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Elhem Beddouda NOTIZIE Psicologia

ARRUOLARSI PER APPARTENERE, MORIRE PER NON SENTIRE, Elhem Beddouda

Dalla ricerca di giustizia al bisogno di riconoscimento: vuoto, alienazione e cura nelle Forze di Polizia

Elhem Beddouda

Abstract: L’articolo propone una riflessione sul fenomeno dei suicidi tra le divise, interpretandolo non come un evento improvviso o “senza motivo”, ma come l’esito di un processo identitario e relazionale che può iniziare già al momento dell’arruolamento. L’ingresso nelle Forze Armate viene letto come risposta a un bisogno profondo di appartenenza, autorealizzazione e senso, in un contesto sociale percepito come frammentato e privo di punti fermi. Tuttavia, quando l’identità personale viene progressivamente assorbita da quella istituzionale, l’uniforme può trasformarsi da sostegno a corazza, fino a produrre alienazione, silenzio emotivo e vulnerabilità non riconosciuta. Il testo esplora il rapporto tra disciplina, fragilità e costruzione del sé, interrogando il ruolo delle selezioni iniziali, del supporto psicologico e della cultura organizzativa nel consentire o negare lo spazio dell’umano. In conclusione, si propone un cambio di prospettiva: dalla prevenzione intesa come controllo, alla cura intesa come presenza, ascolto e responsabilità affettiva.

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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global  Studies For Sustainable Local and International  Development and Cooperation” della stessa università.


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Alcuni di coloro che scelgono di arruolarsi nelle Forze Armate sono spesso mossi da un bisogno profondo di autorealizzazione e di senso di appartenenza. Forse è il tentativo di trovare un luogo in cui la giustizia possa essere incarnata, resa concreta, in un mondo che spesso appare disordinato, ingiusto, frammentato. L’uniforme diventa allora non solo un ruolo, ma una risposta: un contenitore identitario capace di dare direzione, valore e riconoscimento.

L’identità personale che si scioglie nell’identità collettiva

In questo processo, però, può accadere che l’identità personale venga lentamente sacrificata in favore di quella collettiva. Valori, principi e responsabilità diventano condivisi, interiorizzati, fino a fondersi con il gruppo e con la missione.

È un passaggio potente, ma anche delicato: ciò che inizialmente “sostiene” può, con il tempo, trasformarsi in una forma di alienazione, in cui la persona esiste soprattutto attraverso la funzione che svolge. A questo punto emerge una domanda scomoda: quanto questo percorso è davvero distante da quello di chi cerca appartenenza e risposte in contesti di devianza?

In apparenza sono mondi opposti, ma alla radice il bisogno è simile. Cambiano i simboli, cambiano le narrazioni, ma il vuoto da colmare è spesso lo stesso. La differenza sta nelle forze che li muovono: da una parte il senso di giustizia, il desiderio di protezione, una bontà profonda; dall’altra la rabbia, l’impotenza, ferite che cercano sfogo.

I primi appaiono forti, disciplinati, guidati da ideali; i secondi più fragili, più influenzabili, facilmente strumentalizzati da chi ha scopi illeciti. Eppure entrambi, nel lungo periodo, rischiano di essere schiacciati da un’identità che li rappresenta solo in parte.

Il tema dei suicidi: non guardare solo il crollo, ma l’origine

È qui che la riflessione sui suicidi nelle Forze Armate diventa inevitabile. Per comprendere questi gesti — spesso definiti “senza motivo” — non basta guardare al momento del crollo. Bisogna risalire indietro, fino al perché originario dell’arruolamento.

Qual era il bisogno reale? Cosa si stava cercando in quell’istituzione nobile, strutturata, ma profondamente esigente? E le selezioni iniziali riescono davvero a intercettare non solo la stabilità psicologica, ma anche la fragilità identitaria che può nascondersi dietro una motivazione apparentemente sana?

Ci si chiede anche se il supporto psicologico sia presente fin dall’inizio e se accompagni davvero la persona lungo tutto il percorso di formazione e di lavoro.

Perché quando l’identità e il senso di appartenenza non sono stati sufficientemente costruiti a monte — nella famiglia, nelle relazioni primarie, nella società — il rischio è che l’individuo cerchi all’esterno ciò che non ha potuto radicare dentro di sé. In questi casi, l’appartenenza diventa una lotta continua o una forma di rivalsa silenziosa.

Quando la corazza non regge più

Ma il lottatore, prima o poi, si stanca. E quando non può più combattere fuori, finisce spesso per rivolgere la violenza verso sé stesso, autosabotandosi.

Chi invece è mosso dalla vendetta può arrivare a ferire anche gli altri, trascinandoli dentro un dolore che non riesce a contenere. In entrambi i casi, il nodo è lo stesso: una corazza che ha funzionato per un tempo, ma che non ha mai davvero curato la ferita.

Chi appare più forte impara disciplina, controllo, perseveranza. Ma spesso, nel farlo, dimentica di essere umano. Dimentica il limite, la vulnerabilità, il bisogno di sentire e di essere visto oltre il ruolo. Dimentica che può essere debole. Il crollo allora non è solo il ritorno di ciò da cui si era fuggiti, ma anche il peso delle responsabilità assunte, delle decisioni prese, delle vite toccate.

È in quel momento che diventa chiaro quanto nessuna identità costruita per resistere possa sostituire, nel lungo periodo, un lavoro profondo di riconciliazione con sé stessi.

La domanda decisiva: quanta umanità è consentita dentro il sistema?

Forse la vera domanda non è solo perché alcuni si tolgano la vita, ma quanto spazio venga lasciato, dentro questi sistemi, alla fragilità, alla domanda di senso, alla possibilità di restare umani.

Nel bene e nel male, nella forza e soprattutto nella debolezza. Perché senza questo spazio, anche la giustizia più alta rischia di diventare un peso insostenibile.

Prevenire sta diventando sempre più difficile, se non addirittura impossibile, e a questo punto bisognerebbe spostare lo sguardo sulla cura. Una cura che non sia solo tecnica, procedurale, istituzionale. Per me, la vera cura è l’amore. Perché è la stessa forza che, quando c’è, previene. E quando arriva tardi, cura comunque.

L’amore come forza che resta

L’amore non ha limiti di tempo né di spazio. Non chiede il momento giusto, non aspetta che la persona sia pronta. Funziona sempre.

È forse l’unica cosa che, anche quando sembra forzata, porta frutti. Anche quando dall’altra parte c’è resistenza, chiusura, diffidenza. Perché l’amore non entra sfondando, ma restando. Tornando. Insistendo con delicatezza.

In Tunisia si dice che la perseveranza buca (o rompe) il marmo. Una perseveranza fatta di fermezza, resistenza, resilienza silenziosa. E con queste persone serve proprio questo: restare, impegnarsi, dare amore. Tanto amore. Perché è spesso lo stesso che non hanno ricevuto, o da cui sono scappati all’inizio del loro percorso. Perché per amare ci vuole coraggio. Per amare bisogna essere vulnerabili e guardarsi dentro.

Conclusione: tornare all’umano

Forse, allora, la cura non è aggiungere nuovi strumenti, ma recuperare ciò che è più semplice e più difficile insieme: uno sguardo che vede, una presenza che non giudica, un amore che non chiede di essere meritato. Perché è lì, in quell’amore, che può ancora esistere una possibilità di ritorno all’umano.


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