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LA FORZA IDENTITARIA DEI SIMBOLI RELIGIOSI NEL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO, Antonello De Oto

Simboli religiosi in guerra

Antonello De Oto

Abstract: Il ruolo dei simboli religiosi e para-religiosi nella costruzione identitaria dei conflitti contemporanei, con particolare riferimento alla guerra russo-ucraina. Attraverso un percorso storico e culturale. L’Ortodossia, riemersa con forza dopo la fine dell’URSS è divenuta elemento centrale del modello politico russo e strumento di legittimazione del potere e dell’azione militare. Nel contesto della guerra, simboli confessionali patri e secolarizzati assumono funzioni propagandistiche e motivazionali, contribuendo a rafforzare la contrapposizione “noi contro loro”. Dalla “Z” sui carri armati alle icone militarizzate come “St. Javelin”, la simbologia diviene arma identitaria e giustificativa, perdendo la sua originaria vocazione pacificatrice in una complessiva trasformazione del sacro in strumento di conflitto e divisione.

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Antonello De Oto: esperto di geopolitica, diritto e identità dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, professore ordinario di Diritto delle religioni e interculturale (Laurea in Scienze Politiche), Diritto dei beni culturali (Laurea in Dams) e Tutela e valorizzazione dei beni culturali di interesse religioso (Laurea in Arti Visive). Curriculum su Alma Mater Studiorum.


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Nella geopolitica dei conflitti, l’uso identitario dei simboli religiosi e, in ultima analisi, la strumentalizzazione del simbolo confessionale in senso giustificativo diventano un ingranaggio importante del meccanismo motivazionale alla guerra.

Quel “Dio lo vuole!” che nei secoli è riecheggiato tra le trincee e negli assalti all’arma bianca non perde forza nell’era delle bombe ultrasoniche, dei droni, della guerra elettronica e, in generale, cyber.

La prossemica dei simboli si alimenta e vive di un suo preciso lessico, con immutato successo di pubblico e di stampa. Simboli richiamati dalle parti in lotta che a volte sono pienamente confessionali, a volte invece “debolmente religiosi” (“quel brusio di confessionalità che il simbolo continua a contenere dentro di sé[1]), a volte semplicemente divenuti — complice un processo di secolarizzazione — simboli patri in toto, alfieri inconsapevoli di una religione civile, per dirla con Durkheim, che si muove tra autorità e libertà[2].

Proprio nel conflitto russo-ucraino, nella ’“operazione speciale militare” come da lessico putiniano, o “invasione dell’Ucraina” come la definisce la quasi totalità del resto del mondo occidentale, il valore delle parole e dei simboli ha trovato speciale rilievo.

Dopo la fine dell’URSS nel 1991, l’Orso sovietico, stordito dal rincorrersi veloce degli eventi che avevano decretato la fine del mondo comunista e del Patto di Varsavia, nel liberare territori resisi indipendenti dall’Impero rosso riportava in auge valori apparentemente sepolti nella dimensione pubblica, ma ben custoditi nell’animo del russo e dell’ucraino medio. Questioni di territorio canonico che si riaffacciavano di nuovo, riti, ritualità, pratiche di culto, distinzioni confessionali. Mosca di nuovo “Terza Roma” e la cultura dell’Ortodossia in grande spolvero. Chiesa ortodossa che certo aveva pagato un conto salato al regime, ma lo aveva a sua volta indirettamente fatto pagare — per mezzo del regime stesso — alla componente greco-cattolica ucraina (i cosiddetti “uniati” furono repressi da subito: la dirigenza sin dall’aprile-maggio del 1945, poi a seguire sacerdoti e fedeli che si rifiutavano di passare all’ortodossia)[3].

Proprio quella cultura ortodossa, depositata e sedimentata nell’animo russo, dopo la fine del comunismo era così tornata a comandare pienamente: in ossequio al principio di “sinfonia dei poteri”, un modello paraconfessionista di stampo zarista riadattato alla modernità. Un assetto politico per il quale Chiesa e Stato devono potersi fare da garanti reciproci, per lavorare all’edificazione e al progresso della “Santa Madre Russia”. Modello di relazione nel quale la distinzione tra spirituale e temporale si affievolisce progressivamente, con Putin sempre più pubblicamente tutore dell’Ortodossia (in russo bljustitel’).

L’accelerazione della guerra richiede necessariamente una giustificazione simbolica, ed ecco che compaiono sui carri armati russi segni apotropaici riferibili al mondo russofono come la “Z”[4]; ecco che il Patriarca Kirill benedice pubblicamente le bombe[5] e, in piena violazione del diritto internazionale umanitario, edifici di culto[6] e beni culturali (esempio paradigmatico il Teatro di Mariupol, raso completamente al suolo) divengono obiettivi militari, dichiarati o meno, colpiti “per errore” ma anch’essi parte plena della guerra “laterale”, quella identitaria, che però laterale non è affatto in realtà, perché purtroppo serve a dividere, a costruire muri, a gettare sale sulle ferite del conflitto. A giustificare il “noi contro loro”. A motivare le truppe alla difesa e all’attacco.

Ecco così che, specularmente, compaiono sui muri di Kiev Madonne che imbracciano simboli militari, come “…St. Javelin, una santa che culla un’arma anticarro…[7] ideata da Christian Borys, canadese di origini ucraine; ed ecco che il governo Zelensky chiude i conti — per mezzo di una legge ad hoc — con la Chiesa ortodossa ucraina fedele a Mosca, ponendola fuori legge[8].

Così simboli religiosi, simboli debolmente religiosi, simboli confessionali divenuti pienamente patri divengono armi improprie, mezzi della propaganda, giustificatori etici involontari del conflitto, perdendo la loro primaria funzione, che sarebbe, in un mondo perfetto e ideale, quella di essere testimonianza pacifica di una storia, di un modo di intendere la vita.


NOTE BIBLIOGRAFICHE

[1] P.L. BERGER, Il brusio degli angeli. Il sacro nella società contemporanea, Bologna, Il Mulino, 1995.

[2] T. PAGOTTO, La religione civile tra autorità e libertà, Torino, Giappichelli, 2024.

[3] CODEVILLA, Chiesa e Impero in Russia. Dalla Rus’ di Kiev alla Federazione Russa, Milano, Jaca Book, 2011, 467.

[4] In realtà molti sono i significati attribuiti oggi alla lettera “Z”, ma qualunque fosse quello corretto e unico, ammesso che fosse uno solo, oggi è divenuto un simbolo patrio, testimonianza di sostegno all’invasione russa dell’Ucraina. Va pBIAGIONI, Ucraina: Wcclfabeto cirillico la lettera in questione non esiste in quella forma, la lettera “Z” si scrive infatti “з”. Cfr. A. CRUCIANI, Il simbolo «Z» sarà la nuova svastica? Dalla croce celtica al KKK fino all’Isis, i segni virali dell’orrore, in Il bianconero dell’Isis – Il simbolo Z sui carri armati russi in Ucraina: tutti i segni di guerra e terrore nella storia – Corriere.it, 11 marzo 2022.

[5] P.G. ACCORNERO, I Papi non benedicono armi ed eserciti. Kirill sì, in La Voce e il Tempo, 7 giugno 2022.

[6] Molti gli edifici di culto distrutti, danneggiati e occupati, con una curva in costante aumento dal 2022. Cfr. Redazione, In Ucraina sono 270 gli edifici religiosi distrutti o attaccati, in www.romasette.it, 28 settembre 2022; M.C. BIAGIONI, Ucraina: Wcc, almeno 494 edifici religiosi distrutti, danneggiati, saccheggiati e sequestrati per essere utilizzati come basi militari russe, in www.difesadelpopolo.it, settimanale della diocesi di Padova, 22 settembre 2023.

[7] C. TARTARINI, Déjà-vu e statues quo. Fronti museali e fronti monumentali, in Lo spettacolo della guerra, (a cura di) A. LORUSSO-M. SANTORO, Roma, Donzelli, 2025, 109.

[8] G. GAMBASSI, Il Parlamento di Kiev mette al bando la Chiesa ortodossa “legata a Mosca”, in www.avvenire.it, 20 agosto 2024.


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