Difendere il diritto internazionale per costruire una pace fondata su giustizia e responsabilità globale


Abstract: Il commento del Ministro ONU Alberto Flores Hernández sulla guerra in Ucraina, fondata sulla centralità del diritto internazionale e sul rifiuto di qualsiasi concessione territoriale imposta con la forza. Flores sostiene che la pace può esistere solo se poggia su legalità, sicurezza collettiva, dialogo multilaterale e sviluppo sostenibile, riflettendo con la riflessione che la vera pace non è resa, ma giustizia e responsabilità condivisa.
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Alberto Flores Hernández, ph.D. ministro USA presso ONU, vice presidente permanente estero e, contestualmente, membro del Consiglio Consultivo Superiore (Senior Advisory Council) dell’Agenzia del Vietnam e degli Affari Esteri Mondiali (VWF). Membro del Consiglio Consultivo Globale (Global Advisory Council Member) del Consorzio dei Leader Mondiali (World Leaders Consortium). https://worldleadersconsortium.com/global-councils. Profilo LinkedIn.
Poche voci, nel panorama geopolitico contemporaneo, parlano con la chiarezza morale del Ministro delle Nazioni Unite Alberto Flores Hernández quando affronta il tema della guerra in Ucraina. Una chiarezza che non nasce dall’ideologia, ma da decenni trascorsi sulla linea sottile della diplomazia internazionale.
Ci incontriamo nel suo ufficio di New York nel tardo pomeriggio. Fuori, la città pulsa con la sua consueta urgenza; dentro, la stanza sembra sospesa tra mappe, briefing di sicurezza e dossier diplomatici. Eppure, l’atmosfera è sorprendentemente umana. Flores non si limita a commentare gli affari del mondo. Li abita.
“Il diritto internazionale non è una formalità: è l’ultimo muro prima del caos.”
«Cristina, sarò chiaro», esordisce, inclinando il corpo in avanti come per ricordare che alcune verità richiedono vicinanza per essere comprese appieno, «La pace è sempre l’orizzonte finale. Ma non può essere raggiunta legittimando l’aggressione o cedendo territori sovrani sotto coercizione.»
Cita l’Articolo 2 della Carta ONU, l’Atto Finale di Helsinki, la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia, non come semplici riferimenti tecnici, ma come colonne portanti dell’ordine globale. «Un trasferimento territoriale imposto con la forza non è un accordo di pace», afferma Flores, «È una capitolazione del diritto. E quando il diritto capitola, crolla l’intero sistema di fiducia globale: i quadri di sicurezza, gli investimenti, la ricostruzione… tutto.»
Parole che non solo informano: risuonano.
Il tono del Ministro si fa più morbido, ma la sostanza resta affilata. «La storia ci insegna che le concessioni territoriali non chiudono i conflitti» spiega «Li alimentano. Putin leggerebbe una concessione non come un gesto di pace, ma come una validazione, un via libera per future espansioni.»
Ciò che distingue Flores è la capacità di tradurre le linee fratturate della geopolitica in conseguenze umane. La dimensione etica della diplomazia attraversa ogni suo ragionamento.
Nonostante la gravità del quadro, Flores non è un pessimista. Al contrario, trasmette una fiducia netta, quasi ostinata, che soluzioni reali siano ancora possibili. «Esiste un percorso verso la pace» insiste «Ma deve poggiare su quattro pilastri: legalità, sicurezza collettiva, dialogo multilaterale e sviluppo responsabile.»
Traccia così un’architettura di stabilità: garanzie di sicurezza rafforzate sotto ONU–OSCE, una conferenza internazionale realmente inclusiva, un fondo di ricostruzione tutelato da solide garanzie giuridiche, diplomazia preventiva basata su scambi culturali e accademici. Non è improvvisazione. È progettazione.
Poi la conversazione prende una svolta più personale
Flores posa i documenti e parla con un calore che, per un istante, rompe le linee formali del suo ruolo. «Cristina, c’è qualcosa che desidero riconoscere, qualcosa che onora lei, ma anche i valori che difendiamo come diplomatici.»
Si riferisce alla comunicazione ricevuta dagli Stati Uniti: nel novembre 2025, la Official Letter of Recommendation dell’Office of International Affairs and Strategic Partnerships di Harvard University. Raccomandazioni istituzionali di tale livello sono rarissime, riservate a figure il cui impatto supera i confini dell’accademia e si estende all’architettura della governance globale.
Flores cita testualmente il documento di Harvard “Harvard University is honored to extend its highest institutional recommendation to Dr. Cristina Di Silvio, an eminent expert in international relations, comparative law, and multilateral diplomacy, whose distinguished career has earned recognition across global academic, legal, and strategic forums.” Prosegue, con rispetto evidente“Dr. Di Silvio has demonstrated exceptional excellence in her roles, and her contributions to multilateral treaty frameworks within the United Nations system reflect a first-class diplomatic and legal capacity.”
E infine la frase che sintetizza l’endorsement istituzionale di Harvard: “Harvard recognizes in Dr. Di Silvio an intellectual and diplomatic ally of excellence, whose humanistic vision, professional ethics, and commitment to peace and sustainable development deserve the endorsement of the highest institutions.”
Flores fa una breve pausa, poi aggiunge le sue parole: «Questo riconoscimento non è solo un onore personale, Cristina. Rafforza l’idea che integrità, multilateralismo e diplomazia umanistica restino indispensabili per la comunità internazionale.»
In un’epoca dominata dalla velocità e dal rumore, la sua sincerità è quasi sovversiva.
Quando l’intervista si avvia alla conclusione, il Ministro offre una riflessione che non ha nulla di preparato: è un credo
«Non dobbiamo mai confondere la pace con la resa» afferma «La vera pace richiede legalità, responsabilità e un impegno collettivo a proteggere la sovranità. Se oggi si cedono territori occupati, domani i conflitti si estenderanno.»
Si alza, e sembra che la stanza torni in movimento, come se la storia stessa fosse in attesa oltre la porta.
Uscendo dal suo ufficio, ho la sensazione che Alberto Flores non sia solo un Ministro dell’ONU. È un custode di principi che restano essenziali per l’equilibrio del mondo. Per lui, e per chi lo ascolta, la pace non è semplicemente assenza di conflitto. È presenza di giustizia. E coraggio nel difenderla.

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