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Giogiò, la musica interrotta che Napoli non può dimenticare

A tre anni dall’omicidio di Giovanbattista Cutolo, la memoria di un giovane musicista diventa una domanda sulla violenza, sull’educazione e sulla responsabilità collettiva di una società che non può accettare la normalizzazione delle armi e della sopraffazione

Massimiliano Mancini

Abstract: Il 31 agosto 2023 Giovanbattista Cutolo, per tutti Giogiò, veniva ucciso nel cuore di Napoli a soli ventiquattro anni, al termine di una lite originata da motivi di assoluta futilità. Studente del Conservatorio San Pietro a Majella, cornista e giovane talento cresciuto nell’esperienza della Nuova Orchestra Scarlatti, Cutolo apparteneva a quella generazione che attraverso lo studio, la cultura e la disciplina artistica tenta di costruire il proprio futuro e, insieme, quello della comunità nella quale vive. La sua morte, provocata dai colpi esplosi da un minorenne dopo che il giovane musicista era intervenuto in difesa di un amico, ha assunto rapidamente un significato che supera la dimensione della cronaca, ponendo interrogativi sulla diffusione delle armi, sulla violenza giovanile, sulla povertà educativa e sulla progressiva perdita del riconoscimento dell’altro. La Medaglia d’oro al valor civile conferitagli alla memoria dal Presidente della Repubblica ha riconosciuto nel suo comportamento un esempio di coraggio, altruismo e virtù civiche. A tre anni dall’omicidio, ricordare Giogiò significa tuttavia evitare che la vittima cancelli la persona: restituire centralità al musicista, al giovane e al cittadino e interrogarsi sulle responsabilità di una società nella quale un conflitto insignificante può ancora trasformarsi, in pochi istanti, nella negazione irreversibile della vita.

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Il 31 agosto 2023 Giovanbattista Cutolo, per tutti Giogiò, veniva ucciso nel cuore di Napoli a soli ventiquattro anni, al termine di una lite originata da motivi di assoluta futilità. Studente del Conservatorio San Pietro a Majella, cornista e giovane talento cresciuto nell’esperienza della Nuova Orchestra Scarlatti, Cutolo apparteneva a quella generazione che attraverso lo studio, la cultura e la disciplina artistica tenta di costruire il proprio futuro e, insieme, quello della comunità nella quale vive. La sua morte, provocata dai colpi esplosi da un minorenne dopo che il giovane musicista era intervenuto in difesa di un amico, ha assunto rapidamente un significato capace di superare la dimensione della cronaca, ponendo interrogativi sulla diffusione illegale delle armi, sulla violenza giovanile, sulla povertà educativa e sulla progressiva perdita del riconoscimento dell’altro quale limite invalicabile dell’agire individuale. La Medaglia d’oro al valor civile conferitagli alla memoria dal Presidente della Repubblica ha riconosciuto nel suo comportamento un esempio di coraggio, altruismo e virtù civiche, ma a tre anni dall’omicidio ricordare Giogiò significa soprattutto evitare che la condizione di vittima finisca per cancellare la persona, restituendo centralità al musicista, al giovane e al cittadino e interrogandosi sulle responsabilità di una società nella quale un conflitto insignificante può ancora trasformarsi, in pochi istanti, nella negazione irreversibile della vita.

Quando la morte rischia di cancellare la vita

Esiste una particolare forma di ingiustizia che può sopravvivere persino alla morte di una vittima: quella di essere ricordata esclusivamente attraverso le circostanze nelle quali la sua esistenza è stata interrotta. La cronaca possiede inevitabilmente una propria grammatica, costruita intorno ai luoghi, agli orari, alla dinamica dei fatti, alle responsabilità penali e alle successive decisioni giudiziarie, ma quando questa diventa l’unica prospettiva attraverso la quale una persona viene consegnata alla memoria collettiva si produce una seconda sottrazione, perché ciò che essa era prima dell’evento finisce progressivamente per scomparire dietro ciò che le è accaduto. Per comprendere realmente la vicenda di Giovanbattista Cutolo occorre allora compiere il percorso inverso, partendo non dalla pistola che ne ha interrotto l’esistenza, ma dalla vita che quella pistola ha cancellato.

Giogiò aveva ventiquattro anni, studiava al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, suonava il corno ed era cresciuto artisticamente nella realtà della Nuova Orchestra Scarlatti; la musica non rappresentava per lui semplicemente un interesse personale o una possibile professione, ma costituiva il linguaggio attraverso il quale stava costruendo la propria identità adulta, all’interno di un percorso che richiedeva talento, studio, disciplina e quella capacità di immaginare il futuro che appartiene a chi investe una parte importante della propria giovinezza nella formazione. Prima di diventare il ragazzo ucciso in piazza Municipio, dunque, Giogiò apparteneva a quella parte della società napoletana che studia, crea, lavora e costruisce senza necessariamente diventare oggetto della rappresentazione pubblica: la Napoli dei conservatori e delle università, delle orchestre e dei teatri, delle associazioni e delle esperienze culturali, dei giovani che tentano di trasformare una vocazione in un progetto di vita.

È proprio questa dimensione a rendere ancora più profonda la frattura prodotta dalla sua morte, perché dietro la perdita di una vita vi è anche la cancellazione di tutto ciò che quella vita avrebbe potuto ancora generare, delle relazioni che avrebbe costruito, della musica che avrebbe suonato e di un futuro che, per sua stessa natura, non potrà mai essere ricostruito.

La banalità del conflitto e l’irreversibilità della violenza

Nelle prime ore del 31 agosto 2023, in piazza Municipio, una controversia sviluppatasi in un contesto di assoluta banalità degenerò rapidamente in violenza. Giogiò intervenne durante una lite nella quale era coinvolto un suo amico e, nel corso di quei momenti, un ragazzo minorenne in possesso di una pistola esplose contro di lui tre colpi d’arma da fuoco, trasformando nel tempo brevissimo di un gesto una situazione contingente in un evento irreversibile.

La giustizia penale ha successivamente accertato la responsabilità dell’autore dell’omicidio e il Tribunale per i minorenni di Napoli ha pronunciato la relativa condanna, assolvendo alla funzione propria dello Stato di diritto, che consiste nell’individuare le responsabilità individuali attraverso le regole del processo e nel sottrarre la risposta al crimine alla dimensione emotiva della vendetta. Tuttavia, proprio quando il procedimento giudiziario riesce a fornire una risposta alla domanda su chi abbia commesso un fatto, rimane inevitabilmente aperto un interrogativo differente, che non appartiene più soltanto al diritto penale ma investe la sociologia, l’educazione, le politiche pubbliche e la responsabilità collettiva: come può una controversia priva di reale consistenza trasformarsi, nel giro di pochi secondi, nella decisione di togliere la vita a un altro essere umano?

È precisamente la sproporzione tra la causa apparente e l’esito definitivo a rendere la vicenda di Giogiò qualcosa di più di un episodio di cronaca, perché mostra quanto possa diventare fragile il confine tra conflitto e violenza quando alla difficoltà di riconoscere l’altro come limite della propria azione si aggiunge la disponibilità immediata di un’arma.

L’arma come acceleratore dell’irreversibile

Le armi possiedono infatti una caratteristica che il dibattito pubblico sulla sicurezza non dovrebbe mai trascurare: comprimono drammaticamente il tempo esistente tra un impulso e le sue conseguenze. Una lite può terminare, una provocazione può essere dimenticata, la rabbia può attenuarsi e persino un’aggressione può interrompersi prima di produrre conseguenze definitive, mentre il colpo esploso da un’arma da fuoco sottrae quasi completamente all’autore la possibilità del ripensamento e alla vittima quella della difesa, trasformando un’emozione momentanea in una conseguenza potenzialmente permanente.

La presenza di armi illegali negli ambienti giovanili non costituisce pertanto soltanto un problema di ordine pubblico, ma rappresenta un fenomeno sociale e culturale che impone di interrogarsi sul valore simbolico attribuito all’arma, sulla sua capacità di diventare strumento di intimidazione e riconoscimento e sui contesti nei quali la forza viene percepita come una modalità legittima per affermare la propria identità o ottenere rispetto. Comprendere tali condizioni non significa attenuare la responsabilità personale di chi utilizza un’arma o trasformare l’autore di un reato in un prodotto indistinto dell’ambiente sociale, ma riconoscere che la prevenzione della violenza richiede di intervenire molto prima del momento nel quale viene premuto un grilletto.

In questa prospettiva appare altrettanto improduttiva la contrapposizione tra repressione ed educazione, come se una società fosse chiamata a scegliere tra sicurezza e prevenzione sociale. Il contrasto alla circolazione illegale delle armi, l’attività investigativa, il controllo del territorio e l’effettività della risposta giudiziaria devono necessariamente convivere con la scuola, i servizi sociali, le opportunità formative, lo sport, la cultura e la presenza delle istituzioni nei contesti maggiormente esposti alla marginalità. Quando un adolescente dispone di un’arma e arriva a considerarla uno strumento utilizzabile nella gestione di un conflitto, infatti, ci si trova davanti al punto terminale di una catena nella quale possono incontrarsi fragilità individuali, modelli culturali, criminalità, povertà educativa, difficoltà familiari e assenza di alternative credibili.

Il coraggio come virtù civile e la responsabilità delle istituzioni

Nel novembre 2023 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito a Giovanbattista Cutolo la Medaglia d’oro al valor civile alla memoria, riconoscendo nel comportamento tenuto dal giovane durante quella tragica circostanza un esempio di coraggio, altruismo e virtù civiche. Il riconoscimento possiede un significato che supera la sua dimensione commemorativa, perché restituisce a Giogiò una capacità di scelta proprio nel momento in cui la narrazione della vittima rischierebbe altrimenti di rappresentarlo soltanto come destinatario passivo della violenza.

Quella notte Giogiò avrebbe potuto non intervenire, considerare ciò che stava accadendo un problema altrui e scegliere l’indifferenza, ma non lo fece; proprio questa circostanza conduce a una delle contraddizioni più profonde delle società contemporanee, nelle quali si chiede ai cittadini di sviluppare solidarietà, senso civico e responsabilità verso gli altri, mentre contemporaneamente occorre garantire che l’esercizio di quelle virtù non comporti un’esposizione sproporzionata alla violenza. Una comunità democratica non può avere bisogno di eroi per rendere possibili comportamenti che dovrebbero appartenere all’ordinaria cittadinanza, né il coraggio individuale può diventare l’alibi attraverso il quale evitare di interrogarsi sulle condizioni collettive che hanno reso necessario quel coraggio.

La medaglia conferita alla memoria di Giogiò riconosce dunque una virtù individuale, ma indirettamente richiama una responsabilità pubblica: costruire una società nella quale solidarietà e partecipazione non debbano trasformarsi in atti di eroismo e nella quale intervenire in difesa di un’altra persona non significhi mettere in gioco la propria vita.

Dal dolore privato alla memoria pubblica

Dopo l’omicidio, Daniela Di Maggio e Franco Cutolo, i genitori di Giogiò, hanno progressivamente trasformato una tragedia familiare in una testimonianza pubblica, mentre la voce della madre è entrata con particolare forza nel dibattito nazionale sulla violenza giovanile, sulla diffusione delle armi, sulla responsabilità educativa e sulla necessità di ricostruire una cultura del rispetto capace di precedere l’intervento repressivo. È un passaggio che deve essere osservato con particolare rispetto, perché nessuna vittima dovrebbe essere costretta a diventare un simbolo e nessun familiare dovrebbe avere l’obbligo morale di trasformare il proprio dolore in una missione pubblica; quando questo accade, tuttavia, la società è chiamata almeno a riconoscere il significato di quella testimonianza e a evitare che venga consumata nella ritualità della commemorazione.

Nel terzo anniversario dell’omicidio, il 31 agosto 2026, Napoli è tornata a ricordare Giogiò proprio in piazza Municipio, nel luogo nel quale la sua vita venne interrotta, attraverso una commemorazione che ha riunito la famiglia, i musicisti, i cittadini e rappresentanti delle istituzioni. Il significato di un anniversario, tuttavia, non può esaurirsi nella capacità di ricostruire il passato, perché la memoria pubblica acquista una funzione civile soltanto quando riesce a produrre interrogativi sul presente e, soprattutto, quando obbliga gli adulti a riconoscere che la cosiddetta violenza giovanile non nasce in uno spazio separato dalla società, ma all’interno di modelli, linguaggi, istituzioni, opportunità e disuguaglianze che le generazioni precedenti hanno contribuito a costruire.

La domanda diventa allora non soltanto che cosa stia accadendo ai giovani, ma quale ambiente sociale gli adulti abbiano predisposto affinché quei giovani possano costruire la propria identità senza dover ricorrere alla sopraffazione per ottenere riconoscimento.

Napoli oltre la rappresentazione della violenza

La morte di Giogiò ha inevitabilmente riaperto anche una narrazione antica e spesso semplicistica su Napoli, nella quale criminalità, armi e violenza giovanile finiscono per diventare elementi quasi identitari di una città contrapposta a una presunta normalità esistente altrove. Si tratta di una rappresentazione che non aiuta a comprendere i fenomeni e che, soprattutto, rischia di produrre un paradosso: proprio mentre si tenta di denunciare la violenza, le si concede il monopolio simbolico della rappresentazione della città.

Negare i problemi di Napoli significherebbe ignorare la realtà, ma identificare Napoli esclusivamente con quei problemi significherebbe deformarla, perché Giogiò stesso era Napoli: lo erano il Conservatorio nel quale studiava, l’orchestra nella quale suonava, i musicisti con i quali condivideva il proprio percorso, gli amici, i maestri, la famiglia e quel pubblico che avrebbe potuto ascoltarlo negli anni successivi. La vera contrapposizione non è quindi tra Napoli e una normalità esterna, ma attraversa la città stessa, così come attraversa numerose comunità contemporanee, contrapponendo alla costruzione lenta delle competenze, delle relazioni e della cultura la seduzione immediata della forza, della prevaricazione e della paura come strumenti attraverso i quali ottenere identità e riconoscimento.

La questione politica e sociale consiste allora nel comprendere quale di queste dimensioni una comunità riesca concretamente a rendere più forte, perché ogni giovane che trova nella scuola, nella musica, nello sport, nel lavoro, nell’associazionismo o nella cultura uno spazio nel quale riconoscersi rappresenta qualcosa di più di una singola esperienza riuscita: costituisce uno spazio sottratto alla possibilità che il prestigio venga ricercato nella violenza e che il rispetto venga confuso con la paura.

La memoria come responsabilità verso il futuro

A tre anni dalla sua morte, il rischio più grande sarebbe trasformare Giogiò in un rituale composto da una fotografia, un concerto, una corona, alcune parole pronunciate ogni 31 agosto e un successivo ritorno alla normalità, perché la memoria pubblica possiede valore soltanto quando riesce a modificare il modo nel quale una comunità interpreta il proprio presente. Ricordare non significa semplicemente conservare ciò che è accaduto, ma assumere l’accaduto come elemento di conoscenza e responsabilità, affinché ciò che è stato possibile una volta non venga progressivamente accettato come inevitabile.

Per questo Giovanbattista Cutolo non dovrebbe essere ricordato principalmente come una vittima, ma come un giovane uomo al quale appartenevano progetti, passioni, relazioni e possibilità ancora aperte, come un musicista che aveva scelto uno strumento complesso e una professione nella quale il talento deve necessariamente incontrare disciplina e studio, come un ragazzo che aveva deciso di costruire nella propria città una parte importante del proprio futuro e che, davanti a un amico in difficoltà, aveva scelto di non voltarsi dall’altra parte.

La giustizia ha individuato la responsabilità penale dell’omicidio e ha pronunciato la propria decisione, ma alla società rimane una responsabilità differente, che nessuna sentenza può assorbire: comprendere come impedire che la disponibilità di un’arma, l’incapacità di gestire un conflitto e una cultura della sopraffazione possano ancora incontrarsi fino a rendere possibile la cancellazione di una vita per una ragione priva di qualsiasi proporzione rispetto alla sua conseguenza. È questa la parte della storia di Giogiò che il processo non può chiudere e che appartiene invece alle istituzioni, alla scuola, alle famiglie, alla cultura, alle politiche sociali, alle forze di polizia, all’informazione e alla comunità nel suo complesso.

Esiste, in fondo, una differenza essenziale tra commemorare una morte e custodire una vita: la prima operazione guarda inevitabilmente a ciò che è stato perduto, mentre la seconda tenta di riconoscere ciò che quella persona aveva cominciato a costruire e assume la responsabilità di non permettere che quel patrimonio scompaia insieme a lei. Di Giogiò rimane allora anche l’immagine di una sedia che non avrebbe dovuto essere vuota, di un corno che avrebbe dovuto continuare a suonare e di una musica della quale nessuno potrà conoscere le note che sarebbero venute dopo; ma rimane soprattutto una domanda rivolta alla società che lo ricorda, perché il modo più autentico di conservarne la memoria consiste nel fare in modo che, nella coscienza collettiva, l’ultima parola sulla vita di Giovanbattista Cutolo non appartenga ai colpi che l’hanno interrotta, ma alla musica che l’aveva riempita.


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