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«DA CHI SCAPPI, DAVVERO» GEOPOLITICA DELLA FUGA, Cristina di Silvio

Il destino dei popoli costretti a lasciare la propria terra

Cristina Di Silvio

Abstract: In un mondo attraversato da guerre e crisi umanitarie senza tregua, la fuga è diventata la condizione esistenziale del nostro tempo. Oltre 123 milioni di persone vivono oggi sradicate, costrette ad abbandonare la propria casa a causa di conflitti, persecuzioni o catastrofi climatiche. Dall’Africa devastata del Sudan alla Siria consumata da quattordici anni di guerra, fino all’Europa ferita dall’Ucraina in guerra, la geografia contemporanea si ridisegna attorno ai confini del dolore e della resistenza umana. «Da chi scappi, davvero» non è soltanto un titolo: è una domanda che attraversa ogni popolo in cammino e ogni individuo che, anche restando, si ritrova a fuggire da sé. Come scriveva Alda Merini, “ci si salva solo tornando, non indietro ma dentro.” E forse la vera frontiera del futuro non sarà geografica, ma interiore: imparare, come umanità, a restare.

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LA FUGA COME CONDIZIONE

«Da chi scappi, davvero» — scriveva – E poi citava Alda Merini, che non temeva le parole dure: le lasciava cadere come pietre nell’acqua e faceva silenzio per ascoltarne l’eco. «Non si scappa mai dai luoghi,» diceva. E aveva ragione. Puoi cambiare città, mestiere, compagnia, persino accento. Ma se dentro resti uguale, tutto ciò che hai lasciato ti raggiunge comunque — magari con un altro nome, un altro volto, ma lo stesso nodo in gola. Si scappa per stanchezza, o per paura di guardarsi davvero. Si scappa per non sentire il peso delle cose che non abbiamo risolto. Ma la fuga, per quanto elegante, è sempre un modo di restare fermi. Ci si salva solo tornando. Non indietro, ma dentro. Guardando in faccia ciò che fa male, senza più cercare un’uscita di sicurezza. La Merini non era una santa: era viva. Sapeva che la libertà non si conquista andando lontano, ma smettendo di mentirsi. Alla fine, non si scappa da nessuno. Si impara, lentamente, a restare. Oggi quelle parole non parlano a un individuo soltanto, ma a un’umanità intera. Milioni di persone in cammino, sradicate da guerre, persecuzioni, carestie, crisi climatiche. Secondo l’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), oltre 123 milioni di esseri umani vivono in una condizione di spostamento forzato. È come se due Italie intere avessero perso la propria casa. Ma la cifra, da sola, non basta: dietro ogni numero c’è una voce che non viene ascoltata, un volto che non compare, un silenzio che pesa.

SUDAN L’ESODO DEL SILENZIO

Nel cuore dell’Africa, il Sudan è oggi il paradigma dell’esodo contemporaneo.

Dal 2023, il conflitto tra l’esercito regolare e le forze paramilitari RSF ha spinto oltre 14 milioni di persone — quasi un terzo della popolazione — a lasciare la propria casa. Più di 11 milioni sono sfollati interni, imprigionati in un limbo di fame e incertezza. Le strade verso Ciad ed Egitto sono diventate corridoi di sabbia e disperazione. Famiglie intere vagano tra Port Sudan e le regioni centrali, cercando acqua, luce, una tregua che non arriva. Ogni notte, la frontiera del Sudan diventa una linea tra la vita e la scomparsa.

In questo scenario, la geopolitica non è teoria: è carne viva. Il collasso istituzionale, le rivalità regionali e la frammentazione del potere hanno trasformato una crisi nazionale in un epicentro globale di instabilità, a poche centinaia di chilometri di distanza da un’altra ferita africana. Dall’inizio di ottobre 2025, in Mali, la giunta militare al potere ha avviato negoziati diretti con il gruppo jihadista Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), dopo settimane di blocco delle importazioni di carburante imposto dai miliziani. L’embargo di fatto — che ha paralizzato i convogli provenienti dal Senegal e dalla Costa d’Avorio — ha raddoppiato il prezzo del carburante e messo in ginocchio un Paese già devastato da anni di guerra. Né la protezione dei mercenari dell’Africa Corps (ex Gruppo Wagner), né le operazioni di scorta militare sono riuscite a ristabilire l’ordine. La giunta, incapace di controllare le rotte interne, ha dovuto cedere alle pressioni jihadiste, avviando trattative che segnano il fallimento della risposta armata e l’erosione dell’autorità statale. Eppure, tra le rovine, esistono gesti che resistono: poche migliaia di famiglie tornano nei villaggi di Aj Jazirah o Sennar per seminare di nuovo, come se piantare fosse un atto di fede. “Ci si salva solo tornando,” diceva la Merini. E forse è vero anche quando si torna su una terra ferita.

SIRIA – IL RITORNO CHE NON SALVA

Se il Sudan è la ferita recente, la Siria è la cicatrice che non si rimargina.

Quattordici anni di guerra hanno riscritto la geografia del Medio Oriente e cancellato intere città: Aleppo, Homs, Idlib, Daraa — nomi che suonano come un rosario di macerie. Alla fine del 2024, 7,4 milioni di siriani erano ancora sfollati interni e oltre 6 milioni rifugiati nei Paesi vicini. Alcuni tentano di tornare, ma spesso il ritorno non è salvezza: è sopravvivere in un luogo che non esiste più. Tornare in una casa distrutta, in una città disseminata di mine, è come riaprire una ferita che non guarisce. La Siria rimane un crocevia delicato della politica internazionale, dove si intrecciano strategie, alleanze e sfere d’influenza che superano i confini nazionali. Turchia, Iran, Russia, Stati Uniti, Israele e le potenze regionali più vicine hanno agito, ciascuna, seguendo logiche di sicurezza e contenimento. Ma mentre le cancellerie elaborano equilibri, la popolazione continua a sopravvivere nell’attesa. I Paesi che da anni ospitano milioni di rifugiati — Libano, Giordania, Turchia — affrontano un logoramento crescente: le risorse diminuiscono, le tensioni sociali aumentano e l’idea stessa di accoglienza vacilla.

La Siria, che fu culla di civiltà e pluralità, oggi è un mosaico di ritorni mutilati.

E in quel vuoto di casa e memoria, la frase ritorna come un sussurro: Non si scappa mai dai luoghi. Ma che ne è di un luogo che non c’è più?

UCRAINA – LA GUERRA CHE NON FINISCE MAI

Nel cuore dell’Europa, la guerra in Ucraina continua a ridefinire la geografia politica del continente. Dal 2022, quasi 7 milioni di ucraini hanno trovato rifugio nei Paesi europei, mentre 3,7 milioni restano sfollati all’interno dei confini nazionali. Le città cambiano volto sotto le bombe, le infrastrutture civili crollano, e ogni inverno porta con sé la paura di un nuovo blackout, di una nuova fuga. Eppure, l’Ucraina ha mostrato una forza identitaria che sorprende il mondo: la capacità di mantenere un senso di appartenenza anche nel disastro. L’Europa, dal canto suo, ha reagito con prontezza: accoglienza, protezione temporanea, percorsi di integrazione che hanno dato prova di una solidarietà concreta. Ma la fatica morale cresce, e il lungo tempo della guerra pesa sulle società ospitanti. In Ucraina, restare è un atto di coraggio; fuggire, un atto di sopravvivenza. Nessuno sa dove passi la linea che separa i due. Forse non c’è.

Forse è un cerchio che si chiude dentro ogni individuo: puoi cambiare città, lingua, vita — ma quella guerra ti accompagna, come un’eco che non smette di risuonare.

Una geografia del dolore e della resistenza

SUDAN, SIRIA, UCRAINA

Tre luoghi, tre guerre, tre modi diversi di dire la stessa verità: che la fuga non libera, sospende. Cambia la latitudine, mutano le bandiere, ma il destino degli sfollati resta identico. La guerra sradica, la politica si stanca, il mondo osserva. E mentre le guerre consumano interi territori, altrove cresce una rabbia diversa, quella di chi non fugge ma reclama di poter restare.

Dalla fine di settembre 2025, il Marocco è attraversato da un’ondata di manifestazioni giovanili senza precedenti: la cosiddetta Generazione Z occupa le piazze di Rabat, Casablanca e Marrakech, chiedendo riforme radicali in istruzione e sanità. È un movimento spontaneo, ma parte di una dinamica transnazionale che unisce i giovani di Africa, Asia e America Latina — dal Nepal al Perù — in una nuova geografia del dissenso. Non si fugge, dunque: si resiste in piedi, gridando ciò che le generazioni precedenti avevano taciuto.In Sudan si fugge dal collasso di uno Stato.

IN SIRIA, DA UN PASSATO CHE NON MUORE

In Ucraina, da un futuro che non arriva.

In Marocco, invece, si resta — ma per cambiare. E ovunque, la stessa domanda: Da chi scappi, davvero? L’umanità intera sembra in cammino, ma anche chi resta spesso è in fuga — da sé, dalla paura, dall’indifferenza. Viviamo in una diaspora permanente: quella della coscienza.

Ci si salva solo tornando, scriveva Merini. Non indietro, ma dentro. E forse questa è la più grande verità geopolitica del nostro tempo: la pace non si conquista andando lontano, ma smettendo di mentirsi.

Perché, alla fine, non si scappa da nessuno.

Si impara, lentamente, a restare.


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