle forze dell’ordine italiane rappresenta un’emergenza sommersa, aggravata dalla mancata visibilità istituzionale e sociale. Il presente contributo analizza i fattori psicologici, organizzativi e normativi che concorrono al rischio suicidario tra operatori di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Polizia Locale. Attraverso categorie interpretative quali collapse under load e blind-spot dynamics, vengono esaminati gli elementi di stress operativo, la pressione gerarchica, l’esposizione a eventi traumatici e la disponibilità dell’arma di servizio come mezzo letale. L’articolo propone un modello di intervento integrato che includa prevenzione primaria, supporto psicologico non stigmatizzante, riforme organizzative e una più solida cultura dell’ascolto all’interno delle amministrazioni di pubblica sicurezza. L’obiettivo è favorire una comprensione critica e multidisciplinare del fenomeno, promuovendo strategie efficaci di tutela degli operatori e, in senso più ampio, della sicurezza pubblica.

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Introduzione

Il suicidio tra gli appartenenti alle forze dell’ordine italiane costituisce un tema di interesse crescente nella letteratura scientifica e nei dibattiti sulla sicurezza pubblica. Secondo le rilevazioni annuali di diverse organizzazioni professionali e studi indipendenti, il numero di suicidi nelle forze di polizia presenta una frequenza significativamente superiore rispetto alla popolazione generale[¹].

In questo quadro rientrano Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Polizia Locale, realtà accomunate da un elevato livello di stress operativo e da una persistente carenza di sistemi strutturati di prevenzione e supporto psicologico.

L’uso dell’arma d’ordinanza – prevista dagli artt. 53 c.p. e 55 c.p.p. per finalità istituzionali – assume nei casi suicidari un ruolo drammatico, poiché rappresenta un mezzo letale immediatamente disponibile[2].

Andamento dei suicidi sulla base delle notizie raccolte dall’autore

Pressione operativa e collapse under load

Il servizio nelle forze dell’ordine implica la gestione costante di emergenze, situazioni critiche, violenza, dolore umano e responsabilità decisionale in tempi estremamente ridotti. Tale esposizione cronica a stimoli ad alto impatto emotivo favorisce l’insorgere di condizioni di stress acuto e cronico, spesso non riconosciute né adeguatamente trattate[3].

Il fenomeno noto come collapse under load descrive la resistenza protratta sotto carico psicologico intenso, che può improvvisamente trasformarsi in un cedimento totale. Tale collasso non è necessariamente preceduto da segnali evidenti, rendendo difficile l’intercettazione precoce dei soggetti a rischio.

Le blind-spot dynamics nei contesti gerarchici

La psicologia organizzativa ha identificato nelle strutture fortemente gerarchiche dinamiche di invisibilizzazione del disagio, note come blind-spot dynamics[4]. Queste si manifestano attraverso:

  • timore di essere giudicati fragili o non idonei al servizio;

  • paura di ripercussioni disciplinari o ostacoli alla progressione di carriera;

  • tendenza all’isolamento;

  • minimizzazione dei sintomi;

  • resistenza a chiedere supporto psicologico.

In tali contesti, anche i colleghi spesso non percepiscono i segnali del malessere, oppure li riconoscono tardivamente per timore di conseguenze formali o informali sulla vita di reparto.

Il caso della Polizia Locale: un settore sottovalutato

La Polizia Locale costituisce un settore frequentemente escluso dai dibattiti nazionali sulla salute mentale nelle forze dell’ordine, pur essendo esposta a scenari altamente traumatici, specialmente nella rilevazione di incidenti stradali mortali.

Il contatto diretto con le vittime e la necessità di comunicare il decesso ai familiari rappresentano eventi critici che producono effetti psicologici duraturi[5]. Le lacune normative – data l’assenza di una disciplina unitaria a livello nazionale – accentuano la vulnerabilità degli operatori, spesso privi di strumenti adeguati di supervisione psicologica.

Pressione gerarchica e rischio suicidario

In molte amministrazioni di sicurezza permane un modello organizzativo rigido, caratterizzato da:

  • ordini operativi contraddittori;

  • monitoraggio gerarchico costante;

  • scarsa cultura del feedback;

  • insufficiente riconoscimento professionale;

  • mancanza di spazi sicuri per l’espressione del disagio.

La letteratura scientifica evidenzia come tali fattori rappresentino elementi di rischio psicosociale, capaci di amplificare il logoramento emotivo fino all’insostenibilità[6].

L’arma d’ordinanza come mezzo letale

La gran parte dei suicidi in divisa avviene tramite arma di servizio. Numerosi studi internazionali hanno dimostrato che la disponibilità immediata di un mezzo letale aumenta in modo significativo la probabilità di esito fatale nei tentativi di suicidio[7].

In diversi Paesi europei sono state implementate politiche di temporanea gestione o ritiro dell’arma nei casi di vulnerabilità psicologica, con effetti positivi sulla riduzione degli eventi suicidari. In Italia, la normativa vigente consente già misure di cautela individualizzate, ma il loro ricorso è limitato per vincoli culturali e timori di stigmatizzazione.

Prevenzione e riforma culturale

La prevenzione del suicidio nelle forze dell’ordine richiede interventi multilivello:

  • centri d’ascolto anonimi, esterni alla catena gerarchica;

  • psicologi operativi stabilmente inseriti nei reparti, con ruolo di supporto non valutativo;

  • formazione obbligatoria per dirigenti e operatori sul riconoscimento dei segnali di disagio;

  • procedure non punitive in caso di manifestazione di malessere psicologico;

  • supervisione post-evento traumatico per il personale coinvolto;

  • programmi di riduzione dello stigma, fondati su modelli di leadership empatica e partecipativa.

Tali interventi rispondono al principio costituzionale di tutela del lavoratore pubblico (art. 32 Cost.) e agli obblighi in materia di sicurezza del lavoro (d.lgs. 81/2008), che impongono la prevenzione dei rischi da stress lavoro-correlato.

Conclusioni

Il suicidio in divisa non rappresenta un fallimento individuale, ma una criticità sistemica che coinvolge l’intera organizzazione di sicurezza pubblica. Solo una trasformazione culturale profonda, sostenuta da politiche strutturali di tutela psicologica e da un approccio scientifico alla prevenzione, può restituire dignità e protezione a chi quotidianamente opera a difesa della collettività.

La comprensione del fenomeno non è un atto d’accusa verso le istituzioni, bensì un gesto di responsabilità verso uomini e donne che, in divisa, portano sulle spalle un peso che troppo spesso rimane invisibile.


NOTE

  1. Cfr. Osservatorio Nazionale Suicidi Forze dell’Ordine, Report annuali 2019–2024.

  2. Codice Penale art. 53 c.p.; Codice di Procedura Penale art. 55.

  3. Bartolomei, A. (2020). Stress operativo e rischio suicidario nelle forze di polizia, Milano: FrancoAngeli.

  4. Jensen, K. (2018). Blind-spot dynamics in hierarchical organizations, Journal of Occupational Psychology.

  5. De Nitto, C. (2021). Trauma e primi soccorritori, Roma: Carocci.

  6. Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro, Psychosocial Risks in Police Work, 2022.

  7. WHO, Means Restriction and Suicide Prevention, 2019.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • American Psychological Association (2020). Suicide among law enforcement officers: risk factors and prevention strategies.

  • Carabellese, F., Catanesi, R. (2021). Psicopatologia forense e operazioni di polizia. Milano: Giuffrè.

  • Gualco, A. (2019). Stress lavoro-correlato e pubblica sicurezza. Torino: Giappichelli.

  • WHO (2019). Suicide Prevention: A Global Imperative.

  • Zaru, M. (2023). Polizia e salute mentale: criticità e buone pratiche, Rivista di Criminologia, 4(2).


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