L’Africa sospesa tra fame, carestie e guerre dimenticate

Abstract: L’Africa sta affrontando una delle peggiori crisi umanitarie recenti, segnata da fame, siccità, conflitti e collasso economico, in violazione dei diritti umani fondamentali. La carenza di acqua e cibo, l’uso della fame come arma di guerra e l’impatto devastante della crisi climatica delineano una tragedia diffusa dal Sahel al Corno d’Africa. La testimonianza personale del magistrato Colangelo, padre adottivo di un bambino del Burkina Faso, intreccia dimensione globale e vissuto individuale, ricordando che l’indifferenza dell’Occidente è oggi una forma di crudeltà. Salvare l’Africa non è beneficenza: è un dovere morale e umano che chiama all’azione concreta.
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Maurizio Colangelo: avvocato presso le magistrature superiori, ha con seguito il master della Scuola Superiore Ministero Esteri in diritto Unione Europea ( S.I.O.I) e formazione presso Università San Diego, presidente commissioni ministeriali sessioni esame Avvocato ed altre commissioni di studio sulla legislazione comunitaria e sulla riforma magistratura onoraria, ha svolto funzioni sostituto procuratore pressso Procura della Repubblica di Roma e Pretore con delibera CSM e scrittore. Profilo Linkedin
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«Quando tocchi le stelle, ricorda che qualcuno sotto di te muore di fame», recita un proverbio africano.
Nel 2025 l’Africa vive una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi decenni
Guerre civili, economie in collasso, cambiamenti climatici, tagli agli aiuti internazionali. È sufficiente seguire idealmente la linea che attraversa il continente da ovest a est, dal Sahel al Corno d’Africa, per comprendere la vastità del dramma.
Ogni tappa di quella linea è una storia di sopravvivenza: acqua cercata per giorni, cibo che non basta, case abbandonate nella notte, un domani incerto come l’orizzonte dopo una tempesta di sabbia.
La fame non è una statistica: è il volto di milioni di persone sospese tra attesa e sopravvivenza. Una tragedia che calpesta i principi sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. L’articolo 25 garantisce a ogni persona cibo, acqua, una vita dignitosa.
Eppure nei villaggi del Mali famiglie intere trascorrono giornate intere cercando acqua potabile, mentre in Niger i raccolti distrutti dalla siccità hanno cancellato mesi di sostentamento.
Lo stesso accade all’infanzia africana: la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia del 1989 ribadisce il diritto a crescere nutriti, in salute, con acqua sicura. Ogni bambino che cammina chilometri per bere nei campi profughi del Sudan testimonia una violazione viva, concreta, intollerabile.
A complicare tutto, la crisi climatica: raccolti perduti in Burkina Faso, desertificazione nel Sahel, fiumi prosciugati nel Corno d’Africa. Gli accordi e gli impegni internazionali, dall’UNFCCC agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, vacillano mentre la realtà impone urgenza.
Ogni ritardo è un fallimento politico, ma soprattutto umano.
E poi ci sono i conflitti taciuti.
In Sudan orientale, nel Mali centrale, nel Niger settentrionale, nel Burkina Faso occidentale il suono delle armi accompagna la vita. Le famiglie fuggono e continuano a fuggire, come se la fuga fosse la loro unica casa.
Le Convenzioni di Ginevra impongono protezione ai civili e assistenza alle popolazioni vulnerabili, ma spesso restano parole abbandonate sulla carta. Quando la fame diventa arma di guerra, come accade nei villaggi isolati del Darfur, si sfiora ciò che lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale definisce crimine contro l’umanità: l’uso intenzionale della privazione di cibo contro i civili.
Dentro questa cornice, la sofferenza non è un concetto astratto: è il bambino che non trova acqua potabile in un campo profughi del Tigray, è la madre che spezza il pane in porzioni sempre più piccole nel Sahel, è l’agricoltore del Niger che osserva la terra farsi sterile, è una generazione che vede il proprio futuro dissolversi.
Albert Camus scriveva che «l’indifferenza è una delle forme più sottili della crudeltà». Oggi, davanti a un’Africa che urla, il mondo rischia di rispondere proprio con quella crudeltà silenziosa.
Ma non è troppo tardi: riconoscere questa tragedia significa riconoscere una ferita globale, un banco di prova per la nostra umanità.
Ed è qui che la tragedia del continente incontra quella personale, quotidiana
Maurizio Colangelo la sofferenza dell’Africa l’ha vista negli occhi di un ragazzo, quello che ha adottato nel Burkina Faso, e quell’urlo lo accompagna ogni giorno, ogni minuto, ogni volta che vede le immagini dei bambini denutriti.
Quando con sua moglie sono andati in Africa nel 2012, e solo pochi mesi dopo lui ha rischiato di morire per una patologia rarissima, provavano un terrore misto a gioia, la paura di non essere all’altezza del dono immenso che il Signore aveva posto nelle loro mani. Lì, in un piccolo ambulatorio, il loro bambino era seduto sul lettino, pesava pochissimi chilogrammi pur avendo quasi otto anni. Aveva occhi lucidi e impauriti, come i loro, ma anche una scintilla di fiducia, la speranza di poter ricucire un giorno la ferita dell’abbandono.
Vedere quella povertà estrema, quei bambini che non avevano nulla, nemmeno da mangiare, e che tuttavia sorridevano con una purezza capace di spezzarti il petto, è una visione che non si dimentica. Avrebbero voluto portarli via tutti. Quei bambini anche oggi ti circondano con carezze leggere, donando una lezione d’amore più grande di qualunque parola.
Lasciare l’orfanotrofio fu un dolore bruciante: nei loro volti rimanevano speranza, dolcezza, dignità in un mondo che sembrava averle negate. Crescere loro figlio è stato ed è come custodire un piccolo uccellino fragile: sensibilità purissima, amore che disarma, emozioni che travolgono. E si capisce che la forza dell’amore abbatte ogni ostacolo.
Qui, in Occidente, spesso ci lamentiamo per cose futili: un disagio passeggero, un comfort mancante. Ma se anche una sola di queste persone trascorresse un giorno in quell’Africa che urla, cambierebbe prospettiva. Imparerebbe che l’azione — concreta, personale, economica, umana — è l’unica risposta possibile. Noi abbiamo scelto l’adozione e il sostegno agli orfanotrofi. È una goccia nello stagno, sì, ma ogni goccia genera un’onda.
L’Occidente deve capire che la vita è una sola e che non possiamo restare inerti davanti a un continente che sprofonda nella miseria. Quei bambini, nati in Paesi dove la vita vale meno solo perché mancano ricchezza e benessere, hanno diritto a una vita reale, vera, senza se e senza ma. Nel silenzio del dolore africano deve risuonare l’orgoglio della nostra umanità: il rispetto della vita altrui nella sua forma più alta.
Salvare l’Africa non è un atto di generosità: è un dovere morale, culturale, spirituale
Se ognuno facesse la propria parte, abbandonando egoismi e lamentele, il mondo sarebbe diverso. Ci sarebbe meno violenza, più dignità, più futuro. Perché l’Africa non è solo un immenso continente. È un mondo vivo, pulsante, un arcobaleno di colori e trasformazioni. È il giudice silenzioso che osserva l’inerzia dell’Occidente. È nostra madre e nostro padre spirituale.
È la nostra anima. E ovunque viviamo, ovunque saremo, l’Africa resterà sempre lo specchio più sincero della nostra coscienza.

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