Dal dissenso simbolico occidentale alla cancellazione fisica operata dal jihadismo: un confronto tra linguaggi culturali, strategie di potere e pratiche di annientamento identitario

Abstract: Il concetto di cancel culture nella sua accezione occidentale confrontato in un’estensione analitica al contesto jihadista assume significati radicalmente diversi. In Occidente, la cancel culture è un fenomeno sociale e digitale che opera attraverso meccanismi di indignazione pubblica, boicottaggi e sanzioni reputazionali, restando confinato entro le dinamiche democratiche del dissenso simbolico. Applicata ai gruppi jihadisti, invece, la “cancel culture jihadista” descrive un insieme di pratiche coercitive, violente e sistematiche ― distruzione culturale, intimidazione, esecuzioni, censura armata ― che mirano alla soppressione fisica e simbolica di identità, memorie e forme culturali considerate incompatibili con l’ideologia militante.
Keywords: #CancelCulture #CancelCultureJihadista #jihad #jihadismo #islamismo #geopolitica #potere #politica #DanieleGarofalo #EthicaSocietas #EthicaSocietasRivista #RivistaScientifica #ScienzeSociali #ethicasocietasupli
Daniele Garofalo è ricercatore e analista sul terrorismo jihadista e sui gruppi armati insorgenti islamisti e jihadisti, esperto nel monitoraggio dei canali mediatici jihadisti e islamisti, della loro propaganda e delle attività militari. Come ricercatore e analista collabora con numerosi centri e media, tra cui la James Town Foundation, il CTC di West Point, il Soufan Center, Akhbar al-Aan Media Tv, il Sawab Center, il Khorasan Diary e Militant Wire. Svolge inoltre attività di consulenza in materia di sicurezza per aziende e società private britanniche quali Janes Intelligence e Acumen Intelligent Consulting, e condivide molte delle sue analisi di monitoraggio sul suo sito web personale: https://www.danielegarofalomonitoring.com/
La cancel culture in occidente
L’espressione “cancel culture” ha iniziato a diffondersi all’inizio degli anni 2010, soprattutto negli Stati Uniti, diventando realmente popolare dal 2017–2018 con la crescita dei movimenti sociali amplificati dai social media, ad esempio con il fenomeno MeToo. Nel dibattito occidentale ciò indica un insieme di pratiche sociali nate soprattutto negli spazi digitali: campagne online, pressione collettiva, boicottaggi, perdita di reputazione, esclusione simbolica. È un fenomeno legato all’opinione pubblica, non alla coercizione fisica.
In Occidente la “cancellazione” avviene per mezzo di meccanismi sociali: indignazione pubblica, sanzioni morali, richieste di accountability, talvolta eccessi punitivi, ma resta confinata nell’ambito del dissenso, della reputazione e delle dinamiche culturali interne a società democratiche, dove nessuno rischia la vita per un disegno, una canzone o una parola di troppo.
L’applicazione del fenomeno della cancel culture all’ambito jihadista
Quando in questa analisi applico il termine alla galassia jihadista, lo faccio in modo volutamente analitico, quasi provocatorio, perché lì il concetto cambia natura. I gruppi jihadisti non “cancellano” attraverso pressioni pubbliche o dinamiche reputazionali: impongono il silenzio tramite violenza fisica, repressione armata, esecuzioni, distruzione di beni culturali e intimidazione sistematica. La loro non è una cancel culture simbolica, ma una cancellazione reale: dei corpi, della memoria, dei simboli, delle pratiche sociali. Non esiste dissenso pubblico possibile, né un’arena culturale in cui discutere; ciò che viene giudicato deviante viene eliminato e non criticato.
La scelta di utilizzare lo stesso termine serve a mettere in evidenza un punto preciso: laddove in Occidente il conflitto culturale si gioca sul piano discorsivo, nell’universo jihadista prende la forma di una lotta esistenziale contro l’esistenza stessa di certe identità, memorie e forme di espressione. È una forzatura concettuale intenzionale, utile per mostrare come due fenomeni che condividono una parola convivano in realtà su piani radicalmente diversi: uno simbolico, l’altro materiale; uno negoziabile, l’altro irreversibile; uno sociale, l’altro militare.
Termini come “cancel culture” sono concettualmente diversi tra l’uso accademico occidentale e le pratiche violente dei gruppi jihadisti, ma in questo contesto di analisi può aiutare a meglio inquadrare il fenomeno in atto.
Negli ultimi venticinque anni, l’attività jihadista non si è limitata alla violenza fisica e agli attacchi terroristici, ma si è estesa anche alla manipolazione culturale e sociale, applicata sia direttamente nelle aree in cui opera, sia tramite la propaganda. Tra le strategie adottate dai gruppi jihadisti emerge un concetto che può essere definito come la “cancel culture” del jihadismo, con azioni volte a sopprimere, cancellare o rimuovere ogni forma di espressione culturale e storica che viene da essi valutata come incompatibile con la loro ideologia militante o che viene individuata come appartenente ad una cultura, quella occidentale, vista e descritta come oppressiva.
Potremmo quindi definire la “Cancel Culture Jihadista” come un insieme di azioni coordinate (violenza, distruzione, intimidazione, proibizioni ufficiali, propaganda) mirate a sopprimere espressioni culturali, voci dissenzienti e tracce materiali del patrimonio collettivo. Questo fenomeno assume nel contesto jihadista una dimensione gravemente repressiva, spesso legata a violenze fisiche, intimidazioni sistematiche e distruzione del patrimonio culturale materiale.
La cancel culture come strumento di controllo politico jihadista
I gruppi come al-Qaeda (in particolare JNIM ed al-Shabaab), lo Stato Islamico, i Talebani, Boko Haram hanno mostrato, e mostrano, una costante attenzione al controllo delle pratiche culturali, attraverso divieti diretti, distruzione di opere culturali e artistiche, esecuzioni di figure chiave del tessuto sociale e campagne mediatiche mirate a instillare paura , con effetti devastanti sulla trasmissione culturale e sull’identità storica.
Le azioni intraprese dalle organizzazioni e dai gruppi jihadisti comprendono la distruzione di monumenti e siti archeologici, l’eliminazione di musicisti, artisti e giornalisti, il bando di forme artistiche e letterarie e la diffusione di propaganda digitale che normalizza la censura e la violenza. Palmyra, Mosul e le città del Nord-Est della Nigeria rappresentano esempi emblematici di questa strategia. La “cancel culture” jihadista si manifesta inoltre attraverso legislazioni de facto, fatwa e regolamenti locali che impongono norme morali e culturali rigidamente conformi all’ideologia jihadista. Questa dinamica ha ripercussioni profonde sulla società: la paura diffusa limita l’espressione individuale, spinge intellettuali e artisti all’esilio, e mina le strutture sociali e culturali locali. L’effetto complessivo è la creazione di un ambiente di omologazione forzata, in cui la dissidenza culturale diventa un rischio concreto di vita.
Questa breve analisi si propone di esplorare le modalità operative, le strategie e gli impatti della “cancel culture” jihadista, analizzando casi concreti, meccanismi di controllo e distruzione. La comprensione di tali fenomeni permette di sviluppare modelli analitici per la valutazione del rischio culturale nei contesti di conflitto contemporaneo in cui queste organizzazioni operano.
La matrice teologico-ideologica dell’iconoclastia jihadista
La distruzione di simboli religiosi e culturali da parte dei gruppi jihadisti non è un capriccio iconoclasta né un gesto di violenza spettacolare ma è il prodotto di un’interpretazione estrema e selettiva del Corano e degli hadith, non una lettura ortodossa, ma una distorsione ideologica travestita da purezza religiosa.
Per questi gruppi, qualsiasi forma culturale materiale ― monumenti, tombe, statue, musica, manoscritti ― rappresenta un rischio teologico. La loro interpretazione riduce la complessità dell’Islam a un monolite puritano in cui tutto ciò che evoca memoria storica o identità distinta va eliminato.
Questa rigidità serve a due scopi principali:
-
Legittimarsi, distruggendo mausolei e vietando la musica, i gruppi jihadisti si presentano come restauratori della purezza originaria, poco importa che gli studiosi islamici li smentiscano da un secolo, per la loro propaganda, distruggere un mausoleo o vietare la musica diventa una prova di rigore dottrinale;
-
Controllo sociale, la cultura crea identità e l’identità crea resistenza, cancellando simboli, memorie e tradizioni, questi gruppi eliminano tutto ciò che potrebbe competere con la loro autorità religiosa.
Il risultato è un Islam mutilato e ridotto a slogan, privato delle sue tradizioni, della sua arte e della sua storia plurale. La rigidità interpretativa diventa un’arma politica per cancellare memoria, identità e pluralità culturale.
Questa amputazione intenzionale permette ai gruppi jihadisti di presentarsi come i custodi di una verità “totale”, contro cui qualsiasi dissenso, culturale, artistico, religioso, scientifico, appare come un affronto da eliminare.
La distruzione jihadista non nasce dal Corano, ma da un uso politico del Corano. Non nasce dalla spiritualità, ma dalla volontà di dominio. La rigidità interpretativa è il pretesto teologico che giustifica una pratica di potere: cancellare tutto ciò che mantiene viva la memoria, l’identità e la pluralità culturale delle comunità che intendono controllare.

ULTIMI 5 ARTICOLI SULLA GEOPOLITICA
NELLE PIEGHE DEL TEMPO: GUINEA-BISSAU E SUDAN NELLA NOTTE CHE NON PASSA
LA FORZA IDENTITARIA DEI SIMBOLI RELIGIOSI NEL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO
UCRAINA, IL FRONTE INVISIBILE DELLA GUERRA TOTALE
«DA CHI SCAPPI, DAVVERO» GEOPOLITICA DELLA FUGA
DRAGHI PARLA DEL FUTURO IN UNA EUROPA CHE ANCORA PENSA NEL PASSATO
ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI
“LA PACE NON SI PUÒ BARATTARE”: CONVERSAZIONE CON IL MINISTRO ONU ALBERTO FLORES HERNÁNDEZ
AUTONOMIA DIFFERENZIATA: POLITICA, ISTITUZIONI E GESTIONE NEI NUOVI EQUILIBRI DELLO STATO-REGIONALE
NELLE PIEGHE DEL TEMPO: GUINEA-BISSAU E SUDAN NELLA NOTTE CHE NON PASSA
25 NOVEMBRE GIORNATA INTERNAZIONALE PER L’ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE
25 NOVEMBRE: LA LOTTA CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE È ANCORA APERTA
Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e no profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2025 by Ethica Societas UPLI onlus.
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0

