Violenza, prossimità e fallacia dello sconosciuto nella percezione contemporanea del pericolo

Abstract: C’é sempre una distanza tra la percezione sociale del pericolo e la realtà empirica restituita dalla cronaca nera contemporanea. In una cultura che tende ad associare istintivamente la minaccia allo sconosciuto, l’esperienza concreta della violenza mostra invece come il rischio più grave si collochi frequentemente all’interno delle relazioni di prossimità, nei legami affettivi, familiari e fiduciari. Attraverso un registro narrativo e riflessivo, il saggio mette in discussione il mito rassicurante del “mostro esterno” e mostra come il male si presenti spesso sotto le forme della normalità, dell’intimità e della familiarità. In questa prospettiva, casi recenti di femminicidio e violenza intra-familiare non vengono letti come eccezioni traumatiche, ma come manifestazioni di una struttura ricorrente che obbliga a ripensare il rapporto tra fiducia, visibilità del rischio e riconoscimento dei segnali di pericolo. Ne deriva una critica alla narrazione semplificata dell’ignoto come fonte primaria della minaccia e, insieme, un invito a rivedere le categorie attraverso cui costruiamo socialmente la paura.
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Beatrice Maria Merolla racconta la cronaca nera e conduce Incidente Probatorio (Canale 122), ma il suo lavoro non si esaurisce nella semplice ricostruzione dei fatti. Il suo sguardo si concentra su ciò che resta: i dettagli che non tornano, i silenzi, le domande che continuano a cercare risposta. Scrive per andare oltre la notizia e restare dentro le storie il tempo necessario a comprenderle davvero. Profilo LinkedIn
Lo sguardo che cambia e il volto dello sconosciuto
C’è un momento preciso, nel cuore di una stazione affollata, nel caos di un aeroporto o in una piazza gremita, in cui qualcosa cambia. Non è il rumore dei treni, né il flusso continuo delle persone. È lo sguardo. Si fa più attento, più selettivo, quasi radarico. Si osserva chi passa accanto e, spesso senza piena consapevolezza, emerge una domanda elementare: potrebbe farmi del male? In questa reazione si condensa una delle strutture più antiche della paura umana, quella che lega il pericolo all’ignoto e allo sconosciuto.
La paura dello sconosciuto possiede una forza immediata perché sembra offrire una geografia semplice del rischio. L’altro non conosciuto, il volto incrociato per caso, il corpo estraneo immerso nella folla diventano il contenitore perfetto delle nostre ansie. Lo sconosciuto appare minaccioso proprio perché non controllabile, e questa non conoscenza si trasforma facilmente in sospetto. Si tratta di una dinamica antropologica comprensibile, ma proprio per questo anche profondamente ingannevole, poiché abitua a cercare il male lontano da noi e a collocarlo fuori dallo spazio della familiarità.
Il male nella prossimità
La cronaca nera, invece, restituisce con ostinazione una verità assai più scomoda. Chi la osserva con continuità finisce per riconoscere un dato ricorrente: il male raramente irrompe dall’esterno in forma anonima. Nella maggior parte dei casi, esso si genera e si sviluppa dentro relazioni già esistenti, all’interno di spazi di fiducia, prossimità e quotidianità condivisa. Non arriva quasi mai da un volto incontrato per caso; molto più spesso ha un nome noto, una voce familiare, una presenza già ammessa nella sfera dell’intimità.
Le vicende che hanno segnato più profondamente il dibattito pubblico italiano negli ultimi anni lo mostrano con particolare evidenza. Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha colpito il Paese non soltanto per la sua brutalità, ma per la sua struttura relazionale: a ucciderla non è stato uno sconosciuto, bensì l’ex fidanzato, cioè una persona che conosceva i suoi movimenti, le sue abitudini, le sue vulnerabilità. Allo stesso modo, la morte di Giulia Tramontano, uccisa dal compagno mentre era incinta, ha mostrato come il luogo della massima esposizione al rischio possa coincidere con la casa, con la relazione stabile, con l’orizzonte stesso della convivenza. Anche il caso di Saman Abbas, pur collocato in un contesto culturale e familiare differente, ha riproposto la stessa struttura: la minaccia non proveniva dall’esterno, ma dall’interno del nucleo relazionale che avrebbe dovuto proteggerla.
La normalità che inganna
Queste storie non possono essere liquidate come anomalie o deviazioni eccezionali. Al contrario, mostrano la ricorrenza di uno schema che attraversa molte forme della violenza contemporanea. Ed è proprio qui che si incrina una delle narrazioni più rassicuranti della modernità: quella secondo cui il male sarebbe riconoscibile perché distante, visibile perché esterno, evitabile perché separato dai nostri mondi quotidiani. Il mito del “mostro” funziona esattamente in questo modo. Costruisce una figura eccezionale, deviante, quasi teatrale, grazie alla quale si continua a credere che il pericolo sia identificabile in anticipo e che, una volta riconosciuto, possa essere tenuto a distanza.
La realtà è molto meno consolatoria. Il male più difficile da riconoscere è quello che si muove nella prossimità, cresce nei rapporti ordinari, si alimenta della fiducia e sfrutta proprio il capitale simbolico della familiarità. Non ha bisogno di maschere straordinarie, perché indossa già la più efficace di tutte: quella della normalità. Può avere il volto del partner premuroso, del familiare presente, della persona che fino al giorno prima apparteneva senza attrito alla routine affettiva e domestica. Ed è proprio questa adesione apparente alla normalità a rendere la violenza tanto difficile da prevedere e, spesso, perfino da nominare.
Il volto invisibile del male
Ciò che rende questa verità così resistente all’accettazione è il suo carattere destabilizzante. Riconoscere che il rischio possa annidarsi nei luoghi percepiti come più sicuri significa incrinare l’idea stessa della protezione affettiva come spazio naturalmente innocente. Significa ammettere che non basta diffidare dell’ignoto, cambiare marciapiede o sorvegliare l’estraneo per sottrarsi davvero al pericolo. Il rischio reale, quello più profondo e devastante, si annida sovente proprio dove la soglia critica della vigilanza si abbassa: nelle relazioni intime, nelle appartenenze familiari, nei legami fiduciari.
Questo non implica che si debba vivere in uno stato permanente di sospetto, né che ogni relazione di prossimità debba essere interpretata come minaccia potenziale. Il punto non è sostituire la fiducia con la paranoia. Il punto è abbandonare una rappresentazione troppo comoda della violenza, quella che la colloca sempre altrove e sempre fuori da noi. Finché il male continuerà a essere pensato come radicalmente esterno, resterà più difficile riconoscerne le forme ordinarie, quotidiane e relazionali.
Cambiare prospettiva
Da questo punto di vista, la domanda da porsi cambia radicalmente. Non si tratta più di chiedersi chi, tra gli sconosciuti che incontriamo, possa nuocerci. La questione è assai più complessa e meno rassicurante: quanto siamo davvero capaci di vedere chi abbiamo accanto? Quanto riusciamo a leggere i segni della manipolazione, del controllo, della svalutazione, della dipendenza, della violenza che cresce sotto il linguaggio della normalità? E quanto il bisogno di rassicurazione ci porta, invece, a rimuovere quei segnali proprio perché troppo vicini, troppo familiari, troppo intrecciati ai legami che abitano la nostra vita?
Il volto invisibile del male non coincide con l’assenza di tracce, ma con la nostra difficoltà a interpretarle. Spesso la violenza non irrompe improvvisamente come evento assoluto; si prepara attraverso gesti minimi, parole reiterate, dinamiche di possesso, svalutazione e isolamento che restano a lungo invisibili proprio perché inserite nella continuità della vita quotidiana. Quando infine la violenza si manifesta in forma irreversibile, il suo carattere estremo tende a oscurare tutto ciò che l’ha preceduta. Eppure è proprio in quella zona grigia, fatta di segni non riconosciuti o sottovalutati, che si gioca gran parte della possibilità di prevenzione.
In questa prospettiva, la cronaca nera non dovrebbe limitarsi a registrare l’evento conclusivo, ma contribuire a una più profonda rieducazione dello sguardo sociale. Il compito non è soltanto raccontare il fatto, ma incrinare le categorie con cui la collettività pensa il rischio. Finché continueremo a credere che il pericolo abbia quasi sempre il volto dell’estraneo, continueremo a essere culturalmente disarmati di fronte alle forme più diffuse della violenza reale.
Conclusioni
Il punto più difficile da accettare è forse proprio questo: ciò che ci spaventa di più non è l’ignoto in quanto tale, ma la possibilità che il male non sia altrove, bensì già accanto a noi. La prossimità, che dovrebbe rassicurare, può diventare il luogo in cui il pericolo si rende meno visibile e quindi più efficace. Per questo la vera sfida non consiste soltanto nel proteggersi dall’esterno, ma nel costruire strumenti culturali, relazionali e sociali capaci di leggere la violenza là dove più facilmente si nasconde: dentro la normalità, dentro la fiducia, dentro i legami.

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