ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

Psicologia inversa, competizione simbolica e pressione identitaria nella propaganda jihadista contemporanea in Africa

Elhem Beddouda

Abstract: Il contributo analizza una specifica configurazione della propaganda jihadista contemporanea in Africa, interpretando la crescente valorizzazione dei combattenti africani non soltanto come dispositivo di legittimazione operativa, ma anche come meccanismo di mobilitazione indiretta rivolto ad altri segmenti del pubblico jihadista, in particolare di area araba. Attraverso un approccio qualitativo di matrice cognitivo-discorsiva, il saggio integra il concetto di habitus, la Social Identity Theory, la dissonanza cognitiva e la nozione foucaultiana di potere disciplinare per mostrare come il discorso propagandistico possa attivare forme di pressione simbolica fondate sul confronto tra azione e inattività, fedeltà e inerzia, centralità storica e marginalizzazione implicita. In tale prospettiva, la retorica della sostituzione non viene formulata in termini espliciti, ma emerge come esito discorsivo di una competizione identitaria indiretta, capace di trasformare percezioni sedimentate di superiorità in leve di reclutamento e riattivazione militante.

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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global  Studies For Sustainable Local and International  Development and Cooperation” della stessa università.


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Nota metodologica

Il presente contributo adotta un approccio qualitativo di tipo cognitivo-discorsivo e si fonda sulla lettura interpretativa di un caso di studio propagandistico, assunto non come prova autosufficiente di una strategia generale, ma come indice di una più ampia tendenza narrativa. L’analisi non intende dimostrare in via definitiva l’intenzionalità strategica di ogni dispositivo simbolico impiegato dalla propaganda jihadista contemporanea; essa mira piuttosto a ricostruire i meccanismi di significazione attraverso cui il discorso può attivare effetti di pressione comparativa, mobilitazione indiretta e destabilizzazione identitaria. In questa prospettiva, il riferimento alle dinamiche di anti-Blackness e di gerarchizzazione simbolica nel contesto MENA non viene utilizzato come spiegazione monocausale, ma come sfondo socioculturale che rende più intelligibile la possibile efficacia di alcune costruzioni propagandistiche. L’ipotesi interpretativa proposta va pertanto letta come analisi teoricamente fondata di una configurazione discorsiva plausibile, non come attribuzione apodittica di un’intenzione univoca e universalmente dimostrata. Le evidenze sul jihadismo africano e saheliano mostrano infatti che tali gruppi agiscono dentro campi politici, sociali e locali complessi, nei quali la propaganda non riflette soltanto l’ideologia, ma riorganizza continuamente identità, gerarchie e forme di legittimazione.

Negli ultimi anni, la propaganda jihadista ha progressivamente ridefinito il proprio immaginario geografico e simbolico, spostando il baricentro narrativo dal Medio Oriente verso il continente africano, con particolare intensità nel Sahel e nell’Africa subsahariana. Tale mutamento non può essere letto soltanto come riflesso di una trasformazione operativa sul terreno, ma deve essere interpretato anche come riorganizzazione delle gerarchie simboliche interne al discorso jihadista. L’Africa non compare più, in questa nuova economia narrativa, come periferia della militanza, bensì come spazio di rilancio, autenticazione e continuità dell’azione.

In questo quadro, la crescente esaltazione dei combattenti africani assume una funzione che eccede la mera celebrazione tattica. Essi vengono rappresentati come soggetti pienamente coerenti con l’imperativo dell’azione, capaci di incarnare una militanza presentata come più pura, più risoluta e più aderente al dovere religioso. Una lettura più approfondita suggerisce tuttavia che tale valorizzazione non sia neutrale. Al contrario, essa può operare come dispositivo comparativo indiretto, volto a esercitare pressione simbolica su altri segmenti del pubblico jihadista, in particolare su quello arabo, storicamente percepito come centro linguistico, culturale e religioso dell’universo islamico.

L’ipotesi qui proposta è che questa architettura discorsiva attivi un meccanismo di mobilitazione fondato non sull’interpellazione frontale, ma sul confronto implicito. La propaganda non accusa apertamente altri gruppi di passività; mostra piuttosto che altri soggetti stanno già occupando il posto dell’efficacia, del sacrificio e della continuità dell’impegno. In tal modo, la sostituzione non viene dichiarata, ma suggerita. L’effetto non è esplicitamente punitivo; è comparativo, riflessivo, disciplinante.

Gerarchie simboliche e vulnerabilità identitaria nel contesto MENA

Per comprendere la possibile efficacia di tale strategia è necessario collocarla nel contesto delle dinamiche socioculturali che attraversano la regione MENA. Diverse ricerche hanno documentato la persistenza di forme di anti-Blackness, discriminazione razziale e gerarchie simboliche fondate sul colore della pelle e sull’origine geografica. In questo senso, il rapporto dell’Arab Barometer mostra come la discriminazione razziale sia percepita come un problema rilevante in più società della regione, segnalando la presenza di strutture di svalutazione che, pur non sempre tematizzate apertamente, continuano a organizzare percezioni, confini e appartenenze.

Anche il dibattito critico raccolto da openDemocracy sulla condizione dei soggetti neri in Nord Africa e Medio Oriente mette in luce la permanenza di retaggi storici legati a classificazione, subordinazione e memoria della schiavitù. Il concetto di habitus elaborato da Pierre Bourdieu consente di leggere tali percezioni come strutture interiorizzate, sedimentate nel tempo, capaci di orientare giudizi, pratiche e sistemi impliciti di valore. L’idea di una centralità araba rispetto ad altri gruppi musulmani, inclusi quelli subsahariani, può dunque essere intesa non come semplice pregiudizio episodico, ma come parte di un ordine simbolico radicato. Proprio per questo, essa si rivela vulnerabile quando un discorso esterno o concorrente mostra l’emergere di altri soggetti come nuovi protagonisti della causa.

Su un piano complementare, la Social Identity Theory di Henri Tajfel offre una chiave interpretativa decisiva. Se gli individui e i gruppi costruiscono la propria identità attraverso l’appartenenza e la differenziazione, allora ogni narrazione che mostri un gruppo esterno o marginale come più coerente, più attivo o più legittimo può produrre una forma di instabilità identitaria. La minaccia non è necessariamente materiale; è simbolica. Ed è proprio questa dimensione a rendere il discorso propagandistico particolarmente efficace: esso non contesta direttamente la superiorità percepita, ma la rende fragile per confronto.

Architettura narrativa e funzione disciplinare del discorso

Il caso evocato dall’editoriale di al-Naba’ n. 533 può essere letto, in questa prospettiva, come esempio di narrazione performativa. Il testo non si limita a descrivere il fronte africano come dinamico e vitale, ma contribuisce a produrlo simbolicamente come nuovo centro di gravità della militanza jihadista. L’effetto di tale costruzione consiste nel trasformare il Sahel da spazio periferico a luogo della continuità, mentre altri contesti, implicitamente, appaiono segnati dall’inerzia o dal declino.

Il richiamo a Michel Foucault è utile proprio in questa direzione. Il discorso non si limita a rappresentare la realtà, ma produce soggettività, ordina ruoli, distingue tra chi agisce e chi resta fermo, tra chi risponde al dovere e chi si sottrae. In tal modo, la narrazione propagandistica può essere letta come una tecnologia di disciplinamento simbolico, capace di trasformare il linguaggio in strumento di governo delle condotte. La distinzione tra attivi e passivi, fedeli e inerti, non descrive soltanto una differenza; la produce, la rende normativa, la converte in criterio di valore.

Psicologia inversa e dissonanza cognitiva

Uno degli elementi più sofisticati di questo meccanismo è l’uso implicito della psicologia inversa. L’esaltazione dei combattenti africani non si limita a rafforzare una nuova identità positiva, ma agisce di riflesso su altri gruppi che si percepiscono come storicamente più legittimati. In questo senso, la propaganda non ordina apertamente agli arabi di mobilitarsi; mostra che altri stanno già facendo ciò che essi ritenevano proprio. L’effetto di pressione passa dunque per il confronto, non per l’ingiunzione.

La teoria della dissonanza cognitiva di Leon Festinger consente di illuminare questo passaggio. Quando un gruppo mantiene una rappresentazione di sé come centrale, superiore o naturalmente destinato alla guida, ma si confronta con una realtà narrativa in cui altri soggetti appaiono più coerenti e più attivi, si produce una frizione tra identità percepita e condotta effettiva. Tale tensione può essere risolta in modi diversi, ma la propaganda lavora affinché la soluzione non consista in una ridefinizione della gerarchia, bensì in una riattivazione dell’azione. Il confronto genera pressione perché destabilizza il senso di coerenza interna del gruppo destinatario.

Sostituzione implicita e competizione simbolica a sfondo identitario

Il punto più delicato della costruzione discorsiva riguarda il tema della sostituzione implicita. I combattenti africani non vengono semplicemente valorizzati come nuovi alleati o nuovi protagonisti locali; vengono collocati nel punto esatto in cui si produce la continuità del progetto jihadista. La loro rappresentazione come soggetti pronti ad agire, sacrificarsi e rispondere alla chiamata religiosa suggerisce che il ruolo storicamente attribuito ad altri sia già stato assunto altrove. La sostituzione, dunque, non è un messaggio esplicito, ma il risultato di una competizione simbolica che il testo rende leggibile senza mai nominarla apertamente.

Questa dinamica si intensifica ulteriormente quando la propaganda insiste, anche indirettamente, sul fatto che soggetti privi del capitale linguistico e culturale tradizionalmente associato al centro arabo dell’Islam riescono comunque a mostrarsi più pronti alla mobilitazione. In tal modo, la pressione non riguarda solo la passività, ma il venir meno di un presunto privilegio di centralità. Il risultato può essere letto nei termini di status threat, ossia di minaccia allo status simbolico percepito. L’umiliazione non è dichiarata, ma prodotta per via comparativa.

La forza di questo discorso risiede proprio nella sua dimensione allusiva. La propaganda non ha bisogno di tematizzare esplicitamente la competizione identitaria, perché ne organizza gli effetti. Non dice che l’Africa ha preso il posto del mondo arabo; costruisce una scena in cui l’Africa appare già come lo spazio dell’autenticità militante, mentre altri soggetti devono decidere se restare sullo sfondo o reagire. In questo senso, il discorso non solo riflette gerarchie simboliche preesistenti, ma le rielabora attivamente, trasformandole in leve di reclutamento sofisticate e indirette.

Conclusioni

L’analisi suggerisce quindi che una parte della propaganda jihadista contemporanea in Africa operi attraverso dispositivi più complessi della semplice legittimazione ideologica. L’esaltazione dei combattenti africani può agire simultaneamente sul piano simbolico, psicologico e identitario, producendo effetti di pressione comparativa su altri pubblici. In tale prospettiva, la sostituzione non è tanto un contenuto dichiarato quanto un esito discorsivo, una conclusione a cui il destinatario viene condotto attraverso il contrasto tra chi agisce e chi resta inattivo.

Ne deriva che la propaganda jihadista non si limita a utilizzare la realtà africana come scenario operativo, ma la costruisce anche come specchio accusatorio implicito nei confronti di altri segmenti della propria audience. È in questa capacità di fare leva su tensioni già presenti — gerarchie interiorizzate, pretese di centralità, vulnerabilità dello status — che si misura il suo grado di sofisticazione. Proprio per questo, comprenderne il funzionamento richiede di leggere il discorso non solo sul piano ideologico, ma anche su quello delle strutture simboliche e psicologiche che esso mobilita.


BIBLIOGRAFIA

Arab Barometer. (2022). Racial discrimination and anti-Blackness in the Middle East and North Africa. Arab Barometer.

Bourdieu, P. (2003). Per una teoria della pratica. Con tre studi di etnologia cabila. Raffaello Cortina Editore. (Opera originale pubblicata nel 1972/1977).

Festinger, L. (1973). Teoria della dissonanza cognitiva. FrancoAngeli. (Opera originale pubblicata nel 1957).

Foucault, M. (1993). Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. Einaudi. (Opera originale pubblicata nel 1975).

Hansen, S. J. (2021). “Forever wars”? Patterns of diffusion and consolidation of jihadism in Africa. Small Wars & Insurgencies, 32(3), 409–436.

openDemocracy. (2017). Being “black” in North Africa and the Middle East. openDemocracy.

Tajfel, H. (Ed.). (1978). Differentiation between social groups: Studies in the social psychology of intergroup relations. Academic Press.

Thurston, A. (2020). Jihadists of North Africa and the Sahel: Local politics and rebel groups. Cambridge University Press.

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