L’ennesima morte in divisa impone di superare il cordoglio rituale e di riconoscere il disagio psicologico degli operatori come questione istituzionale, organizzativa e sanitaria

Abstract: La morte per suicidio del Maresciallo Fabrizio Bazzoni, carabiniere forestale di 59 anni e già comandante della Stazione Carabinieri Forestali di Cedegolo, trovato senza vita nell’abitazione dei genitori a Cerveno, riapre con dolorosa evidenza il tema del disagio psicologico tra gli appartenenti alle Forze di Polizia e, più in generale, tra coloro che vivono la divisa come servizio pubblico, responsabilità operativa e identità personale. L’ennesimo suicidio in divisa non può essere consumato nella cronaca né archiviato nella formula rassicurante della tragedia individuale, perché ogni morte volontaria di un operatore di polizia interroga il rapporto tra vita privata, stress professionale, cultura organizzativa, prossimità alla pensione, solitudine relazionale, carichi familiari e difficoltà di chiedere aiuto dentro contesti nei quali la fragilità viene ancora troppo spesso percepita come cedimento. Il suicidio resta sempre un evento complesso, irriducibile a una causa unica e sottratto a ogni semplificazione, ma proprio per questo impone alle istituzioni una responsabilità più alta: costruire presìdi stabili di ascolto, prevenzione, sostegno psicologico, formazione dei comandanti, tutela della riservatezza e superamento della cultura del silenzio, perché la sicurezza pubblica non può essere separata dalla salute mentale di chi ogni giorno è chiamato a garantirla.
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Ci sono notizie che non dovrebbero mai essere trattate come semplici fatti di cronaca, perché la loro forza dolorosa non sta soltanto nell’evento in sé, ma nella domanda che lasciano aperta dopo il silenzio, quando il clamore si attenua, le formule di cordoglio vengono pronunciate, la salma viene restituita alla famiglia e l’organizzazione torna, inevitabilmente, alla propria continuità quotidiana.
La morte per suicidio del Maresciallo Fabrizio Bazzoni, carabiniere forestale di 59 anni e già comandante della Stazione Carabinieri Forestali di Cedegolo, trovato senza vita nell’abitazione dei genitori a Cerveno, appartiene a questa categoria di eventi: una tragedia personale, familiare e professionale, ma anche un fatto che interroga l’intero sistema delle Forze di Polizia sul modo in cui riconosce, ascolta e affronta il disagio psicologico dei propri appartenenti.
Il militare avrebbe lasciato uno scritto rivolto ai colleghi, nel quale avrebbe spiegato ciò che stava vivendo, mentre dagli accertamenti non sarebbero emersi elementi riconducibili all’intervento di terzi e l’autorità giudiziaria avrebbe disposto il nullaosta alla restituzione della salma ai familiari. La notizia richiama elementi umanamente pesanti: una lunga vita professionale al servizio dello Stato e del territorio, tre figli, la prossimità al pensionamento, una separazione familiare e un periodo segnato dall’assistenza agli anziani genitori.
Sono dati che devono essere maneggiati con estrema cautela, perché nessuna biografia, per quanto dolorosa, consente di spiegare davvero un suicidio, né di trasformare la complessità di una morte volontaria in una sequenza lineare di cause. Il suicidio è sempre un evento opaco, plurifattoriale, irriducibile a una ragione unica, nel quale possono intrecciarsi sofferenza personale, solitudine, stanchezza, carichi familiari, fratture affettive, percezione di fallimento, stress professionale, difficoltà a chiedere aiuto, timore dello stigma e incapacità del contesto di cogliere in tempo ciò che si stava spezzando.
È proprio questa cautela a dover guidare il racconto. Parlare di suicidio non significa cercare colpe immediate, costruire spiegazioni facili o trasformare il dolore in accusa generica. Significa, piuttosto, riconoscere che vi sono morti che interrogano non solo chi le piange, ma anche le istituzioni dentro cui una vita professionale si è formata, consumata e riconosciuta.
Quando a togliersi la vita è un appartenente alle Forze di Polizia, quella sofferenza individuale assume anche una dimensione istituzionale, perché la divisa non è soltanto abito di servizio, ma ambiente simbolico, struttura gerarchica, appartenenza identitaria e cultura professionale. Essa rappresenta disciplina, affidabilità, controllo, forza morale e disponibilità al sacrificio, ma può diventare anche una corazza, soprattutto quando chi è chiamato a proteggere gli altri fatica a riconoscere il proprio bisogno di protezione.
Il punto non è affermare che il lavoro sia la causa del gesto, né trasformare ogni suicidio in divisa in una denuncia automatica contro l’amministrazione di appartenenza. Sarebbe una semplificazione ingiusta e spesso non fondata. Il punto è un altro: nessuna istituzione può considerare neutro il contesto dentro cui vivono i propri appartenenti, soprattutto quando si tratta di professioni esposte al rischio, alla responsabilità, alla solitudine decisionale, alla disponibilità permanente, all’uso legittimo della forza, alla gestione del conflitto, alla vicinanza con la morte, alla pressione della comunità e al peso di una identità pubblica che spesso non concede spazio alla fragilità.
Nelle professioni in divisa, il disagio psicologico resta ancora troppo spesso qualcosa da nascondere, da gestire in silenzio, da non nominare per timore di apparire meno idonei, meno affidabili, meno forti, meno degni della fiducia ricevuta. È uno dei nodi più difficili da sciogliere, perché non riguarda soltanto la disponibilità di servizi psicologici, ma la cultura profonda dell’organizzazione. Non basta istituire un canale di ascolto se l’operatore teme che rivolgersi a quel canale possa diventare una macchia, un precedente, un elemento di valutazione negativa o una ragione di isolamento professionale.
La prevenzione non vive soltanto nei protocolli, ma nella fiducia. E la fiducia nasce quando un’organizzazione dimostra concretamente che chiedere aiuto non significa essere esclusi, giudicati o sospettati, ma essere riconosciuti come persone prima ancora che come funzioni. Finché la fragilità sarà percepita come colpa individuale, il silenzio continuerà a essere più forte dell’aiuto; quando invece il disagio verrà riconosciuto come rischio umano e professionale, allora l’istituzione potrà iniziare davvero a prevenirlo.
La vicenda di Cerveno richiama anche un altro passaggio delicato, spesso sottovalutato: la prossimità alla pensione. Per molti operatori in divisa, il servizio non è soltanto un lavoro, ma una forma di identità, di appartenenza e di riconoscimento sociale. L’uscita dal ruolo, soprattutto dopo decenni di servizio, può diventare un passaggio complesso, nel quale la persona è chiamata a separarsi da un’organizzazione che ha strutturato tempi, relazioni, linguaggio, autorità, responsabilità e immagine di sé.
Se a questa transizione si sommano separazioni familiari, carichi di cura verso genitori anziani, solitudine, stanchezza o vissuti di perdita, il rischio non può essere liquidato come questione privata. La vita privata e quella professionale non sono compartimenti stagni. In chi indossa una divisa per decenni, esse si intrecciano, si condizionano, si sorreggono e talvolta si consumano insieme.
Il tema riguarda tutte le Forze di Polizia e non può essere confinato alla cronaca del singolo caso. L’esistenza di osservatori, raccolte statistiche, iniziative associative e monitoraggi dedicati ai suicidi tra gli operatori in divisa dimostra che il fenomeno non è più invisibile e non può essere trattato come una sequenza di episodi isolati. Ma i numeri, da soli, non bastano. Servono a rompere il silenzio, non a sostituire la responsabilità.
Ogni suicidio in divisa pone almeno tre livelli di interrogazione. Il primo è umano e riguarda la persona, la sua storia, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua fatica invisibile, la sua eventuale impossibilità di dire ciò che stava vivendo. Il secondo è organizzativo e riguarda il modo in cui il comando, il reparto, i colleghi e l’amministrazione intercettano i segnali di sofferenza, gestiscono i periodi di aspettativa, accompagnano le transizioni di carriera, seguono il personale vicino alla pensione, sostengono chi affronta lutti, separazioni, carichi familiari o condizioni di isolamento. Il terzo è istituzionale e riguarda la capacità dello Stato di proteggere chi è chiamato a proteggere, non soltanto sotto il profilo operativo, economico e previdenziale, ma anche sotto il profilo psicologico, relazionale e identitario.
La risposta istituzionale non può esaurirsi nel cordoglio. Il cordoglio è necessario, perché una comunità professionale deve saper piangere i propri morti, stare accanto alle famiglie e riconoscere il dolore dei colleghi. Ma il cordoglio, se non produce conseguenze, rischia di diventare un rito consolatorio. Dopo ogni tragedia si pronunciano parole simili: vicinanza, dolore, sgomento, rispetto, silenzio. Poi la macchina riparte. È proprio questo ritorno alla normalità a dover essere messo in discussione, perché spesso la normalità contiene già le condizioni del silenzio.
Serve un modello diverso, capace di considerare la salute mentale degli operatori non come un tema accessorio, ma come parte integrante della sicurezza pubblica. Un operatore psicologicamente solo, logorato, non ascoltato, appesantito da carichi familiari o professionali non riconosciuti, non è soltanto una persona in difficoltà; è anche il segno di un’organizzazione che deve interrogarsi sulla propria capacità di cura.
Questo significa costruire presìdi stabili, non interventi occasionali. Significa formazione obbligatoria dei comandanti e dei responsabili di reparto sul riconoscimento dei segnali di disagio; canali di ascolto realmente riservati; sostegno psicologico esterno e indipendente; programmi di supporto tra pari con personale formato; procedure di accompagnamento dopo eventi traumatici; attenzione ai periodi di aspettativa, malattia, rientro in servizio e prossimità al pensionamento; monitoraggio dei carichi di lavoro, dei conflitti interni, dell’isolamento professionale e delle situazioni familiari di particolare gravità quando conosciute e rilevanti; cultura organizzativa capace di non trasformare la fragilità in colpa.
Nessun sistema potrà mai impedire ogni gesto estremo. Sarebbe disonesto prometterlo. La sofferenza umana conserva sempre una parte non governabile, non prevedibile, non interamente raggiungibile dai protocolli. Ma tra l’onnipotenza preventiva e la rassegnazione fatalistica esiste uno spazio enorme, che è quello della responsabilità istituzionale. Ed è lì che bisogna agire.
L’ennesima morte in divisa dovrebbe allora costringere tutti — amministrazioni, comandi, sindacati, osservatori, decisori politici e società civile — a cambiare domanda. Non basta più chiedersi perché quella persona sia arrivata a togliersi la vita. Bisogna chiedersi quali condizioni avrebbero potuto rendere più facile parlare prima, chiedere aiuto prima, essere visto prima, essere accompagnato prima. Bisogna domandarsi se il sistema offra davvero luoghi credibili in cui un operatore possa dire “non sto bene” senza temere di perdere dignità, fiducia o appartenenza.
Dietro ogni divisa c’è una persona. Sembra una formula semplice, quasi ovvia, ma il fatto stesso che debba essere ripetuta dimostra quanto sia ancora incompiuta. C’è una persona dietro il grado, dietro il reparto, dietro l’arma, dietro il turno, dietro la reperibilità, dietro la disciplina, dietro l’immagine pubblica della forza. E una persona può stancarsi, spezzarsi, sentirsi sola, non vedere alternative, vergognarsi di chiedere aiuto, temere di essere giudicata proprio nel luogo in cui dovrebbe essere sostenuta.
La morte del Maresciallo Fabrizio Bazzoni non deve diventare soltanto un’altra riga nell’elenco dei suicidi in divisa. Deve diventare una domanda scomoda rivolta alle istituzioni: quante tragedie dovranno ancora essere definite improvvise prima di ammettere che la prevenzione richiede continuità, competenza e coraggio organizzativo?
La sicurezza pubblica non è soltanto controllo del territorio, repressione dei reati, presenza sulle strade o risposta alle emergenze. È anche tutela di chi quella sicurezza la rende possibile. Se chi indossa una divisa viene lasciato solo nel proprio dolore, allora non fallisce soltanto una relazione personale; si incrina un patto istituzionale. E una Repubblica che chiede ai suoi servitori fedeltà, disciplina e sacrificio deve saper offrire, prima che sia troppo tardi, ascolto, protezione e umanità.

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