Identità, confini e responsabilità umana nella società liquida contemporanea


Abstract: Il diffuso ricorso a slogan identitari semplificanti nel contesto della società globale e della modernità liquida, pone interrogativi sul modo in cui essi riducono la complessità dell’identità a formule emotive e polarizzanti. A partire dalle riflessioni di Zygmunt Bauman sulla perdita di orientamento e sulla fragilità dei legami sociali, il testo mostra come l’identità tenda a trasformarsi da processo critico e responsabile a rifugio emotivo. Attraverso una lettura etico-politica ispirata a Hannah Arendt, viene evidenziato il nesso tra slogan, sospensione del giudizio e impoverimento dello spazio pubblico, mentre la prospettiva di Paul Ricoeur consente di distinguere tra identità essenzializzata e identità narrativa, fondata sul riconoscimento e sulla relazione. Il saggio affronta inoltre la confusione tra apparire ed essere, il rischio di una riduzione performativa dell’identità e le derive simboliche dell’esclusione. In conclusione, il concetto di “remigrazione” viene reinterpretato in chiave etica e antropologica come ritorno all’essenza umana e alla responsabilità condivisa, richiamando la necessità di una convivenza fondata su pluralità, giudizio critico e rispetto dell’alterità.
Keywords: #Identità #ModernitàLiquida #SocietàGlobale #SloganIdentitari #Appartenenza #ConfiniEtici #GiudizioCritico #Pluralità #IdentitàNarrativa #Riconoscimento #Inclusione #Alterità #ResponsabilitàCondivisa #SpazioPubblico #PensieroCritico #ElhemBeddouda #ethicasocietas #ethicasocietasrivista #rivistascientifica #scienzeumane #scienzesociali #ethicasocietasupli #unionepolizialocaleitaliana
Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.
english version – version française
Premessa: i dati ufficiali dell’immigrazione
Residenti nati in paesi extracomunitari – Dati ufficiali sull’immigrazione UE
UE: 44,7 milioni di persone dei 449,3 milioni di residenti nell’UE pari al 9,9% della popolazione.
Italia: 5 milioni di persone dei 59 milioni di residenti nell’UE pari al 8,6% della popolazione (-13,1 % della media UE).

Il valore del lavoro degli immigrati
Secondo i dati 2025 della Fondazione Leone Moressa, il lavoro degli immigrati in Italia genera il 9% del PIL nazionale, con un valore aggiunto stimato di 177 miliardi di euro. Questa quota strutturale è sostenuta da circa 2,5 milioni di occupati stranieri, che rappresentano il 10,5% del totale, con picchi settoriali in agricoltura (18%) e costruzioni (16,4%).
Introduzione: lo slogan come surrogato identitario
L’espressione “Italia agli italiani” si colloca all’interno di un contesto discorsivo sempre più dominato da slogan semplificanti, che pretendono di rispondere a questioni identitarie complesse attraverso formule immediate, emotive e polarizzanti. Tali enunciati si fondano su una concezione implicita dell’identità come dato naturale, stabile e immutabile, ignorando i profondi mutamenti storici, sociali e culturali che ne hanno progressivamente ridefinito il significato e le forme di appartenenza.
In una società globalizzata, caratterizzata da mobilità, interdipendenza e frammentazione, il richiamo a un passato idealizzato rischia di trasformarsi in una narrazione mitologica, priva di fondamento storico e di capacità critica. L’identità evocata dallo slogan non è il risultato di una riflessione consapevole sulle proprie radici, ma una costruzione simbolica ridotta a parola d’ordine, funzionale più alla contrapposizione che alla comprensione.
Modernità liquida e perdita di orientamento
Zygmunt Bauman ha descritto la modernità contemporanea come “liquida”, sottolineando la dissoluzione delle strutture stabili che, in passato, offrivano orientamento, sicurezza e continuità (Bauman, 2000). In questo scenario, l’identità non è più un’eredità garantita, ma un compito permanente, fragile e spesso conflittuale.
Secondo Bauman, la funzione della sociologia è fornire strumenti di orientamento in un mondo in continua trasformazione (Bauman, 1992). Tuttavia, quando il cambiamento non è accompagnato da consapevolezza, esso tende a generare paura, chiusura e regressione simbolica. Il ricorso agli slogan identitari può essere letto come una risposta difensiva a questa condizione di incertezza: una semplificazione rassicurante che promette confini chiari in un mondo percepito come caotico.
In tal senso, l’identità tende a trasformarsi in un rifugio emotivo, più che in un processo di elaborazione critica e responsabile.
Confini visibili e confini invisibili
Nel dibattito pubblico contemporaneo, i confini vengono spesso intesi esclusivamente in senso geografico, politico o securitario. Tuttavia, nella società globale emergono confini invisibili, di natura etica, culturale e simbolica, che risultano decisivi per la tutela dell’umanità condivisa.
Il paradosso risiede nel rafforzamento ossessivo dei confini fisici a fronte di un progressivo indebolimento di quelli morali, simbolici e relazionali. Come osserva Bauman (2003), la fragilità dei legami sociali produce isolamento e trasforma l’altro in una minaccia, anziché in un interlocutore. In questo quadro, l’esclusione non è solo materiale, ma soprattutto simbolica: l’altro viene privato di complessità, ridotto a categoria, etichetta o nemico.
Responsabilità, giudizio e spazio pubblico: una lettura etico-politica
La crisi identitaria contemporanea non è soltanto culturale o simbolica, ma profondamente etico-politica. Hannah Arendt ha mostrato come la perdita della capacità di giudizio rappresenti uno dei rischi più gravi per la vita pubblica. Nei contesti in cui il pensiero si riduce a ripetizione di slogan, l’azione politica smette di essere responsabile e diventa automatica, eterodiretta, incapace di interrogarsi sulle proprie conseguenze (Arendt, 1963; 1971).
Il ricorso a formule identitarie semplificanti può essere letto, in questa prospettiva, come una sospensione del giudizio: non si pensa più con gli altri, ma contro gli altri. Arendt descriveva questo processo come una forma di “banalità”, non del male in senso stretto, ma dell’irresponsabilità prodotta dalla rinuncia al pensiero e al giudizio: l’incapacità di assumere il peso delle proprie parole e delle proprie azioni nello spazio pubblico.
La politica, privata della dimensione del pensiero critico, scivola così in una logica di appartenenza esclusiva, dove l’identità non è più luogo di confronto, ma strumento di delimitazione.
Integrazione con Ricoeur: identità narrativa e riconoscimento
A questa lettura si affianca la prospettiva di Paul Ricoeur, che distingue tra identità idem (ciò che resta uguale nel tempo) e identità ipse (la capacità di mantenere una promessa, di assumere responsabilità, di riconoscersi nel cambiamento) (Ricoeur, 1990).
Gli slogan identitari si fondano prevalentemente sull’identità idem: una presunta essenza immutabile, rigida, che pretende di definire chi appartiene e chi no. Tuttavia, per Ricoeur, l’identità autentica è sempre narrativa e relazionale, cioè costruita nel tempo attraverso il rapporto con l’altro, il conflitto, la memoria e la responsabilità.
In questa prospettiva, l’esclusione non è soltanto un atto politico, ma una ferita narrativa: interrompe la possibilità di raccontarsi come comunità plurale, riducendo la storia a mito e il futuro a ripetizione.
L’etica del riconoscimento proposta da Ricoeur implica che l’identità non si affermi negando l’altro, ma assumendo il rischio dell’alterità come condizione della propria stessa esistenza.
Apparire ed essere: identità come rappresentazione
Un nodo centrale della crisi identitaria contemporanea riguarda la confusione tra apparire ed essere. Rispecchiarsi in simboli storici o ideologici non equivale a identificarsi in modo autentico. Come evidenziato da Erving Goffman (1959), l’identità può ridursi a una performance sociale quando perde radicamento interiore e riflessività critica.
In questo senso, l’uso strumentale delle origini come bandiera identitaria rischia di svuotare la storia del suo significato, trasformandola in un oggetto di consumo simbolico piuttosto che in una risorsa di comprensione. L’identità diventa così un elemento da esibire, non da abitare né da assumere come responsabilità.
Inclusione, differenza e intelligenza culturale
La tutela della tradizione non implica la sua cristallizzazione. Al contrario, una tradizione viva è quella capace di dialogare con il presente senza dissolversi. L’inclusione autentica non consiste nell’eliminazione delle differenze, ma nella loro valorizzazione all’interno di un orizzonte condiviso.
In una società liquida è necessaria un’intelligenza culturale altrettanto flessibile, capace però di filtrare i “detriti” simbolici e di trattenere ciò che contribuisce alla costruzione del bene comune. Senza questa capacità di discernimento, la fluidità si trasforma in dispersione e l’inclusione in adattamento forzato.
Una remigrazione diversa: il ritorno all’essenza umana
Il concetto di “remigrazione”, spesso utilizzato in chiave ideologica e identitaria, viene qui reinterpretato in senso etico e antropologico. Non si tratta di un ritorno geografico o etnico, ma di un ritorno all’essenza dell’essere umano.
Nella tradizione islamica, tale essenza è espressa dal concetto di fitra, che indica la natura originaria, innata e incorrotta dell’essere umano, orientata al bene e alla verità (Nasr, 2002). Questa prospettiva consente di pensare un fondamento universale dell’identità, compatibile con la pluralità delle culture e delle tradizioni, senza ricadere in gerarchie o esclusioni.
La vera remigrazione, in questa lettura, non è verso un luogo, ma verso una responsabilità condivisa.
Conclusioni: pensare, giudicare, rispondere
In un’epoca dominata da semplificazioni e idoli ideologici, il compito del pensiero critico non è soltanto quello di “pensare controcorrente”, ma di giudicare e rispondere. Come ricordava Hannah Arendt, il pensiero non è un esercizio astratto, ma una pratica che rende possibile la responsabilità nello spazio pubblico.
Allo stesso modo, seguendo Ricoeur, l’identità non può essere ridotta a un’eredità da difendere, ma deve essere intesa come una narrazione aperta, che si rinnova nel confronto e nel riconoscimento reciproco.
La vera “remigrazione” non è un ritorno al passato né una chiusura identitaria, ma un movimento etico in profondità: verso una capacità rinnovata di pensare, giudicare e agire senza rinunciare all’umanità dell’altro. Tutto il resto rischia di essere soltanto una remigrazione dell’ignoranza, travestita da appartenenza e legittimata dal rifiuto della pluralità.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Bauman, Z. (1992). La scienza della libertà. Roma-Bari: Laterza.
Bauman, Z. (2000). Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza.
Bauman, Z. (2003). Liquid love: On the frailty of human bonds. Cambridge, UK: Polity Press.
Goffman, E. (1959). The presentation of self in everyday life. New York, NY: Anchor Books.
Nasr, S. H. (2002). The heart of Islam: Enduring values for humanity. New York, NY: HarperOne.
Arendt, H. (1958). The human condition. Chicago: University of Chicago Press.
Arendt, H. (1963). Eichmann in Jerusalem: A report on the banality of evil. New York, NY: Viking Press.
Arendt, H. (1971). Thinking and moral considerations. Social Research, 38(3), 417–446.
Ricoeur, P. (1990). Soi-même comme un autre. Paris: Seuil.
Weber, M. (2004). La scienza come professione (Ed. orig. 1919). Torino: Einaudi.

ALTRI ARTICOLI DI ELHEM BEDDOUA
ARRUOLARSI PER APPARTENERE, MORIRE PER NON SENTIRE
ULTIMI 5 ARTICOLI SULLA SOCIOLOGIA
IRAN, REPRESSIONE E CRISI DEL PATTO SOCIALE
LA NARRAZIONE DOMINANTE DEL FENOMENO DELLA VIOLENZA SULLE DONNE
OLTRE L’ETÀ: FULLGEVITY ED INCLUSIONE SOCIALE COME SFIDE DELLA MODERNITÀ
PARTENOPE, NOI, LORO E GLI ALTRI
ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI
OMOLOGAZIONE AUTOVELOX: LA NUOVA BOZZA MIT DI GENNAIO 2026
LA PUBBLICA ACCUSA NELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: INTERVISTA A GIUSEPPE BELLELLI
A CHI SPETTA LA MANUTENZIONE DELLE STRADE PRIVATE AD USO PUBBLICO?
ALLARME BOMBA ALL’INCONTRO DEL ROTARY CLUB CON GASPARRI E MUSSOLINI
L’ALGORITMO CHE CI VUOLE TRISTI: QUANDO I SOCIAL MANDANO IN CRASH LE EMOZIONI DEI GIOVANI
Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e no profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2026 by Ethica Societas UPLI onlus.
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0


