ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

La morte dell’agente milanese riapre il tema del rischio reale degli operatori e del riconoscimento incompiuto della Polizia Locale

Massimiliano Mancini

Abstract: La morte di Francesco Imprezzabile, agente della Polizia Locale di Milano deceduto dopo una caduta in moto durante l’inseguimento di un SUV fuggito a un posto di controllo nella zona di Ponte Lambro, impone una riflessione che supera la cronaca giudiziaria e investe il ruolo reale della Polizia Locale nelle città contemporanee. Secondo le ultime ricostruzioni, la gip di Milano ha convalidato l’arresto del conducente, Genti Berisha, disponendo i domiciliari con braccialetto elettronico e riqualificando l’ipotesi iniziale in morte come conseguenza di altro reato, individuato nella fuga pericolosa, mentre resta escluso, allo stato, lo speronamento della moto dell’agente. Il punto centrale non è la nazionalità del conducente, che resta un dato di cronaca e non può diventare categoria collettiva di responsabilità, ma la gravità della fuga da un controllo di polizia e il rischio concreto che essa ha generato. Il sacrificio di Imprezzabile rivela così la distanza tra la rappresentazione ancora amministrativa della Polizia Locale e la realtà operativa di un corpo sempre più esposto, nei servizi di sicurezza urbana integrata, a funzioni e pericoli che l’ordinamento continua a riconoscere solo parzialmente.

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La morte di un agente e il limite della cronaca

La morte di Francesco Imprezzabile, agente della Polizia Locale di Milano, avvenuta dopo una caduta in moto durante l’inseguimento di un SUV che non si era fermato a un posto di controllo nella zona di Ponte Lambro, appartiene a quella categoria di eventi che la cronaca tende inevitabilmente a comprimere in una sequenza essenziale di fatti — l’alt non rispettato, la fuga, l’inseguimento, la caduta, i soccorsi, il decesso, l’individuazione del conducente, le indagini della Procura — ma che, se osservati con maggiore profondità, rivelano una frattura molto più ampia tra il modo in cui l’ordinamento continua a descrivere la Polizia Locale e il modo in cui la realtà operativa la espone quotidianamente al rischio concreto della strada, della devianza, della fuga, del traffico, dei controlli interforze e delle condotte che possono improvvisamente trasformare un servizio ordinario in uno scenario di pericolo estremo.

Secondo le ricostruzioni disponibili, l’Audi Q7 inseguita dall’agente non si sarebbe fermata all’alt intimato durante un servizio di controllo nella zona di Ponte Lambro, dando origine a un inseguimento protrattosi per alcuni chilometri fino all’area di Peschiera Borromeo, dove Imprezzabile, impegnato in moto, avrebbe perso il controllo del mezzo, riportando conseguenze mortali. Le prime ipotesi di speronamento sono state successivamente escluse dagli accertamenti iniziali della Procura di Milano, mentre le indagini, anche attraverso le immagini delle telecamere e gli accertamenti tecnici, proseguono per ricostruire integralmente la dinamica dell’evento e il nesso tra la fuga del veicolo e la morte dell’agente.

La posizione del conducente, inizialmente ricondotta all’omicidio stradale, è stata oggetto di una successiva riqualificazione da parte della gip di Milano, che, pur convalidando l’arresto e disponendo una misura cautelare, ha ricondotto la vicenda alla fattispecie della morte come conseguenza di altro reato, individuando nella fuga pericolosa il nucleo della condotta penalmente rilevante. Tale sviluppo processuale impone prudenza nel linguaggio, perché la responsabilità penale dovrà essere definitivamente accertata nelle sedi proprie, ma non attenua la gravità istituzionale del fatto: un agente della Polizia Locale è morto mentre cercava di fermare un veicolo che si era sottratto a un controllo di polizia, dentro una sequenza operativa generata da una decisione di fuga.

La fuga dall’alt come rottura dell’autorità pubblica

La fuga da un posto di controllo rappresenta una rottura immediata dell’autorità pubblica, un rifiuto dell’ordine legittimamente impartito da operatori di polizia e una condotta capace di trasformare in pochi secondi un accertamento ordinario in una situazione dinamica ad alto rischio, nella quale ogni decisione operativa deve misurarsi con la tutela dell’incolumità degli agenti, dei fuggitivi, dei passanti, degli automobilisti e dell’intero contesto urbano attraversato dall’inseguimento.

Nel caso milanese, il conducente avrebbe spiegato di non essersi fermato perché in possesso di una modesta quantità di sostanza stupefacente e perché temeva conseguenze legate alla propria posizione personale, ma questa motivazione, pur rilevante sul piano ricostruttivo e processuale, conferma proprio il dato più delicato della vicenda: l’alt non rispettato nasce spesso da una sproporzione tragica tra la ragione immediata della fuga e il rischio che quella fuga produce, poiché ciò che per chi scappa può apparire come un tentativo di evitare un controllo diventa, per gli operatori e per la collettività, una situazione di pericolo non più governabile nei tempi e nei modi di un normale accertamento.

La nazionalità albanese del conducente non deve diventare strumento di colpevolizzazione collettiva, né pretesto per spostare il baricentro della vicenda dal comportamento individuale al gruppo nazionale di appartenenza. Il punto giuridico e civile non è la provenienza del conducente, ma la condotta di chi, a prescindere dalla nazionalità, si sottrae a un controllo, forza l’ordine dell’autorità pubblica, espone gli operatori a un inseguimento e contribuisce a generare una catena di rischio che può travolgere vite, famiglie e istituzioni.

La Polizia Locale nella realtà della sicurezza urbana integrata

La morte di Francesco Imprezzabile riapre una questione che la politica, il legislatore e gli enti locali non possono continuare a collocare in una zona grigia: la Polizia Locale è formalmente incardinata nell’ordinamento degli enti territoriali, ma nella realtà quotidiana opera sempre più spesso dentro il sistema della sicurezza urbana integrata, concorrendo ai servizi interforze, presidiando il territorio, intervenendo nei sinistri stradali, gestendo situazioni di degrado, intercettando condotte penalmente rilevanti, svolgendo funzioni di polizia giudiziaria nei limiti previsti dalla legge e assumendo responsabilità operative che non sempre trovano un riconoscimento proporzionato nelle tutele, nella formazione, nelle dotazioni e nel trattamento ordinamentale.

Questa distanza tra forma e sostanza è una delle contraddizioni più profonde della condizione professionale degli operatori di Polizia Locale, perché da un lato essi sono dipendenti degli enti locali, spesso collocati dentro un immaginario amministrativo che li riduce alla regolazione del traffico o alla gestione di illeciti minori, mentre dall’altro lato sono chiamati a operare in contesti nei quali la strada diventa luogo di devianza, fuga, droga, violenza, marginalità, illegalità diffusa e rischio fisico immediato. Quando un agente muore durante un inseguimento, questa contraddizione smette di essere una questione sindacale o tecnica e diventa un fatto politico-istituzionale, perché rivela in modo drammatico che il servizio svolto non era marginale, accessorio o puramente amministrativo, ma parte integrante della tutela concreta della sicurezza dei cittadini.

Non si può chiedere alla Polizia Locale di partecipare ai controlli del territorio, di concorrere alla sicurezza urbana, di intervenire in scenari operativi complessi e di rappresentare la presenza immediata dell’autorità pubblica sulla strada, continuando però a negarle una piena dignità professionale e una cornice di tutele coerente con le responsabilità effettivamente esercitate. Il sacrificio dell’agente milanese dimostra che la sicurezza urbana non è una formula da convegno, ma una pratica quotidiana affidata a persone in divisa che, spesso in pochi secondi, devono assumere decisioni dalle conseguenze irreversibili.

Il rischio degli inseguimenti e la necessità di protocolli più maturi

Il tema degli inseguimenti merita una riflessione autonoma, perché essi costituiscono uno degli scenari più delicati per qualunque forza di polizia, soprattutto quando si sviluppano in ambito urbano o periurbano, dove traffico, incroci, pedoni, ostacoli, semafori, carreggiate strette e comportamenti imprevedibili trasformano la velocità in una variabile di rischio non interamente controllabile. L’inseguimento è il punto in cui la legalità incontra la dinamica fisica della strada, e nel quale la decisione operativa deve bilanciare l’esigenza di fermare chi fugge con il dovere di evitare che l’azione di contrasto produca un pericolo ancora maggiore.

Il riferimento, emerso dalle ultime notizie, alla velocità elevatissima raggiunta durante la fuga rende ancora più evidente la necessità di protocolli chiari, addestramento specifico, comunicazioni radio efficienti, coordinamento tra pattuglie, gestione centrale dell’intervento, supporto tecnologico e criteri operativi capaci di ridurre l’esposizione individuale dell’operatore senza indebolire la capacità di risposta dell’istituzione. Il coraggio personale, pur essenziale nella vita di ogni corpo di polizia, non può essere l’unico dispositivo di protezione di chi opera sulla strada, perché una comunità che pretende sicurezza deve anche pretendere che chi la garantisce sia messo nelle condizioni di agire con strumenti, procedure e tutele adeguate.

Non si tratta di criminalizzare l’inseguimento né di paralizzare l’azione di polizia, ma di riconoscere che ogni contesto operativo richiede una valutazione proporzionata del rischio e che la sicurezza degli operatori non può dipendere soltanto dall’esperienza individuale, dalla prontezza personale o dalla generosità professionale. La morte di Imprezzabile rende questa esigenza non più rinviabile, perché ogni tragedia in servizio deve trasformarsi in apprendimento istituzionale, non soltanto in cordoglio.

Droga, fuga e controllo del territorio

La circostanza, riferita dalle fonti, secondo cui il conducente avrebbe avuto con sé una modesta quantità di sostanza stupefacente e avrebbe temuto conseguenze personali, colloca la vicenda dentro un quadro più ampio di controllo del territorio, nel quale i servizi stradali e interforze intercettano spesso non soltanto violazioni amministrative, ma situazioni di illegalità minuta, mobile e frammentata, capaci tuttavia di generare reazioni sproporzionate e pericolose. La droga, in questo tipo di episodi, non è soltanto il possibile oggetto materiale di un illecito, ma può diventare il fattore scatenante della fuga, perché chi teme il controllo cerca di sottrarsi non al semplice accertamento, ma alla possibilità che emergano condizioni personali, misure pendenti o responsabilità ulteriori.

È proprio in questa zona di incertezza che il lavoro della Polizia Locale assume una dimensione pienamente securitaria, perché l’operatore che intima l’alt non conosce ancora la ragione della fuga, non sa cosa vi sia nel veicolo, non può prevedere l’intensità della reazione e deve decidere in tempo reale come tutelare l’ordine pubblico, la sicurezza stradale e l’incolumità collettiva. Ridurre tutto ciò a una funzione amministrativa significa non comprendere più la realtà della strada, che nelle metropoli contemporanee è diventata uno spazio di transito non solo di persone e veicoli, ma anche di marginalità, microcriminalità, traffici, condotte impulsive e conflitti con l’autorità.

La Polizia Locale, soprattutto nei grandi centri urbani, vive esattamente questa prossimità con il rischio quotidiano, perché presidia il territorio laddove la devianza si manifesta in forme spesso non organizzate ma ugualmente pericolose, e perché intercetta comportamenti che, pur nascendo come fatti apparentemente minori, possono degenerare in pochi istanti in eventi drammatici.

Il cordoglio istituzionale e il rischio della memoria sterile

La morte di un agente in servizio produce inevitabilmente cordoglio, messaggi ufficiali, dichiarazioni di vicinanza, cerimonie, parole sulla dedizione e sul sacrificio, e anche in questo caso le istituzioni nazionali e locali hanno espresso dolore e solidarietà alla famiglia, ai colleghi e al Corpo della Polizia Locale di Milano. Tuttavia, il rispetto autentico per Francesco Imprezzabile non può esaurirsi nella retorica della commemorazione, perché ogni morte in servizio interroga la responsabilità delle istituzioni ben oltre il tempo breve dell’emozione pubblica.

Il cordoglio è necessario, ma non sufficiente. È necessario perché riconosce il dolore di una famiglia e di un corpo professionale; non è sufficiente perché, se non produce conseguenze organizzative, normative e culturali, rischia di trasformarsi in una liturgia ripetitiva, nella quale l’operatore caduto viene onorato nel momento della tragedia ma la condizione strutturale che ha reso possibile quella tragedia resta immutata.

Francesco Imprezzabile non deve essere ricordato soltanto come un agente morto durante un inseguimento, ma come il simbolo umano di una funzione pubblica che chiede di essere finalmente compresa per ciò che è diventata nella realtà delle città italiane. La Polizia Locale non è più da tempo il corpo amministrativo immaginato da una società urbana meno mobile, meno conflittuale e meno esposta a fenomeni diffusi di illegalità, perché oggi i suoi operatori affrontano incidenti gravi, fughe, aggressioni, droga, abusivismo, degrado, omissioni di soccorso, controlli notturni, servizi interforze e rapporti quotidiani con marginalità sociali che possono rapidamente degenerare in conflitto operativo.

Un ordinamento ancora in ritardo rispetto alla realtà

La vicenda milanese si inserisce in un dibattito nazionale più ampio sulla riforma della Polizia Locale approvata dalla Camera, sulle tutele previdenziali, assistenziali, assicurative e legali, sulla specificità contrattuale, sulla formazione, sulle dotazioni, sui protocolli operativi e sulla necessità di superare una disciplina che non riesce più a descrivere pienamente ciò che gli operatori fanno ogni giorno, la legge delega potrà essere una svolta o un’opportunità mancata. La morte di un agente durante un inseguimento non può essere trattata come un’eccezione tragica, ma deve essere letta come la rivelazione estrema di una condizione ordinaria di esposizione.

Non si tratta di confondere la Polizia Locale con le Forze di polizia statali, né di cancellarne il radicamento territoriale e la dipendenza dagli enti locali, che costituiscono elementi essenziali della sua identità, ma di riconoscere che l’ordinamento deve offrire strumenti coerenti con la funzione effettivamente svolta. Una polizia radicata nel territorio può restare locale senza essere debole, può restare alle dipendenze dei Comuni senza essere priva di tutele adeguate, può concorrere alla sicurezza integrata senza essere assorbita in modelli ordinamentali non coerenti con la sua storia e con la sua natura.

Il punto è costruire una riforma che non viva di slogan, ma di tecnica giuridica e consapevolezza operativa, perché le donne e gli uomini della Polizia Locale non hanno bisogno di formule simboliche, ma di riconoscimenti concreti: formazione seria, protezione legale, coperture assicurative, procedure chiare, dotazioni idonee, organici adeguati, specificità contrattuale e una cultura istituzionale che smetta di ricordarli soltanto quando muoiono.

La memoria di Francesco Imprezzabile come responsabilità pubblica

La morte di Francesco Imprezzabile chiede silenzio, rispetto e prudenza, ma chiede anche verità istituzionale. Il silenzio serve a non trasformare il dolore in propaganda; il rispetto serve a non ridurre una vita a un titolo di cronaca; la prudenza serve ad attendere gli accertamenti della magistratura; la verità istituzionale, invece, impone di riconoscere che un agente della Polizia Locale è morto mentre esercitava una funzione reale di sicurezza, dentro un contesto operativo che molte norme continuano a descrivere in modo incompleto.

L’inseguimento di un veicolo che fugge da un posto di controllo non è una scena laterale della sicurezza urbana, ma una delle sue manifestazioni più dure, perché in quel momento non esistono distinzioni retoriche tra sicurezza maggiore e sicurezza minore, ma esistono un operatore, una strada, un ordine non rispettato, un rischio che cresce, una decisione da prendere e una comunità che si aspetta che qualcuno intervenga.

Per questo la memoria dell’agente caduto non può essere affidata soltanto al cordoglio. Essa deve diventare responsabilità pubblica, perché ogni volta che un appartenente alla Polizia Locale muore o resta ferito in servizio il Paese è costretto a guardare ciò che spesso preferisce ignorare: la sicurezza quotidiana delle città è garantita anche da operatori che l’ordinamento continua a riconoscere meno di quanto la realtà richieda.

Francesco Imprezzabile è morto in quella zona di confine in cui la Polizia Locale non è più soltanto amministrazione e non è formalmente la pubblica sicurezza, ma è comunque presenza istituzionale, rischio personale, intervento immediato e presidio concreto della legalità. È proprio da quella zona di confine che deve ripartire una riforma seria, capace di unire radicamento locale, tutele effettive, specificità professionale e rispetto per chi, ogni giorno, porta una divisa non come ornamento istituzionale, ma come responsabilità esposta sulla strada.

Francesco Imprezzabile

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