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25 NOVEMBRE COSA SI DEVE CAMBIARE SUBITO ANCHE PER LA POLIZIA LOCALE, Laura Crapanzano

Non basta ricordare, serve cambiare. Subito!

Laura Crapanzano

Abstract: Il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, è una data simbolica che impone una riflessione sulle contraddizioni e le lacune dell’attuale sistema di tutela. Non è tollerabile la vittimizzazione secondaria che spesso costringe le donne — e i loro figli — ad abbandonare casa, lavoro e affetti, mentre l’aggressore rimane nell’ambiente familiare e quindi si rende necessario un cambio di prospettiva: allontanare sempre e immediatamente l’autore della violenza, potenziando le misure restrittive e il sistema di monitoraggio. È necessario consentire anche alla polizia locale, che svolge un ruolo fondamentale nel contrasto alla violenza di genere l’accesso al sistema informativo SCUDO, indispensabile per interventi tempestivi e per la sicurezza delle vittime.

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Una ricorrenza non meramente formale

Il 25 novembre rappresenta ogni anno un momento di riflessione, memoria e responsabilità collettiva. La Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, istituita dall’ONU nel 1999, porta alla luce una delle ferite più profonde e persistenti della nostra società: la violenza di genere — fisica, psicologica, economica e domestica — che continua a colpire migliaia di donne, troppo spesso nel silenzio delle mura familiari.

In Italia, le iniziative istituzionali, le campagne di sensibilizzazione, il lavoro delle forze dell’ordine, dei centri antiviolenza e dei servizi sociali rappresentano un impegno costante. Ma accanto alle statistiche, ai protocolli e alle norme restano le storie: quelle delle donne che hanno dovuto lottare due volte, contro la violenza e contro un sistema che non sempre le protegge davvero.

C’è una domanda che mi pongo sempre più spesso, e che emerge anche nel confronto con altre forze di polizia e negli uffici giudiziari: perché, ancora oggi, è spesso la donna a dover abbandonare la propria casa, i propri figli, il proprio lavoro, mentre l’uomo violento resta libero tra le stesse mura dove ha esercitato paura e controllo?

Questo meccanismo, che produce una vera vittimizzazione secondaria, è una delle contraddizioni più dolorose del nostro sistema di tutela. Una donna che trova il coraggio di denunciare non dovrebbe mai essere costretta a lasciare la sua vita, il suo equilibrio, i suoi affetti.

Lo stesso vale per i bambini, che troppo spesso sono costretti a cambiare scuola, amici, routine, come se fossero loro a dover “scappare” anziché chi ha commesso la violenza.

Cosa si deve cambiare subito

Si deve subito invertire la prospettiva e modificare la normativa. Non deve esere la vittima a essere allontanata, ma l’aggressore. Chi ha esercitato violenza deve essere immediatamente rimosso dal contesto familiare. Chi ha distrutto la serenità domestica deve essere separato dalla casa, non chi la abitava in pace. Chi ha compiuto atti efferati deve affrontare le conseguenze, non chi li ha subiti. Solo un sistema che protegge davvero le vittime, allontanando rapidamente e con fermezza l’autore del reato, può impedire che la violenza continui — o, peggio, si aggravi.

La realtà operativa dimostra che strumenti come gli arresti domiciliari o i braccialetti elettronici, pur essendo previsti dalla legge, spesso non funzionano come dovrebbero. Non è questione di retorica: è esperienza quotidiana di chi opera sul territorio.

Il sistema attuale non garantisce un controllo effettivo dell’aggressore. I dispositivi elettronici non sempre vengono applicati, non sempre sono disponibili, talvolta non vengono monitorati con continuità, spesso non funzionano e possono essere rimossi con facilità. E così, mentre sulla carta sembra esserci una forma di protezione, nella realtà la vittima può trovarsi di nuovo in pericolo, a pochi metri dall’uomo che la minaccia o la perseguita.

Per questo è necessario migliorare non solo le misure restrittive, ma l’intero sistema di monitoraggio del violento: serve un modello più rapido, più efficiente, più sicuro.

Il ruolo essenziale della Polizia Locale e l’accesso al sistema SCUDO

Le Polizie Locali sono forze di prossimità, quelle che operano a contatto diretto con i cittadini, che conoscono i territori, le famiglie, le situazioni fragili.

Eppure non possono accedere al sistema SCUDO, la piattaforma informatica che permette di conoscere in tempo reale segnalazioni, misure restrittive, ammonimenti del Questore, procedure in corso e rischi specifici legati a soggetti violenti.

Questa è una criticità gravissima: può accadere che la vittima sia dietro l’angolo e il suo aggressore a due passi, ma che la Polizia Locale, ignara delle misure in atto, non possa intervenire con la necessaria tempestività.

Consentire anche alla Polizia Locale l’accesso al sistema SCUDO significa:

  • rafforzare la sicurezza delle vittime,

  • aumentare la prevenzione,

  • garantire interventi immediati,

  • evitare tragedie annunciate.

La prossimità è una risorsa: lasciarla fuori dagli strumenti di tutela è un errore che va corretto al più presto.

Le Polizie Locali, insieme a tutte le altre forze dell’ordine, hanno un ruolo essenziale: interventi tempestivi, protezione delle vittime vulnerabili, attivazione dei protocolli interistituzionali, collaborazione con centri antiviolenza, procure, servizi sociali e autorità giudiziaria.

Prevenzione, cultura e strumenti di aiuto per un impegno reale

La prevenzione passa anche dalla formazione e dalla sensibilizzazione nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle comunità. La cultura del rispetto nasce presto: nei linguaggi, nei gesti quotidiani, nell’educazione all’affettività, nella capacità di riconoscere segnali di controllo e manipolazione.

In Italia, il numero 1522, attivo 24 ore su 24, offre ascolto, supporto psicologico e orientamento ai servizi del territorio. È una rete preziosa, ma deve essere accompagnata da norme più rapide, più efficaci, più tutelanti.

Il 25 novembre non è solo una ricorrenza, ma un monito.

La violenza non si combatte un giorno all’anno: si combatte con le leggi, con la cultura, con il coraggio, con la protezione concreta.

Ed è proprio nella concretezza che si misura la civiltà di un Paese: non quando la vittima scappa, ma quando lo Stato riesce finalmente a fermare chi l’ha resa vittima.


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