ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

Il presidio di prossimità come risposta istituzionale alla paura, all’intimidazione criminale e alla solitudine delle vittime

Sabrina Del Prete

Abstract:  La violenza intimidatoria della camorra non produce soltanto danni fisici o patrimoniali, ma incide profondamente sulla libertà personale, sulla sicurezza psicologica e sulla dignità sociale delle vittime, generando paura, isolamento e progressiva compressione della vita quotidiana. Nei territori esposti alla pressione della criminalità organizzata, la Polizia Locale assume un ruolo essenziale di prossimità istituzionale, poiché rappresenta spesso il primo presidio pubblico capace di intercettare segnali deboli, anomalie territoriali, situazioni di disagio e tentativi di controllo criminale sul tessuto economico e sociale. L’articolo evidenzia come la Polizia Locale non possa essere ridotta alla sola funzione viabilistica o sanzionatoria, ma debba essere riconosciuta come componente del sistema integrato di sicurezza urbana, in costante raccordo con le Forze di polizia statali, la magistratura, le prefetture e le amministrazioni comunali. La paura, anche per chi indossa una divisa, resta un sentimento umano e legittimo; tuttavia, essa può essere trasformata in rigore professionale, metodo operativo, tutela delle vittime e responsabilità condivisa quando il singolo operatore non viene lasciato solo, ma agisce all’interno di un comando compatto, sostenuto dall’ente locale e inserito in una rete istituzionale effettiva.

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Sabrina Del Prete, laureata in giurisprudenza con diversi master universitari in criminologia e scienze forensi, funzionario di polizia locale, comandante di Teverola (CE) dal 2022, dirigente nazionale di UPLI-Unione Polizia Locale Italiana.


Quando la violenza criminale diventa esperienza della vittima

Vi è un momento preciso in cui la violenza della criminalità organizzata cessa di apparire come una notizia di cronaca, una formula giudiziaria o una categoria sociologica, e diventa esperienza concreta di frattura, paura e vulnerabilità. È il momento in cui si incrocia lo sguardo di chi ha subito un atto intimidatorio di camorra e in quello sguardo non si leggono soltanto i segni materiali dell’aggressione, del danneggiamento o della minaccia, ma la lacerazione più profonda prodotta dal potere mafioso: la demolizione della sicurezza interiore, della libertà quotidiana e della fiducia nel proprio spazio di vita.

Chi subisce un’aggressione mirata, l’incendio dell’autovettura, la minaccia rivolta all’attività commerciale, il danneggiamento dell’abitazione o un’aggressione fisica finalizzata all’intimidazione, non vive soltanto un episodio violento, ma entra in una condizione di esposizione permanente. La paura della camorra non coincide con la paura ordinaria del reato comune, perché non riguarda soltanto ciò che è già accaduto, ma ciò che potrebbe accadere ancora; è una paura sistemica, alimentata dalla consapevolezza che chi ha colpito conosce la vittima, il territorio, le relazioni familiari, le abitudini quotidiane, il luogo di lavoro, la scuola dei figli e i margini di vulnerabilità personale.

L’intimidazione mafiosa non mira semplicemente a produrre danno, ma a orientare il comportamento futuro della vittima, generando silenzio, ritiro, rinuncia, isolamento e adattamento alla prepotenza. Per questa ragione le vittime vivono spesso in una condizione di ipervigilanza continua, nella quale ogni rumore può diventare segnale, ogni presenza sconosciuta può diventare minaccia, ogni scelta quotidiana viene attraversata dal sospetto e alla paura si aggiungono il senso di colpa per non aver saputo proteggere i propri cari, la vergogna di sentirsi esposti, la tentazione di non denunciare e l’idea, devastante ma comprensibile, che il silenzio possa evitare conseguenze peggiori.

Il legislatore ha riconosciuto da tempo la specificità delle vittime di richieste estorsive e di usura, prevedendo strumenti di solidarietà economica e istituzionale attraverso la legge 23 febbraio 1999, n. 44, che disciplina il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura (Repubblica italiana, 1999). Tuttavia, il sostegno economico, pur necessario, non esaurisce il bisogno di protezione, perché l’intimidazione mafiosa produce una ferita che è insieme materiale, psicologica, sociale e civile.

La Polizia Locale come anello di prossimità tra Stato e cittadino

Di fronte a questa ferita aperta, chi indossa una divisa, soprattutto nei territori esposti alla pressione camorristica, non può limitarsi a registrare il fatto, redigere un atto o trasmettere una comunicazione. La violenza organizzata interroga direttamente anche la Polizia Locale, perché essa opera nel punto più prossimo tra l’amministrazione pubblica e la vita quotidiana dei cittadini. Troppo spesso la Polizia Locale viene percepita, e talvolta rischia di percepirsi essa stessa, come un corpo prevalentemente destinato alla disciplina della viabilità, al controllo del traffico o alla gestione di sanzioni amministrative. Questa rappresentazione è riduttiva, storicamente superata e istituzionalmente insufficiente.

La Polizia Locale è, invece, una delle più importanti infrastrutture pubbliche della prossimità. È il corpo che attraversa quotidianamente le strade del centro e delle periferie, che conosce commercianti, artigiani, residenti, mercati, occupazioni di suolo, abusi edilizi, attività economiche, cambi di gestione, situazioni di degrado, tensioni condominiali e microconflitti urbani. Proprio questa conoscenza minuta del territorio consente agli operatori locali di percepire segnali che, presi isolatamente, possono apparire irrilevanti, ma che, se ricomposti, possono indicare pressioni criminali, tentativi di controllo economico, forme di usura, estorsione, intimidazione o infiltrazione.

Il decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14, convertito dalla legge 18 aprile 2017, n. 48, ha rafforzato il concetto di sicurezza urbana come bene pubblico fondato su interventi integrati, coordinamento tra livelli istituzionali, prevenzione, vivibilità dei territori, contrasto al degrado e collaborazione tra Stato, Regioni, enti locali e Forze di polizia (Repubblica italiana, 2017). In questo quadro, la Polizia Locale non è una presenza accessoria, ma un attore necessario del sistema di sicurezza integrata, soprattutto quando la criminalità organizzata non si manifesta soltanto attraverso i grandi traffici, ma attraverso il controllo sociale ed economico dei territori.

Il commerciante che sta per cedere a una richiesta estorsiva non sempre si presenta immediatamente in Procura o presso una stazione dei Carabinieri. Talvolta manifesta prima segnali indiretti: nervosismo improvviso, chiusura anticipata dell’attività, ritardo nei pagamenti, cambiamenti inspiegabili nella gestione, lavori non dichiarati, timore durante un controllo, richiesta di “non fare problemi”, difficoltà a sostenere il confronto con l’operatore pubblico. Un agente attento, durante controlli commerciali, verifiche amministrative, accertamenti edilizi o attività di polizia annonaria, può cogliere queste anomalie e trasformarle in informazione qualificata, da condividere con le strutture investigative competenti.

Il presidio fisico del territorio e la sottrazione dello spazio all’illegalità

La presenza della Polizia Locale nei vicoli, nelle piazze, nei mercati, nelle aree periferiche e nei luoghi della fragilità urbana non ha soltanto una funzione regolatoria, ma anche simbolica e preventiva. Il territorio non è mai uno spazio neutro: o viene abitato dalle istituzioni, oppure viene occupato da poteri informali, reti illegali, gruppi criminali e forme di controllo parallelo. Ogni pattuglia visibile, ogni controllo coerente, ogni attività amministrativa svolta con rigore, ogni ascolto prestato a un cittadino intimorito sottrae porzioni di impunità a chi intende imporre la propria autorità illegale.

La criminalità organizzata vive anche di assenza pubblica. Non ha bisogno soltanto di armi, denaro e relazioni, ma anche di vuoti istituzionali, zone grigie, rassegnazione collettiva e solitudine delle vittime. La Polizia Locale, proprio perché è presenza quotidiana, può contribuire a ridurre questi vuoti, non sostituendosi alle Forze di polizia statali e alla magistratura, ma integrandosi con esse in un circuito di conoscenza, prevenzione e segnalazione. Il suo compito non è trasformarsi impropriamente in struttura investigativa antimafia, ma diventare antenna territoriale qualificata, capace di leggere il tessuto urbano e di trasferire tempestivamente alle autorità competenti le anomalie che possono nascondere interessi criminali.

In questa prospettiva, la collaborazione interforze non è una formula di cortesia istituzionale, ma una necessità operativa. La Polizia Locale deve dialogare stabilmente con Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Prefettura, Procura della Repubblica e amministrazione comunale, fornendo informazioni amministrative, urbanistiche, commerciali e territoriali che spesso rappresentano il primo livello di emersione del controllo criminale. La prevenzione antimafia moderna non si fonda soltanto sull’indagine penale, ma anche sulla capacità degli enti locali di riconoscere il mutamento dei territori e di impedire che l’illegalità si normalizzi dentro pratiche apparentemente ordinarie.

La paura sotto la divisa

Vi è una domanda che ogni operatore di Polizia Locale, specialmente nei territori a forte infiltrazione criminale, può portare dentro di sé anche quando non la pronuncia ad alta voce: che cosa accadrebbe se l’intimidazione fosse rivolta a me? Che cosa accadrebbe se quel messaggio criminale colpisse la mia famiglia, la mia auto, la mia abitazione, la mia serenità, a causa di un verbale, di un sequestro edilizio, di un controllo commerciale, di un accertamento ambientale o semplicemente per aver fatto il mio dovere?

Questa domanda non è segno di debolezza, ma di lucidità. Incontrare la violenza dei clan non più soltanto come operatori, ma come possibili vittime, cambierebbe radicalmente la percezione del proprio ruolo. La divisa, che dovrebbe essere scudo, può diventare bersaglio. Il ritorno a casa dopo il turno può essere accompagnato dal timore di essere seguiti. Un controllo di routine può essere percepito come potenziale innesco di una ritorsione. La famiglia, che dovrebbe restare fuori dal conflitto tra legalità e illegalità, può diventare il punto più vulnerabile dell’operatore.

La paura, dunque, non deve essere negata. Negarla significa lasciarla agire in silenzio, trasformandola in isolamento, irrigidimento o rassegnazione. Una cultura professionale adulta deve riconoscere che anche chi indossa una divisa può provare paura, soprattutto quando si confronta con poteri criminali radicati, capaci di minacciare non solo l’operatore, ma la sua sfera personale e familiare. Il punto non è cancellare la paura, ma impedirle di diventare paralisi individuale.

Contro la solitudine operativa il comando come corpo unico

Proprio questa consapevolezza deve modificare il modo di lavorare. Nessun operatore di Polizia Locale deve essere trasformato in un solista della legalità. L’eroismo individuale, quando non è sostenuto da una struttura organizzativa, può diventare vulnerabilità. Se un agente viene lasciato solo a portare avanti attività scomode, controlli sensibili o procedimenti che incidono su interessi criminali, diventa più esposto, più ricattabile e più fragile. Se invece l’intero comando, sostenuto dall’amministrazione comunale, dalle altre Forze dell’ordine, dalla Prefettura e dalle istituzioni competenti, si muove come corpo unitario, l’intimidazione perde parte della sua efficacia.

Non si minaccia soltanto un agente quando dietro quell’agente vi è un’organizzazione compatta, documentata, proceduralizzata e protetta. Non si isola un operatore quando ogni atto è condiviso, tracciato, sostenuto da una catena gerarchica consapevole e inserito in un sistema interistituzionale. La forza della legalità non consiste nel coraggio solitario di pochi, ma nella capacità delle istituzioni di non lasciare mai solo chi agisce in loro nome.

Per questo i comandi di Polizia Locale devono dotarsi di procedure interne per la gestione degli atti sensibili, dei controlli ad alto impatto, dei sequestri, degli accertamenti edilizi, dei controlli commerciali e delle attività che possono incidere su interessi criminali. La condivisione preventiva delle informazioni, la rotazione ragionata degli operatori, la verbalizzazione accurata, il coinvolgimento dei superiori, la trasmissione tempestiva delle anomalie alle Forze di polizia statali e la protezione istituzionale degli agenti non sono formalità burocratiche, ma misure di sicurezza professionale.

La vittima non deve restare sola

La stessa logica vale per il cittadino vittima di intimidazione. L’errore più grave sarebbe considerare l’atto intimidatorio come un fatto chiuso nel momento della denuncia o dell’intervento. La vittima ha bisogno di continuità, accompagnamento, informazioni chiare, presenza istituzionale e protezione sociale. Deve percepire che lo Stato non compare soltanto nel momento dell’emergenza, ma resta dopo, quando la paura continua, quando la saracinesca deve essere riaperta, quando i figli devono andare a scuola, quando il quartiere osserva e quando il silenzio degli altri può diventare ulteriore ferita.

Il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura rappresenta uno strumento importante perché riconosce che la vittima non deve sopportare da sola le conseguenze economiche della violenza criminale (Repubblica italiana, 1999). Tuttavia, accanto al sostegno economico occorre una presa in carico territoriale, nella quale Prefettura, amministrazione comunale, Forze di polizia, Polizia Locale, associazioni antiracket, servizi sociali e comunità locale contribuiscano a impedire che la vittima venga abbandonata al proprio isolamento.

La Polizia Locale può svolgere un ruolo prezioso proprio in questo spazio successivo all’evento. Può mantenere un contatto discreto, osservare il contesto, segnalare nuove anomalie, favorire il collegamento con gli uffici comunali, sostenere il ritorno alla normalità amministrativa e contribuire a restituire alla vittima una percezione concreta di presenza pubblica. Non si tratta di sostituire l’indagine penale, ma di impedire che la solitudine diventi la seconda vittoria della camorra.

La legalità come responsabilità quotidiana

Agire contro la camorra, per la Polizia Locale, non significa soltanto partecipare a operazioni straordinarie o intervenire in casi eclatanti. Significa presidiare ogni giorno la normalità, perché è nella normalità che il potere criminale cerca di radicarsi. Significa controllare senza superficialità, ascoltare senza ingenuità, verbalizzare senza paura, segnalare senza ritardo, collaborare senza gelosia istituzionale e proteggere senza clamore chi trova il coraggio di esporsi.

La legalità non è una dichiarazione astratta, ma una pratica amministrativa quotidiana. È nel controllo di un’attività commerciale sospetta, nella verifica di un abuso edilizio, nell’attenzione a un cambio di gestione anomalo, nella lettura di una piazza che cambia, nella cura di una periferia abbandonata, nella presenza accanto a un commerciante intimidito, che la Polizia Locale contribuisce alla tenuta democratica del territorio.

In questo senso, la Polizia Locale può e deve rivendicare con orgoglio il proprio ruolo di custode civile della città. Non un corpo marginale, non una funzione minore, non una presenza meramente sanzionatoria, ma un presidio di prossimità che partecipa alla costruzione della sicurezza democratica. La lotta alla criminalità organizzata non appartiene soltanto ai grandi apparati repressivi, ma anche alla qualità delle istituzioni locali, alla loro capacità di vedere, ascoltare, coordinarsi e non arretrare.

Non fare un passo indietro

a paura è un sentimento umano e legittimo, anche sotto la divisa. Nessuna istituzione seria dovrebbe chiedere ai propri operatori di essere invulnerabili. Ciò che può chiedere, e deve garantire, è che quella paura non sia vissuta in solitudine, ma trasformata in rigore professionale, metodo operativo, vicinanza alle vittime e forza del gruppo. Il coraggio istituzionale non consiste nel negare il rischio, ma nel governarlo insieme.

Non fare un passo indietro, allora, non significa esporsi inutilmente, né confondere la fermezza con l’imprudenza. Significa agire dentro una struttura, pretendere protezione organizzativa, condividere le informazioni, costruire alleanze istituzionali, sostenere le vittime, proteggere i colleghi e impedire che la camorra trovi davanti a sé individui isolati invece di istituzioni compatte.

La criminalità organizzata prospera dove la paura diventa silenzio, dove l’intimidazione diventa abitudine, dove la vittima resta sola e dove l’operatore pubblico si sente abbandonato. La risposta della Polizia Locale deve essere l’opposto: presenza, ascolto, coordinamento, fermezza, comunità. In questo spazio si misura la dignità della divisa e la credibilità dello Stato locale.


NOTE BIBLIOGRAFICHE

Ministero dell’Interno. (2017). Decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14, convertito con modificazioni dalla legge 18 aprile 2017, n. 48, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città.

Ministero dell’Interno. (s.d.). Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura.

Ministero dell’Interno. (s.d.). Protocolli e accordi per la prevenzione antimafia.

Parlamento italiano. (1999). Legge 23 febbraio 1999, n. 44, disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura.

Parlamento italiano. (2010). Legge 13 agosto 2010, n. 136, Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia.

Presidenza della Repubblica. (1986). Legge 7 marzo 1986, n. 65, legge quadro sull’ordinamento della polizia municipale.

Repubblica italiana. (2011). Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione.

Repubblica italiana. (2017). Decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14, disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città, convertito dalla legge 18 aprile 2017, n. 48.


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