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DRAGHI AL MEETING: L’EUROPA SMETTA DI RESTARE SPETTATRICE [CON VIDEO], Francesco Mancini

Il testo e il video completo dell’intervento con il quale si è aperto il Meeting 2025

Francesco Mancini

Abstract: Mario Draghi è intervenuto al debutto del Meeting 2025, acclamato come nelle precedenti partecipazioni pur non avendo questa volta alcun ruolo istituzionale, e ha tenuto un intervento forte dal titolo “Quale orizzonte per l’Europa?” che ha messo al centro la perdita di peso geopolitico dell’Ue e quindi la necessità di una svolta su difesa, energia e politica industriale per essere protagonisti invece che spettatori, a trasformare lo “scetticismo buono” in partecipazione civica e pressione per il cambiamento, richiamando l’orgoglio del whatever it takes che oggi è quantomai attuale per contrastare l’antieuropeismo dei neonazionalismi-sovranismi affinché “L’Europa smetta di essere spettatrice e torni protagonista”. Il video e la trascrizione integrale dell’intervento.

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IL TESTO DELL’INTERVENTO

Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata.

Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data, gli Stati Uniti. Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare, una decisione che forse avremmo comunque dovuto prendere — ma in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa. L’Unione Europea, nonostante abbia dato il maggior contributo finanziario alla guerra in Ucraina, e abbia il maggiore interesse in una pace giusta, ha avuto finora un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace.

Nel frattempo la Cina ha apertamente sostenuto lo sforzo bellico della Russia mentre espandeva la propria capacità industriale per riversare l’eccesso di produzione in Europa, ora che l’accesso al mercato americano è limitato dalle nuove barriere imposte dal governo negli Stati Uniti.

Le proteste europee hanno avuto poco effetto: la Cina ha chiarito che non considera l’Europa come un partner alla pari e usa il suo controllo nel campo delle terre rare per rendere la nostra dipendenza sempre più vincolante.

L’Europa è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava. Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico. Non è quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia raggiunto nuovi picchi. Ma è importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo.

Non è a mio avviso uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Anche coloro che sostengono che l’Ucraina dovrebbe arrendersi alle richieste della Russia non accetterebbero mai lo stesso destino per il loro paese; anche loro attribuiscono valore alla libertà, all’indipendenza e alla pace, alla solidarietà—sia pure solo per se stessi.

Credo piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione Europea di difendere questi valori. Ciò è in parte comprensibile. I modelli di organizzazione politica, specialmente quelli sopra-statuali, emergono in parte anche per risolvere i problemi del loro tempo. Quando questi cambiano tanto da rendere fragile e vulnerabile l’organizzazione preesistente, questa deve cambiare.

L’UE fu creata perché nella prima metà del ventesimo secolo i precedenti modelli di organizzazione politica, gli Stati nazione, avevano in molti paesi completamente fallito nel compito di difendere questi valori. Molte democrazie avevano rifiutato ogni regola in favore della forza bruta, con il risultato che l’Europa precipitò nella seconda guerra mondiale.

Fu perciò quasi naturale per gli europei sviluppare una forma di difesa collettiva per la democrazia e la pace. L’Unione Europea rappresentò un’evoluzione che rispondeva a quello che era il più urgente problema del tempo: la tendenza dell’Europa a scivolare nel conflitto. Ed è insostenibile argomentare che staremmo meglio senza di essa.

L’Unione si è poi evoluta di nuovo negli anni dopo la guerra, adattandosi gradualmente alla fase neoliberale tra il 1980 e i primi anni 2000. Questo periodo fu caratterizzato dalla fede nel libero scambio e nell’apertura dei mercati, dalla condivisione del rispetto delle regole multilaterali e da una consapevole riduzione del potere degli Stati, che attribuivano compiti e autonomia ad agenzie indipendenti.

L’Europa prosperò in quel mondo: trasformò il proprio mercato comune nel mercato unico, divenne attore fondamentale nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e creò autorità indipendenti per la concorrenza e la politica monetaria. Ma quel mondo è finito e molte delle sue caratteristiche sono state cancellate.

Mentre prima ci si affidava ai mercati per la direzione dell’economia, oggi ci sono politiche industriali di grande respiro. Mentre prima c’era il rispetto delle regole, oggi c’è l’uso della forza militare e della potenza economica per proteggere gli interessi nazionali. Mentre prima lo Stato vedeva ridursi i suoi poteri, oggi tutti gli strumenti sono impiegati in nome del governo dello Stato.

L’Europa è poco attrezzata in un mondo dove geo‑economia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento—più che l’efficienza—inspirano le relazioni commerciali internazionali. La nostra organizzazione politica deve adattarsi alle esigenze del suo tempo quando esse sono esistenziali: noi europei dobbiamo riuscire ad arrivare a un consenso su ciò che questo comporta. È chiaro che distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze.

Ma è anche vero che per difendere l’Europa dallo crescente scetticismo non dobbiamo cercare di estrapolare le conquiste del passato nel futuro che stiamo entrando a vivere: i successi ottenuti nei decenni precedenti erano in realtà risposte alle specifiche sfide di quel tempo e ci dicono poco sulla capacità di affrontare quelle che ci si pongono oggi. Il prendere atto che la forza economica è condizione necessaria ma non sufficiente per avere forza geopolitica potrà finalmente avviare una riflessione politica sul futuro dell’Unione.

Possiamo trarre qualche conforto dal fatto che l’Unione Europea è stata capace di cambiare in passato. Ma adattarsi all’ordine neoliberale era — in confronto — un compito relativamente facile. L’obiettivo principale allora era quello di aprire mercati e di limitare l’intervento dello Stato. L’Unione Europea poteva agire principalmente come un regolatore e un arbitro, evitando di affrontare la questione più difficile dell’integrazione politica.

Per affrontare le sfide di oggi, l’Unione Europea deve trasformarsi da spettatore—o al più comprimario—in attore protagonista. Deve mutare anche la sua organizzazione politica, che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. Le riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di consapevolezza. Dopo quasi ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la difesa collettiva della democrazia è data per scontata da generazioni che non hanno il ricordo di quel tempo. La loro convinta adesione alla costruzione politica europea dipende anche, in misura importante, dalla sua capacità di offrire prospettive per il futuro, quindi anche dalla crescita economica che in Europa è stata negli ultimi trent’anni molto più bassa rispetto al resto del mondo.

Il Rapporto sulla Competitività europea ha indicato molte aree in cui l’Europa sta perdendo terreno e dove le riforme sono più urgenti. Ma un tema ricorre attraverso tutte le indicazioni del rapporto: la necessità di utilizzare appieno la dimensione europea lungo due grandi direttrici.

La prima è quella del mercato interno. L’Atto del Mercato Unico fu approvato quasi quarant’anni fa eppure permangono ostacoli significativi agli scambi interni all’Europa. La loro rimozione avrebbe un impatto sostanziale sulla crescita europea. Il Fondo Monetario Internazionale calcola che, se le nostre barriere interne fossero ridotte al livello di quelle prevalenti negli Stati Uniti, la produttività del lavoro nell’UE potrebbe essere circa il 7 % più alta dopo sette anni. Si pensi che negli ultimi sette anni, il totale della crescita della produttività è stato solo del 2 %.

Il costo di queste barriere è già visibile. Gli Stati europei si preparano a una gigantesca impresa militare con 2 trilioni di euro — di cui un quarto in Germania — di spesa aggiuntiva nella difesa pianificate tra oggi e il 2031. Eppure abbiamo barriere interne equivalenti a una tariffa del 64 % sui macchinari e del 95 % sui metalli.

Il risultato? Gare d’appalto più lente, costi più alti, maggiori acquisti da fornitori extra-Ue, e nessun stimolo per le nostre economie, tutto a causa delle ostilità che imponiamo a noi stessi.

La seconda direttrice è quella tecnologica. Un punto ormai chiaro dall’evoluzione dell’economia globale: nessun Paese che voglia prosperità e sovranità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche. Stati Uniti e Cina usano apertamente il loro controllo su risorse strategiche e tecnologie per ottenere concessioni in altre aree: ogni dipendenza eccessiva è così diventata incompatibile con la sovranità sul nostro futuro.

Nessun Paese europeo può da solo avere le risorse necessarie per sviluppare la capacità industriale richiesta in queste tecnologie. L’industria dei semiconduttori lo illustra bene: i chip sono essenziali per la trasformazione digitale in corso, ma gli impianti per produrli richiedono investimenti massicci. Negli Stati Uniti, investimento pubblico e privato sono concentrati in poche grandi fabbriche con progetti da 30 a 65 miliardi di dollari. In Europa, invece, la maggior parte della spesa avviene a livello nazionale tramite aiuti di Stato, spesso da 2 a 3 miliardi l’uno, sparsi tra paesi con priorità divergenti.

La Corte dei Conti Europea ha già avvertito che ci sono poche probabilità che l’UE raggiunga il suo obiettivo per il 2030 di aumentare la quota di mercato globale in questo settore al 20 % (dall’attuale meno del 10 %).

Quindi, sia per la dimensione del mercato interno sia per quella tecnologica, torniamo al punto fondamentale: per raggiungere questi obiettivi, l’Unione Europea deve muoversi verso nuove forme di integrazione.

Ne abbiamo la possibilità: per esempio, con un ventottesimo regime che operi al di sopra della dimensione nazionale; con accordi su progetti di comune interesse europeo e il loro finanziamento condiviso, condizione essenziale perché raggiungano la dimensione tecnologica necessaria ed economica autosufficiente.

Ma queste sono risposte emergenziali. La vera sfida è agire con la stessa decisione in tempi ordinari per affrontare un mondo che non ci guarda con simpatia e non aspetta la lentezza dei rituali comunitari per imporre la sua forza. È un mondo che pretende da noi discontinuità negli obiettivi, nei tempi e nei metodi. La presenza dei cinque leader europei e dei Presidenti della Commissione e del Consiglio europeo all’ultimo incontro alla Casa Bianca è stata una manifestazione di unità che vale, agli occhi dei cittadini, più di tante riunioni a Bruxelles.

Finora, gran parte dello sforzo di adattamento è venuto dal settore privato, che ha mostrato solidità nonostante l’instabilità internazionale. Le imprese europee stanno adottando tecnologie digitali all’avanguardia, inclusa l’intelligenza artificiale, a ritmo simile agli Stati Uniti. La forte base manifatturiera europea può rispondere a una maggiore domanda e favorire una produzione interna rafforzata.

Ciò che resta indietro è il settore pubblico, dove i cambiamenti decisivi sono più urgenti. I governi devono:

Definire i settori su cui impostare la politica industriale.

Rimuovere le barriere inutili e rivedere la struttura dei permessi nel settore energetico.

Accordarsi sul finanziamento dei giganteschi investimenti futuri, stimati dalla Commissione europea in circa 1,2 trilioni di euro all’anno.

Disegnare una politica commerciale adatta a un mondo che abbandona il multilateralismo.

In breve: bisogna ritrovare unità di azione—e non farlo quando le circostanze saranno già insostenibili, ma ora, quando abbiamo ancora il potere di definire il nostro futuro.

Possiamo cambiare la traiettoria del nostro continente. Trasformate il vostro scetticismo in azione, fate sentire la vostra voce. L’Unione Europea è soprattutto un meccanismo per realizzare gli obiettivi condivisi dai suoi cittadini. È la nostra migliore opportunità per un futuro di pace, sicurezza, indipendenza, solidarietà: è una democrazia e siamo noi—voi—i suoi cittadini, gli europei che decidono le sue priorità.

Arrivo di Margio Draghi al Meeting 2025 [©Photo Meeting per l’Amicizia dei Popoli]

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