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IL VERTICE CHE NON CI SARÀ E IL DIRITTO CHE RIMANE IN BILICO, Cristina Di Silvio

Il volo sospeso, Putin, Budapest e la giurisdizione

Cristina Di Silvio

Abstract: L’evoluzione del conflitto in Ucraina tra alterne vicende (guerra di droni e di trincea) vive un sostanziale stallo militare; la mediazione USA ha avuto un mordente non particolarmente decisivo sulla Russia, forse troppo concentrata sulla crisi di Gaza. Nel contempo si è ipotizzato un nuovo vertice tra Trump e Putin, ma purtroppo non si terrà, alla base perplessità di natura processual-penalistiche e politiche: l’Europa non è stata invitata, eppure dovrebbe essere garante dell’Ucraina.

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Il vertice mancato e il volo annullato

Non ci sarà alcun vertice, almeno adesso, sicuramente non a Budapest, non tra Donald Trump e Vladimir Putin. La notizia – ora confermata da fonti ufficiali della Casa Bianca e riportata da Reuters – ha il tono definitivo delle porte che si chiudono e l’eco lunga delle trattative svanite: “Non ci sono piani per un incontro nell’immediato futuro”, ha dichiarato un alto funzionario statunitense.

È la fine, o forse solo la sospensione, di un tentativo diplomatico che aveva fatto del silenzio la sua unica forma di annuncio e del segreto la sua cifra operativa.

Un silenzio che pesa più di mille dichiarazioni. Dietro quel “non ci sono piani”, si cela un’intera architettura negoziale collassata. Il dialogo faticosamente avviato tra Mosca e Washington si è interrotto nelle ultime 48 ore: segnali chiari erano già emersi dalla conversazione telefonica tra il Segretario di Stato Rubio e il ministro degli Esteri russo Lavrov, che doveva preludere a un incontro bilaterale, poi rinviato.

Nel lessico ovattato della diplomazia, il rinvio è già fallimento.

Le posizioni sono troppo distanti: il Cremlino ha ribadito la propria opposizione a un cessate il fuoco immediato e a ogni congelamento della linea del fronte, che verrebbe percepito come una legittimazione dello status quo territoriale. Ma ciò che ha probabilmente infranto il fragile equilibrio è la rivelazione – attribuita a un alto funzionario ucraino – secondo cui Trump avrebbe chiesto direttamente a Zelensky di rinunciare al Donbass, durante l’incontro di venerdì scorso. Una richiesta che, se confermata, non è solo politicamente esplosiva: è un colpo alla legittimità della resistenza ucraina e, più ancora, alla tenuta del diritto internazionale, che vieta ogni acquisizione territoriale per via di aggressione armata.

Kiev resiste, consapevole che la pace non può fondarsi sulla mutilazione. L’Europa continua a osservare, alleata ma impotente, affacciata sul crinale del potere tra Washington e Mosca. Tuttavia, qualcosa si muove. Un documento congiunto firmato da dieci Paesi europei e dai vertici dell’UE  ha riaffermato con fermezza la linea rossa: nessun cambiamento dei confini internazionali può essere accettato se ottenuto con la forza.

Secondo fonti Bloomberg, un piano di pace in dodici punti è già in fase avanzata.

Zelensky, intervenendo su Telegram, lo ha sintetizzato con lucidità strategica: “La linea del fronte può essere un punto di partenza per la diplomazia, ma la Russia vuole solo guadagnare tempo. L’invio dei Tomahawk potrebbe essere la chiave per la pace”.

Giovedì, a Bruxelles, il presidente ucraino parlerà al Consiglio Europeo. Lì si deciderà se l’Europa continuerà a essere spettatrice — o se tornerà a essere protagonista. Eppure, il vertice mancato di Budapest non è solo una crisi diplomatica. è anche un fallimento giuridico annunciato.

Il Presidente “ricercato”…

Putin resta destinatario di un mandato d’arresto internazionale emesso dalla Corte Penale dell’Aia per crimini di guerra in Ucraina. Ai sensi dello Statuto di Roma, l’Ungheria – Stato Parte – avrebbe il dovere giuridico di eseguirlo qualora il presidente russo mettesse piede, o anche solo l’ombra del suo jet presidenziale, nello spazio giuridico europeo.

Budapest però si è già smarcata da ogni obbligo: nel marzo 2023, il governo Orbán ha dichiarato che non arresterà Putin, invocando l’incompatibilità del mandato con il diritto interno. Una posizione giuridicamente insostenibile, che espone l’Ungheria a una violazione manifesta dei suoi obblighi internazionali — e trasforma il diritto penale internazionale in un’arma spuntata.

Nel diritto internazionale, il non agire è agire. Il non arrestare è tollerare. Il lasciar passare è legittimare.

La questione del sorvolo — apparentemente tecnica — è invece il vero punto giuridico nodale. Secondo la Convenzione di Chicago del 1944, ogni Stato esercita sovranità esclusiva sul proprio spazio aereo. Autorizzare o negare il passaggio del jet presidenziale russo è, dunque, un atto sovrano. Ma è anche una scelta morale.

Permettere il volo di Putin equivale a una cooperazione passiva nell’elusione di un mandato internazionale. Una complicità silenziosa.

Mentre l’UE si frammenta in dichiarazioni contrastanti — con Germania, Francia e Belgio a ribadire la piena cooperazione con la CPI e Ungheria, Slovacchia, Bulgaria a invocare la sovranità nazionale — si afferma un pericoloso precedente: il diritto internazionale come sistema a geometria variabile, applicabile solo dove la politica lo consente.

Il mancato vertice di Budapest segna più di un fallimento negoziale: segna la linea di faglia tra un ordine fondato sul diritto e un disordine fondato sulla forza. Putin non volerà — ma il solo fatto che potesse farlo, impunemente, è già un volo dell’Ombra. Il cielo d’Europa, oggi, è sospeso tra due modelli: uno in cui ogni capo di Stato risponde alla giustizia universale; uno in cui la giustizia si arresta sulla soglia del potere.

Il primo è il futuro. Il secondo è il ritorno all’impunità.


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