Quando la violenza diventa sistema: lutto complesso, minori sopravvissuti e responsabilità della comunità

Abstract: La vicenda del femminicidio di Federica Torzullo, seguita dal suicidio dei genitori dell’omicida, rappresenta una frattura estrema che supera i confini della cronaca e interroga la coscienza collettiva. Non si tratta di una sequenza di eventi isolati, ma di una catena di morte che distrugge legami, identità e continuità generazionali, lasciando al centro un minore esposto a un lutto traumatico complesso. Analizzando questa tragedia su più livelli: sociale, psicologico e simbolico, si evidenzia da un lato il rischio di desensibilizzazione e spettacolarizzazione del dolore nella società contemporanea, dove la violenza diventa contenuto e la vittima perde la propria irriducibile singolarità, dall’altro, richiama categorie interpretative profonde – l’Ombra junghiana, il trauma transgenerazionale, il “vuoto genealogico” – per mostrare come la violenza emerga dall’intreccio tra fragilità individuali e terreno culturale. Particolare attenzione è dedicata all’impatto sul minore sopravvissuto, esposto a un lutto traumatico complesso e alla frattura simultanea delle figure primarie di riferimento. La riflessione si completa con un richiamo alla dimensione del “compito” come risposta umana al trauma, sottolineando il ruolo degli adulti e della comunità nel ricostruire protezione, stabilità e futuro, affinché la tragedia non diventi destino.
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È possibile che la tragedia del femminicidio si tinga di un nero ancora più profondo? La risposta è, drammaticamente, sì. Non pensavamo si potesse aggiungere ulteriore orrore alla vicenda di Federica Torzullo, uccisa dal marito dal quale si stava separando, e invece è accaduto: i genitori dell’assassino non hanno retto alla vergogna e al dolore e hanno deciso di porre fine alla propria vita, impiccandosi nel giardino di casa.
Le vette dell’atrocità sembrano innalzarsi oltre ogni immaginazione, come se il cielo stesso piangesse lacrime di miseria umana. È nella nostra fragilità, nella nostra incapacità di riconoscere e contenere le parti più oscure di noi, che l’essere umano arriva a uccidere senza percepire la portata devastante delle proprie azioni.
E ciò che è accaduto dovrebbe interrogare anche noi: quanto siamo ormai abituati al dolore altrui senza che questo ci sfiori davvero? Quanto ci siamo assuefatti alla spettacolarizzazione di eventi drammatici che meriterebbero invece silenzio, rispetto, profondità?
Il femminicidio non uccide soltanto una donna: annienta ciò che quella donna rappresentava, spezza legami, identità, storie. E chi resta, chi sopravvive a una catena di morte così feroce, porta sulle spalle un peso che nessun essere umano dovrebbe sostenere.
Chi si prenderà cura, oggi, del figlio di Federica, che nel giro di pochi giorni ha perso la madre uccisa, il padre omicida e i nonni suicidi travolti dalla vergogna?
Cronaca e società: quando il dolore diventa consumo
Questa vicenda, nella sua crudezza, non è solo un fatto di cronaca: è uno specchio che riflette dinamiche sociali e psicologiche profonde. La società contemporanea vive immersa in un flusso costante di immagini e narrazioni violente, che rischiano di anestetizzare la nostra capacità empatica.
La sociologia parla di desensibilizzazione collettiva: un processo in cui l’esposizione continua alla sofferenza altrui riduce la reattività emotiva, trasformando il dolore in un contenuto da consumare più che in un’esperienza da comprendere.
In questo contesto, la tragedia diventa spettacolo, la vittima un simbolo, la complessità un dettaglio sacrificabile. Eppure, proprio eventi come questo dovrebbero restituirci la misura del limite, ricordandoci che la violenza non è mai un fatto isolato, ma il prodotto di un terreno culturale che la rende possibile.
Ombre individuali e collettive: un trauma che attraversa il tempo
Per comprendere fino in fondo la profondità di questa vicenda, è necessario spostare lo sguardo dalla cronaca alle dinamiche psichiche e culturali che la sostengono. Carl Gustav Jung parlava dell’Ombra: l’insieme di aspetti negati, rimossi, non integrati della psiche. Quando l’Ombra non viene riconosciuta, trova un varco per emergere in forme violente e incontrollate.
L’atto del marito di Federica non può essere ridotto a un gesto isolato: è l’irruzione dell’Ombra individuale dentro un terreno culturale che, ancora oggi, fatica a sciogliere residui patriarcali, modelli di possesso, fragilità identitarie mascherate da autorità.
Ma la tragedia non si esaurisce nell’atto violento. Prosegue, si propaga, diventa trauma per chi resta. E al centro di questo trauma c’è un bambino di dieci anni. A quell’età la morte è già concepita come irreversibile, ma non è afferrabile quando assume la forma di un crollo simultaneo di tutte le figure primarie.
Perdere la madre in modo violento è una frattura enorme; scoprire che il padre è l’autore dell’omicidio è un paradosso affettivo insostenibile; assistere alla sparizione dei nonni, inghiottiti dal dolore, distrugge qualsiasi senso residuo di continuità e protezione.
La psicologia dello sviluppo lo definisce lutto traumatico complesso: una perdita che non può essere elaborata senza un contenitore emotivo stabile. Ma quel contenitore, nel suo caso, non esiste più. Il rischio è la formazione di colpa irrazionale (“avrei potuto impedirlo”), vergogna, regressioni emotive, ipervigilanza, scissioni interne.
A questa prospettiva si affianca un’altra lettura, meno clinica ma di straordinaria potenza simbolica: la metagenealogia di Alejandro Jodorowsky. Secondo questo approccio, ogni individuo nasce in un albero genealogico che non è soltanto biologico, ma anche psicologico e simbolico: un intreccio di memorie, ruoli, segreti, ferite transgenerazionali.
In questo caso, quell’albero non è semplicemente danneggiato: è stato spezzato. Jodorowsky parla di “vuoto genealogico”: un’assenza che non riguarda solo le persone perdute, ma la funzione stessa del radicamento. Il bambino non ha solo perso i suoi affetti: ha perso la continuità della propria storia.
La cura, dunque, non può limitarsi a contenere il trauma; deve ricostruire un’appartenenza, creare un nuovo terreno affettivo in cui possa mettere radici sicure.
Dare forma al dolore: responsabilità adulta e compito etico
Esiste un punto in cui la psicologia incontra l’etica. Ed è qui che la voce di Viktor Frankl diventa cruciale. Frankl sosteneva che il significato non risiede nell’evento traumatico, ma nella risposta che scegliamo di dare. Il dolore non possiede senso di per sé, ma può generare un compito: custodire la vita, proteggere ciò che resta, impedire che l’orrore diventi destino.
Oggi, questo compito ricade sugli adulti che sono rimasti attorno al bambino. Una responsabilità immensa, che ne contiene almeno due: sopravvivere alla propria sofferenza e diventare sostegno per lui.
Gli adulti devono creare un ambiente stabile e prevedibile, in cui la quotidianità—le routine, i piccoli gesti, le presenze costanti—diventi il primo mattone della ricostruzione.
La verità dovrà essere raccontata con misura: senza dettagli che feriscano, ma senza omissioni che generino fantasmi. Il bambino va protetto dalla colpa e dalla vergogna, due ombre potentissime che rischiano di attecchire proprio nei contesti di trauma familiare.
Al tempo stesso, gli adulti non possono (e non devono) mostrarsi invincibili: il bambino ha bisogno di vedere che il dolore esiste, ma può essere attraversato senza distruggere.
C’è poi un dovere ulteriore: proteggerlo dall’esposizione mediatica. La cronaca può trasformarlo in simbolo, e la ripetizione del suo dolore sugli schermi rischia di riaprire continuamente la ferita. Proteggerlo non significa negare ciò che è accaduto, ma impedire che diventi un caso, un titolo, un’immagine.
La via lunga: dal lutto alla responsabilità condivisa
Anche per gli adulti la strada è lunga. Devono affrontare un lutto multiplo, che colpisce legami, identità, fiducia nel mondo. Per non spezzarsi, hanno bisogno di sostegno, di spazi di ascolto, di riti di commiato che restituiscano forma al dolore.
Ma soprattutto hanno bisogno di una direzione. Frankl direbbe che possono trovarla trasformando la tragedia in un compito: proteggere il bambino, custodirne la crescita, impedire che la violenza definisca il suo futuro.
In questo senso, il lutto impossibile può diventare un luogo di responsabilità condivisa: non per trovare senso nella morte, ma per costruire senso nella vita che continua.
Perché, alla fine, ciò che resta nelle mani degli adulti non è solo un bambino ferito, ma la possibilità che questa storia non si ripeta più.

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