ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Elhem Beddouda NOTIZIE Sociologia e Scienze Sociali

LA SPETTACOLARIZZAZIONE DEL DOLORE NELLA MEDIAPOLIS CONTEMPORANEA, Elhem Beddouda

La trasformazione del diritto di cronaca tra logiche di mercato, distanza simbolica ed etica della responsabilità

Elhem Beddouda

Abstract: Il contributo analizza il fenomeno della spettacolarizzazione del dolore nella contemporaneità mediatica, interrogandosi sul progressivo slittamento dal diritto di cronaca verso forme di esposizione che rischiano di assumere caratteri voyeuristici. Muovendo da un recente caso di cronaca sanitaria, l’articolo esamina le dinamiche attraverso cui la sofferenza privata viene rielaborata secondo logiche di visibilità, coinvolgimento emotivo e monetizzazione dell’attenzione. Viene problematizzato il ruolo dei media digitali nella costruzione di una distanza simbolica tra evento e individuo, nonché la responsabilità condivisa tra professionisti dell’informazione e pubblico. L’analisi propone una lettura critica delle pratiche comunicative che trasformano il dolore in contenuto, evidenziandone le implicazioni etiche, sociali e culturali nel quadro della mediatizzazione globale.

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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global  Studies For Sustainable Local and International  Development and Cooperation” della stessa università.


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Dalla società dello spettacolo alla mediatizzazione del dolore

Nel paradigma delineato da Guy Debord (1967), la società contemporanea si configura come società dello spettacolo, in cui la realtà viene progressivamente sostituita dalla rappresentazione. Lo spettacolo non è soltanto un insieme di immagini, ma un rapporto sociale mediato dalle immagini. In tale prospettiva, anche il dolore diviene rappresentazione, e la sofferenza privata si trasforma in evento narrativo da osservare e consumare.

La cronaca, tradizionalmente orientata alla funzione informativa, rischia di essere assorbita in questo meccanismo di spettacolarizzazione, nel quale l’evento tragico viene frammentato in aggiornamenti seriali, titoli emotivamente connotati, retroscena e commenti digitali. L’esperienza concreta della sofferenza viene così trasfigurata in flusso comunicativo continuo.

Roger Silverstone (2007) ha definito la sfera pubblica mediatizzata come mediapolis: uno spazio morale in cui l’esposizione dell’altro implica una responsabilità etica. Tuttavia, nella contemporaneità digitale, tale responsabilità appare spesso subordinata alle logiche della visibilità.

Modernità liquida, trasparenza e consumo emotivo

Zygmunt Bauman (2006) descrive la modernità liquida come una condizione caratterizzata da precarietà relazionale, frammentazione identitaria e consumo immediato delle esperienze. In questo contesto, anche il dolore rischia di essere assorbito nella logica del consumo simbolico: l’emozione diviene esperienza rapida, condivisibile e sostituibile.

Byung-Chul Han (2012; 2014) ha ulteriormente evidenziato come la società della trasparenza e della prestazione produca un’esposizione permanente dell’individuo, trasformando ogni dimensione dell’esperienza in dato comunicabile. Il dolore, quando entra nello spazio digitale, perde la sua dimensione di interiorità e diventa oggetto di visibilità. L’ipercomunicazione non genera necessariamente comprensione; al contrario, può produrre saturazione emotiva e anestetizzazione morale.

La vicenda del bambino a cui non è stato possibile trapiantare il cuore rappresenta un caso emblematico. La ripetizione mediatica di termini quali “accanimento terapeutico” o “terapia del dolore”, se non adeguatamente contestualizzata, rischia di banalizzare categorie medico-giuridiche complesse, riducendole a elementi narrativi funzionali all’intensificazione emotiva.

L’emozione genera attenzione; l’attenzione genera traffico; il traffico genera profitto. In tale circuito, la sofferenza può essere convertita in contenuto economicamente valorizzabile.

Distanza simbolica e responsabilità collettiva

La costruzione di una distanza simbolica tra evento e individuo costituisce uno degli effetti più problematici della spettacolarizzazione. Il soggetto reale viene sostituito dalla sua rappresentazione mediatica; la persona diviene personaggio.

Thompson (2000) ha evidenziato come la visibilità mediatica trasformi le relazioni di potere e di responsabilità nella sfera pubblica. Nell’ecosistema digitale, la partecipazione attiva del pubblico — attraverso commenti, condivisioni e giudizi — contribuisce alla diffusione e alla valorizzazione del contenuto. Si configura così una responsabilità diffusa: non soltanto dei media, ma anche dei fruitori.

La curiosità è un tratto umano naturale; tuttavia, la reiterazione di contenuti drammatici può generare una forma di assuefazione che attenua l’empatia. Il rischio non è soltanto la spettacolarizzazione del dolore, ma la sua normalizzazione.

Libertà di informazione e deontologia giornalistica italiana

Il diritto di cronaca costituisce una componente essenziale dell’ordinamento democratico, fondato sull’articolo 21 della Costituzione italiana. Tuttavia, tale diritto incontra limiti nella tutela della dignità della persona e nella protezione dei soggetti vulnerabili.

Il Testo Unico dei Doveri del Giornalista (Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, 2016) richiama esplicitamente i principi di verità, continenza e rispetto della dignità umana. L’articolo 5 sottolinea l’obbligo di evitare forme di spettacolarizzazione del dolore e di tutelare i soggetti coinvolti in eventi drammatici.

La Carta di Treviso, in particolare, impone una protezione rafforzata per i minori, vietando ogni forma di identificazione che possa ledere la loro dignità o quella delle famiglie.

La narrazione di casi sanitari che coinvolgono minori richiede pertanto una particolare prudenza linguistica e un rigoroso bilanciamento tra interesse pubblico e rispetto della sfera privata. Il rischio di trasformare il dolore in contenuto mediatico contrasta con i principi di proporzionalità e responsabilità sanciti dalla deontologia professionale.

Verso un’etica della misura narrativa

Recuperare empatia non significa comprimere la libertà di informazione, ma esercitarla secondo criteri di misura narrativa, proporzionalità e contestualizzazione.

Nel quadro teorico di Debord, Bauman e Han, la sfida contemporanea consiste nel sottrarre il dolore alla pura logica dello spettacolo e reinserirlo in una cornice di responsabilità etica. La cronaca può e deve informare, ma senza trasformare la sofferenza in prodotto.

In una società che ambisca a definirsi democratica e pluralista, l’analisi dei meccanismi di mediatizzazione del dolore diviene imprescindibile. Solo attraverso una consapevolezza critica delle dinamiche comunicative è possibile preservare la centralità della dignità umana nel discorso pubblico.


NOTE

[1] Costituzione della Repubblica Italiana, art. 21.

[2] Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Testo Unico dei Doveri del Giornalista (2016).

[3] Carta di Treviso (1990, aggiornata 2006 e 2016).

BIBLIOGRAFICHE

Bauman, Z. (2006). Liquid fear. Polity Press.

Debord, G. (1967). La société du spectacle. Buchet-Chastel.

Han, B.-C. (2012). The transparency society. Stanford University Press.

Han, B.-C. (2014). The burnout society. Stanford University Press.

Silverstone, R. (2007). Media and morality: On the rise of the mediapolis. Polity Press.

Thompson, J. B. (2000). Political scandal: Power and visibility in the media age. Polity Press.


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