Dal referendum del 2 giugno 1946 alla democrazia costituzionale contemporanea: memoria storica, responsabilità civile e valore attuale della scelta repubblicana

Abstract: L’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica italiana costituisce un passaggio di particolare rilievo storico, politico e sociologico, poiché consente di rileggere il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 non soltanto come evento fondativo dell’ordinamento repubblicano, ma come atto collettivo di ricostruzione morale, civile e democratica dopo la caduta del fascismo, la guerra, l’occupazione e la lacerazione del Paese. La scelta repubblicana, affermatasi con il voto popolare e accompagnata dall’elezione dell’Assemblea Costituente, segnò il passaggio dalla sovranità dinastica alla sovranità popolare, introducendo nella vita pubblica italiana un nuovo patto fondato su cittadinanza, uguaglianza, partecipazione, pluralismo e responsabilità costituzionale. A ottant’anni da quella data, la Festa della Repubblica non può essere ridotta a celebrazione rituale, ma deve essere intesa come occasione di verifica della qualità democratica del presente, in un tempo segnato da disuguaglianze sociali, fragilità istituzionali, astensionismo, trasformazioni tecnologiche, crisi geopolitiche e nuove forme di sfiducia pubblica. Celebrare la Repubblica significa dunque interrogarsi non solo su ciò che l’Italia è diventata, ma su ciò che deve continuare a essere: una comunità politica fondata sulla dignità della persona, sulla partecipazione dei cittadini e sulla capacità delle istituzioni di rendere effettivi i principi costituzionali.
Keywords: #FestaDellaRepubblica #2Giugno #RepubblicaItaliana #Costituzione #Democrazia #AssembleaCostituente #SovranitàPopolare #Cittadinanza #StoriaItaliana #MemoriaCivile #Istituzioni #Partecipazione #FrancescoMancini #EthicaSocietas #EthicaSocietasRivista #RivistaScientifica #ScienzeSociali #ethicasocietasupli

Il 2 giugno 1946 come atto fondativo della democrazia repubblicana
L’ottantesimo anniversario della Festa della Repubblica italiana impone di guardare al 2 giugno 1946 non soltanto come a una data celebrativa, ma come a uno dei momenti più profondi della storia civile del Paese. In quella consultazione, celebrata il 2 e 3 giugno 1946, gli italiani furono chiamati a scegliere la forma istituzionale dello Stato, decidendo tra monarchia e repubblica, e contestualmente a eleggere l’Assemblea Costituente, destinata a scrivere la nuova Carta fondamentale. Secondo i dati storici del Ministero dell’Interno, votarono 24.946.878 cittadini, pari all’89,08% degli aventi diritto; la Repubblica ottenne 12.718.641 voti, pari al 54,27%, mentre la monarchia raccolse 10.718.502 voti, pari al 45,73% (Ministero dell’Interno, 1946). Il 18 giugno 1946, dopo l’esame dei ricorsi, la Corte di cassazione proclamò ufficialmente la nascita della Repubblica italiana (Ministero della Difesa, 2025).
Quel voto non fu una semplice opzione istituzionale, ma un atto di rifondazione politica, sociale e morale poiché l’Italia usciva da vent’anni di dittatura fascista, da una guerra perduta, dall’occupazione straniera, dalla guerra civile, dalla fame, dalla distruzione materiale e dalla crisi radicale della fiducia nelle istituzioni. Il referendum rappresentò perciò la possibilità di restituire al popolo italiano la titolarità della decisione politica fondamentale, sostituendo al principio dinastico il principio democratico e ponendo al centro della nuova legittimazione pubblica non più la continuità della Corona, ma la volontà dei cittadini.
La nascita della Repubblica avvenne dentro una società lacerata, ancora attraversata da profonde divisioni territoriali, politiche e sociali. Il risultato referendario mostrò un Paese non unanimemente repubblicano, ma pluralmente diviso, con aree del Nord e del Centro più orientate verso la Repubblica e larghe zone del Mezzogiorno ancora legate alla monarchia. Proprio questa divisione rende ancora più significativo il patto costituzionale successivo, perché la Repubblica non nacque come imposizione di una parte sull’altra, ma come tentativo di trasformare una scelta maggioritaria in un ordinamento capace di includere l’intera comunità nazionale.
Il voto delle donne e la nascita della cittadinanza democratica
Il 2 giugno 1946 fu anche il momento in cui la cittadinanza politica italiana assunse finalmente una forma pienamente universale. Per la prima volta in una consultazione politica nazionale votarono anche le donne, dopo l’esperienza delle elezioni amministrative della primavera dello stesso anno.
La partecipazione femminile non fu un dettaglio procedurale, ma una trasformazione antropologica e politica della cittadinanza, in questo modo la nazione non si limitò a scegliere tra monarchia e repubblica, ma ridefinì il soggetto stesso della sovranità, riconoscendo che il popolo non poteva più essere pensato secondo categorie parziali, maschili, censitarie o socialmente selettive. La Repubblica nacque quindi già segnata da una domanda di inclusione, anche se questa domanda avrebbe richiesto decenni per tradursi pienamente nella vita sociale, familiare, lavorativa e istituzionale.
Sotto questo profilo, il 2 giugno non appartiene soltanto alla storia costituzionale, ma anche alla storia sociale del Paese. poiché la Repubblica nacque promettendo uguaglianza e questo impegno non si esaurì nell’atto elettorale ma divenne, e resta ancora oggi, un compito storico, poiché l’uguaglianza costituzionale deve essere continuamente resa effettiva nei luoghi del lavoro, della rappresentanza, dell’istruzione, della cura e della partecipazione sociale.
Dalla monarchia alla Repubblica: il passaggio dalla fedeltà dinastica alla sovranità popolare
La scelta repubblicana determinò il superamento del modello monarchico e l’affermazione di una nuova legittimazione politica fondata sulla sovranità popolare e mentre la monarchia si fondava su una continuità dinastica che precedeva la volontà popolare, la Repubblica, invece, fonda la propria legittimità sulla partecipazione dei cittadini e sulla responsabilità delle istituzioni davanti alla comunità politica.
Questo passaggio ha una rilevanza sociologica profonda: la Repubblica introduce l’idea che lo Stato non sia proprietà di una casa regnante, di una classe dirigente o di un apparato separato, ma forma istituzionale della comunità dei cittadini. Da quel momento, il potere pubblico diventa giuridicamente e simbolicamente riconducibile al popolo, non come massa indistinta, ma come insieme di persone titolari di diritti, doveri, libertà e responsabilità.
La sovranità popolare non è soltanto un principio costituzionale, ma una trasformazione del modo in cui una società pensa se stessa che non fu immediata né lineare. L’Italia repubblicana dovette fare i conti con l’eredità del fascismo, con la povertà del dopoguerra, con profonde disuguaglianze territoriali, con l’analfabetismo, con il peso delle appartenenze ideologiche e con la necessità di ricostruire un tessuto istituzionale credibile. La Repubblica nacque fragile, ma proprio per questo la sua forza non risiedette nell’assenza di conflitti, bensì nella capacità di ricondurre il conflitto dentro regole democratiche, procedure rappresentative e garanzie costituzionali.
L’Assemblea Costituente e la costruzione del patto costituzionale
Il referendum istituzionale fu inseparabile dall’elezione dell’Assemblea Costituente, perché la Repubblica non nacque soltanto dalla scelta della forma dello Stato, ma dalla successiva elaborazione di un patto costituzionale capace di dare contenuto giuridico, politico e sociale alla nuova democrazia. L’Assemblea Costituente fu il luogo in cui culture politiche diverse, cattolica, socialista, comunista, liberale, azionista e repubblicana, seppero confrontarsi non per cancellare le proprie differenze, ma per tradurle in un ordine comune.
La Costituzione repubblicana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, fu il risultato di questa mediazione alta e non si limitò a organizzare i poteri dello Stato, ma definì una visione della persona, della società e della democrazia dove al centro non vi è lo Stato autoritario, né l’individuo isolato, ma la persona nella trama delle relazioni sociali, nei luoghi della famiglia, del lavoro, della scuola, dell’associazionismo, dei partiti, dei sindacati e delle comunità territoriali. La Repubblica costituzionale nasce quindi come ordinamento pluralista, fondato sul riconoscimento dei diritti inviolabili, sull’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, sull’uguaglianza formale e sostanziale, sulla centralità del lavoro e sul ripudio della guerra come strumento di offesa.
La Costituzione trasformò la memoria della crisi dello Stato liberale e della dittatura fascista in architettura giuridica di garanzia cove le libertà fondamentali, l’indipendenza della magistratura, il pluralismo politico, il controllo parlamentare, l’autonomia territoriale, la tutela delle minoranze, la rigidità costituzionale e il ruolo della Corte costituzionale furono pensati come antidoti istituzionali al ritorno dell’autoritarismo, in una visione pedagogica contro la riduzione del cittadino a suddito.
La Repubblica come costruzione sociale
La Repubblica italiana non può essere compresa soltanto come ordinamento giuridico, perché essa è anche costruzione sociale. Dal dopoguerra in poi, l’Italia repubblicana ha accompagnato la trasformazione di un Paese agricolo, povero e segnato dalle macerie in una democrazia industriale, urbana, pluralista e inserita nel progetto europeo. La scuola di massa, l’espansione dei diritti sociali, il Servizio sanitario nazionale, la contrattazione collettiva, la mobilità sociale, il ruolo dei comuni, l’associazionismo, il volontariato, la partecipazione politica e sindacale hanno dato alla Repubblica una consistenza materiale, rendendo la cittadinanza non soltanto diritto di voto, ma accesso progressivo a condizioni di vita più dignitose.
Tuttavia, la storia repubblicana è stata attraversata anche da contraddizioni profonde: terrorismo, stragi, mafia, corruzione, instabilità politica, debito pubblico, divari territoriali, disuguaglianze sociali, crisi della rappresentanza e sfiducia verso le istituzioni. Proprio queste contraddizioni impediscono di trasformare la Repubblica in un mito consolatorio e l’anniversario degli ottant’anni non deve servire a costruire una memoria pacificata e astratta, ma a riconoscere la complessità di un percorso nel quale la democrazia è stata più volte ferita, contestata, indebolita, ma non definitivamente spezzata.
Dal punto di vista sociologico, la Repubblica vive nella qualità del legame tra cittadini e istituzioni e quando le istituzioni sono percepite come distanti, opache, lente o ingiuste, la Repubblica perde densità sociale, viceversa quando le istituzioni riescono a proteggere i diritti, garantire servizi, ridurre disuguaglianze, ascoltare i territori e rendere credibile la promessa costituzionale, essa torna a essere esperienza concreta di appartenenza. La Repubblica, dunque, non è soltanto ciò che viene celebrato il 2 giugno, ma ciò che viene verificato ogni giorno nel rapporto tra cittadino e scuola, ospedale, tribunale, comune, amministrazione, forze dell’ordine e lavoro.
Il valore politico della memoria repubblicana
Celebrare gli ottant’anni della Repubblica significa interrogarsi sul rapporto tra memoria e democrazia poiché una comunità politica senza memoria rischia di vivere il presente come successione di emergenze, dimenticando le ragioni profonde delle proprie istituzioni; ma una memoria ridotta a rito, priva di interrogazione critica, rischia di diventare semplice retorica civile. Il 2 giugno deve invece essere una memoria attiva, capace di ricordare che la democrazia italiana nacque da una scelta, da un conflitto superato attraverso il voto, da una rottura con la dittatura e da una scommessa collettiva sulla possibilità di ricostruire il Paese attraverso le istituzioni.
La memoria repubblicana ha valore politico perché ricorda che la libertà non è una condizione naturale, ma una conquista storica, che il voto non è un gesto burocratico, ma il fondamento della sovranità democratica, che la Costituzione non è un testo immobile, ma un progetto da attuare, che la Repubblica non appartiene alle sole istituzioni centrali, ma a ogni cittadino che partecipa alla vita pubblica, rispetta le regole, esercita diritti, adempie doveri e riconosce nell’altro non un nemico, ma un componente della medesima comunità politica.
In questa prospettiva, il 2 giugno non è una festa contro qualcuno, né la celebrazione di una parte politica, ma la festa dell’ordinamento comune. La Repubblica nacque da una scelta maggioritaria, ma la Costituzione fu costruita per includere anche chi aveva scelto diversamente, trasformando la divisione del 1946 in una casa istituzionale condivisa e questo è uno degli aspetti più alti della vicenda repubblicana: la democrazia non cancella il conflitto, ma lo rende compatibile con l’unità della comunità politica.
Il valore attuale della Repubblica nell’età della sfiducia
A ottant’anni dalla sua nascita, la Repubblica italiana è chiamata a misurarsi con sfide profondamente diverse da quelle del dopoguerra, ma non meno decisive. La società contemporanea è attraversata da nuove disuguaglianze, precarietà lavorativa, impoverimento di parti del ceto medio, divari generazionali, trasformazioni tecnologiche, crisi ambientale, migrazioni, fragilità demografica, polarizzazione comunicativa e crescente sfiducia verso la politica rappresentativa. In questo scenario, il rischio non è soltanto la crisi delle istituzioni, ma l’indebolimento del sentimento stesso di appartenenza repubblicana.
L’astensionismo elettorale, la disaffezione verso i partiti, la delegittimazione del sapere pubblico, la diffusione di linguaggi ostili e la tentazione di sostituire la complessità democratica con soluzioni semplificate rappresentano segnali di una crisi più ampia della cittadinanza. La Repubblica non può limitarsi a chiedere obbedienza formale alle regole; deve tornare a produrre fiducia, e la fiducia nasce quando i cittadini percepiscono che le istituzioni non sono soltanto apparati, ma strumenti di giustizia, protezione e possibilità.
Il valore attuale della Repubblica consiste allora nel rendere nuovamente effettiva la promessa costituzionale. Ciò significa ridurre le disuguaglianze che impediscono la piena partecipazione, garantire istruzione di qualità, tutelare la salute come diritto universale, proteggere il lavoro dignitoso, rendere accessibile la giustizia, promuovere la parità di genere, sostenere i giovani, difendere l’ambiente e governare la trasformazione tecnologica senza sacrificare la persona alla logica dell’efficienza quindi la Repubblica resta viva se continua a essere strumento di emancipazione, non semplice cornice istituzionale.
Repubblica, Europa e responsabilità internazionale
La Repubblica italiana si è sviluppata dentro un orizzonte europeo e internazionale che ne ha progressivamente ridefinito il ruolo. L’integrazione europea, la partecipazione alle organizzazioni internazionali, il ripudio della guerra e la scelta multilaterale hanno rappresentato dimensioni essenziali dell’identità repubblicana. L’Italia repubblicana ha compreso, dopo la catastrofe del nazionalismo e della guerra, che la sovranità democratica non si difende chiudendosi, ma costruendo relazioni fondate su regole, cooperazione e responsabilità reciproca.
Oggi questo orizzonte è sottoposto a nuove tensioni: le guerre ai confini dell’Europa, la crisi del diritto internazionale, la competizione tra potenze, le disuguaglianze globali, le migrazioni e la transizione ecologica interrogano la Repubblica sulla propria capacità di restare fedele ai principi costituzionali in un mondo instabile. Il valore della Repubblica non si misura soltanto nella sua vita interna, ma anche nella sua capacità di contribuire a un ordine internazionale più giusto, pacifico e rispettoso della dignità umana.
La Festa del 2 giugno, non è soltanto celebrazione nazionale, ma riaffermazione di una responsabilità civile più ampia. La Repubblica italiana nasce dalla fine della guerra e dalla scelta di non ripetere l’esperienza dell’autoritarismo, dell’imperialismo e della violenza politica; per questo la sua identità più autentica resta legata alla pace, alla cooperazione e alla centralità del diritto.
Celebrare la Repubblica come esercizio di responsabilità
Il rischio di ogni anniversario è la retorica e quando la celebrazione si limita alle formule, ai cerimoniali e ai simboli, essa può perdere la sua forza educativa. I simboli, tuttavia, restano importanti se vengono restituiti al loro significato profondo. Il tricolore, l’inno, la parata, il discorso istituzionale, il ricordo del referendum, la memoria della Costituente non sono elementi decorativi, ma strumenti attraverso cui una comunità rinnova il proprio legame con la storia e con le responsabilità del presente.
Celebrare la Repubblica significa domandarsi se le istituzioni siano all’altezza della dignità che la Costituzione riconosce a ogni persona, chiedersi se la scuola riesca ancora a essere ascensore sociale, se il lavoro garantisca libertà e non soltanto reddito, se la sanità resti realmente universale, se i giovani possano immaginare il proprio futuro nel Paese, se le donne siano effettivamente poste nelle condizioni di partecipare alla vita pubblica e professionale in condizioni di parità, se il Mezzogiorno sia ancora considerato questione nazionale e non periferia permanente, se la transizione digitale sia governata secondo criteri di giustizia e non di esclusione.
La Repubblica non chiede solo memoria, ma manutenzione democratica. Ogni generazione eredita istituzioni che non ha fondato e deve decidere se limitarsi a utilizzarle o assumersi la responsabilità di rigenerarle. Gli ottant’anni del 2 giugno 1946 ricordano che la democrazia non vive di automatismi, ma di partecipazione, cultura civile, fiducia, responsabilità e capacità di correggere le proprie disuguaglianze.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Camera dei deputati. (s.d.). Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Camera dei deputati.
Ministero dell’Interno. (1946). Archivio storico delle elezioni: referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali.
Ministero della Difesa. (2025). Il referendum del 1946. Ministero della Difesa.
Presidenza della Repubblica. (s.d.). La nascita della Repubblica italiana. Archivio storico della Presidenza della Repubblica.
Repubblica italiana. (1948). Costituzione della Repubblica italiana.
Senato della Repubblica. (s.d.). 2 giugno. Festa della Repubblica.
Governo italiano. (s.d.). L’Assemblea Costituente. Presidenza del Consiglio dei ministri.

ULTIMI 5 ARTICOLI DELLO STESSO AUTORE
LO STATO DELL’ECONOMIA MONDIALE E NAZIONALE NELLE CONSIDERAZIONI FINALI DEL GOVERNATORE
PRODUTTIVITÀ E DISUGUAGLIANZE CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLE RELAZIONI FINALI DEL GOVERNATORE
DRAGHI AD AQUISGRANA: L’EUROPA SOLA DAVANTI ALLA PROVA DELLA SOVRANITÀ
SIGONELLA 1985: QUANDO L’ITALIA RIVENDICÒ LA SOVRANITÀ
ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI
LA POLIZIA LOCALE DAVANTI ALLA VIOLENZA DELLA CAMORRA
LE SANZIONI SULLA PRIVACY COSTITUISCONO DANNO ERARIALE A CARICO DEI FUNZIONARI
L’IA NON È (ANCORA) DEMOCRATICA
MAGNIFICA HUMANITAS: LA CIVILTÀ DELL’AMORE NELL’EPOCA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
UN ALTRO GIOVANE SUICIDIO NELLA POLIZIA LOCALE
Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e no profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2026 by Ethica Societas UPLI onlus
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0


