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BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO E STATO PONTIFICIO: DALLA TOLLERANZA POLITICA ALLA REPRESSIONE D’ECCEZIONE, Giuseppe Pettenati

La parabola della Chiesa dinanzi alla resistenza meridionale dopo l’Unità d’Italia

Giuseppe Pettenati

Abstract: Il brigantaggio postunitario non può essere ridotto alla comoda categoria della criminalità rurale, né celebrato acriticamente come pura epopea popolare. Fu, piuttosto, un fenomeno composito e lacerante, nel quale confluirono lealtà dinastica borbonica, miseria contadina, rifiuto della coscrizione obbligatoria, protesta contro la mancata redistribuzione delle terre, ostilità verso la nuova amministrazione sabauda e sopravvivenza di pratiche banditesche già presenti nel Mezzogiorno preunitario. Dentro questa zona grigia della storia nazionale si colloca l’atteggiamento dello Stato pontificio: dapprima incline a tollerare, se non a favorire indirettamente, la presenza delle bande legittimiste lungo la frontiera; poi, con il mutare dello scenario diplomatico e militare, sempre più deciso a reprimere quel medesimo fenomeno. Gli editti Pericoli, la Convenzione di Cassino e l’editto De Witten segnano il passaggio dalla convenienza politica alla ragion di Stato, mostrando come anche il potere pontificio, quando la sicurezza del proprio territorio divenne prioritaria, adottò strumenti eccezionali, tribunali straordinari e misure drastiche contro briganti e manutengoli.

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Giuseppe Pettenati: giurista, saggista, cultore di storia.


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Il brigantaggio postunitario come trauma della costruzione nazionale

Per brigantaggio postunitario si intende l’insieme delle insorgenze armate, delle bande rurali, delle proteste popolari e delle reazioni legittimiste che, dopo il 1860, interessarono prevalentemente i territori meridionali dell’ex Regno delle Due Sicilie, assumendo una fisionomia assai più complessa di quella restituita dalla storiografia risorgimentale più celebrativa, la quale, per consolidare il mito di una nazione finalmente ricomposta sotto il segno della libertà, aveva tutto l’interesse a derubricare quella resistenza meridionale a residuo barbarico, criminale e antistorico.

Eppure, se è vero che molte bande praticarono rapine, sequestri, estorsioni e violenze, è altrettanto vero che il fenomeno non può essere compreso se lo si separa dal contesto politico e sociale nel quale nacque, vale a dire dall’annessione sabauda del Mezzogiorno, dalla dissoluzione della monarchia borbonica, dalla presenza di ampi strati popolari rimasti estranei o ostili al nuovo Stato, dalla frustrazione dei ceti contadini dinanzi alla promessa mancata della terra e dall’impatto traumatico di un’amministrazione percepita come esterna, fiscale, militare e culturalmente distante.

L’unificazione italiana, celebrata nella narrazione ufficiale come compimento della patria, fu vissuta da non pochi abitanti del Sud anche come occupazione militare, come sostituzione di un potere legittimo con un potere straniero, come imposizione di nuove regole e nuovi obblighi da parte di funzionari, ufficiali e legislatori che apparivano non liberatori, ma conquistatori; da tale frattura nacque una reazione nella quale la lealtà borbonica, la rabbia sociale, la religiosità popolare, la paura della coscrizione e l’antica geografia del banditismo rurale finirono per confondersi in un unico magma politico e umano.

Il brigantaggio, dunque, fu una guerra civile a bassa intensità, una guerra irregolare e sporca, combattuta tra montagne, masserie, boschi, paesi e frontiere, nella quale lo Stato unitario impose la propria sovranità con strumenti militari e legislativi eccezionali, mentre le bande, sostenute talvolta da complicità locali e talvolta semplicemente dal silenzio della paura, opposero una resistenza discontinua, feroce, simbolicamente potente e destinata, alla lunga, alla sconfitta.

La frontiera pontificia e l’iniziale ambiguità della Chiesa

L’atteggiamento dello Stato pontificio nei confronti del brigantaggio postunitario fu inizialmente segnato da una sostanziale ambiguità, che non va letta come semplice incertezza morale o amministrativa, bensì come il risultato di un preciso calcolo politico, poiché Roma, dopo il crollo del Regno delle Due Sicilie, divenne il luogo dell’esilio di Francesco II di Borbone e il punto di riferimento simbolico di una causa legittimista che continuava a coltivare, almeno nei primi anni Sessanta dell’Ottocento, la speranza di una restaurazione nel Mezzogiorno.

In questa prima fase, le bande operanti lungo la frontiera tra lo Stato pontificio e il Regno d’Italia potevano apparire, agli occhi di una parte degli ambienti reazionari e legittimisti, come uno strumento indiretto per mantenere instabile il nuovo assetto politico meridionale, alimentare la nostalgia borbonica e rallentare l’espansione del progetto unitario sabaudo verso Roma, sicché il brigante non era ancora soltanto il perturbatore dell’ordine pubblico, ma anche, almeno potenzialmente, il nemico del nemico.

La convergenza tra causa borbonica e causa pontificia non deve essere sopravvalutata fino a immaginare una piena identificazione, ma non può nemmeno essere ignorata, perché il ritorno dei Borbone a Napoli avrebbe potuto costituire, nella prospettiva dei legittimisti, un argine politico e militare a protezione del potere temporale del Papa, minacciato dall’avanzata del Regno d’Italia e dalla sempre più esplicita rivendicazione di Roma come capitale naturale della nuova nazione.

Da qui derivò quella tolleranza di frontiera che si manifestò non necessariamente in una promozione diretta e ufficiale del brigantaggio, quanto piuttosto in una zona grigia fatta di ospitalità, inerzie, protezioni, complicità locali e difficoltà operative nel distinguere tra rifugiati politici, ex soldati borbonici, renitenti, avventurieri, manutengoli e criminali comuni, secondo una confusione che costituì, per diversi anni, una delle condizioni stesse di sopravvivenza delle bande.

Quando la convenienza politica diventa problema di ordine pubblico

La tolleranza, tuttavia, poteva durare soltanto finché il brigantaggio risultava utile, o almeno non eccessivamente dannoso, agli interessi dello Stato pontificio; nel momento in cui le bande, lungi dal limitarsi a colpire il Regno d’Italia, cominciarono a produrre instabilità, paura, sequestri, ricatti e violenza anche nei territori soggetti alla sovranità pontificia, ciò che era stato sopportato come fenomeno politicamente funzionale si trasformò in minaccia interna da reprimere.

Le bande non erano eserciti regolari, non obbedivano stabilmente a una disciplina politica o militare, vivevano di approvvigionamenti forzati, protezioni, vendette, estorsioni e mobilità clandestina, e proprio per questa loro natura irregolare finirono per rendere sempre più fragile il confine tra resistenza legittimista e criminalità territoriale, costringendo le autorità pontificie a prendere atto che il medesimo fenomeno che poteva logorare il Regno d’Italia poteva, nello stesso tempo, disgregare l’ordine pubblico dello Stato della Chiesa.

Si verificò così un passaggio tipico della storia dei poteri sovrani: ciò che il potere tollera quando serve a indebolire l’avversario, esso lo reprime quando inizia a minacciare la propria stabilità; e in questa metamorfosi, più che un mutamento morale, si manifesta la fredda logica della ragion di Stato, che non conosce alleati permanenti, ma soltanto convenienze mutevoli, equilibri da preservare e pericoli da neutralizzare.

La Convenzione di settembre e la necessità di una frontiera tranquilla

Lo spartiacque diplomatico fu rappresentato dalla Convenzione di settembre del 15 settembre 1864, accordo concluso tra Regno d’Italia e Impero francese, con il quale la Francia si impegnava a ritirare entro due anni le proprie truppe da Roma, mentre il Regno d’Italia assumeva l’obbligo di rispettare l’integrità territoriale dello Stato pontificio e di trasferire la capitale da Torino a Firenze, scelta che avrebbe dovuto rassicurare il Papa e Napoleone III circa una temporanea rinuncia italiana alla conquista di Roma.

In quel nuovo quadro, la frontiera doveva essere mantenuta tranquilla, perché la sopravvivenza dello Stato pontificio dipendeva anche dalla sua capacità di presentarsi come entità sovrana ordinata, amministrativamente efficiente e non trasformata in retrovia operativa di bande armate capaci di colpire nel territorio italiano per poi riparare oltre confine, sfruttando la linea territoriale come schermo giuridico e come rifugio politico.

La questione del brigantaggio divenne perciò un problema non soltanto di polizia, ma di diplomazia internazionale, poiché la persistenza di un’area frontaliera destabilizzata rischiava di compromettere gli equilibri faticosamente costruiti tra Parigi, Roma e Firenze, offrendo al Regno d’Italia un argomento ulteriore per denunciare l’incapacità pontificia di controllare il proprio territorio e, conseguentemente, per rivendicare nuove forme di pressione politica e militare.

Fu in tale contesto che la tolleranza lasciò progressivamente il posto alla repressione, non perché lo Stato pontificio avesse improvvisamente aderito alla narrazione sabauda del brigantaggio come mera delinquenza, ma perché la sicurezza del proprio territorio, la credibilità internazionale e la conservazione del potere temporale imponevano ormai di trattare le bande come un pericolo da eliminare.

L’editto Pericoli del 7 dicembre 1865 e la giustizia dell’emergenza

La svolta repressiva trovò una delle sue espressioni più significative nell’editto emanato il 7 dicembre 1865 dal Palazzo Apostolico di Frosinone da monsignor Luigi Pericoli, delegato apostolico della provincia pontificia di Campagna e Marittima, provvedimento di eccezionale durezza con il quale si intese colpire il brigantaggio attraverso strumenti giudiziari straordinari, capaci di superare le lentezze e le garanzie della giustizia ordinaria.

L’editto istituiva una commissione composta da tre magistrati togati e tre militari, incaricata di giudicare i delitti riferibili al brigantaggio, e prevedeva che le sentenze non fossero soggette ad appello o revisione, introducendo così una forma di giustizia accelerata, sommaria e sostanzialmente emergenziale, nella quale l’esigenza di sicurezza prevaleva sulla pienezza delle garanzie processuali.

Il dato più rilevante, in una prospettiva storico-giuridica, non è soltanto la severità delle pene, ma la logica sottesa al provvedimento, poiché lo Stato pontificio, dinanzi a un fenomeno percepito come minaccia radicale all’ordine pubblico, costruiva un diritto speciale, parallelo e più duro, confermando quella tendenza costante dei poteri sovrani a trasformare l’emergenza in laboratorio normativo, nel quale l’imputato non è più soltanto soggetto da giudicare, ma pericolo da neutralizzare.

Gli editti pontifici contro il brigantaggio presentano un’evidente analogia funzionale con gli strumenti repressivi adottati dal Regno d’Italia nel Mezzogiorno, poiché, pur muovendo da posizioni politiche contrapposte, entrambi gli ordinamenti finirono per ricorrere alla medesima grammatica dell’eccezione: tribunali speciali, compressione delle garanzie, militarizzazione del territorio, repressione dei favoreggiatori e controllo capillare delle comunità sospette.

Dalla commissione mista al Tribunale straordinario

Poiché il primo intervento non bastò a estirpare il fenomeno, l’apparato repressivo fu ulteriormente rafforzato con successivi provvedimenti, sino allo scioglimento della commissione mista e all’istituzione di un Tribunale straordinario per le cause di brigantaggio nelle province di Frosinone e Velletri, segno evidente del fatto che la lotta alle bande non veniva più concepita come episodio transitorio, ma come vera e propria politica pubblica di sicurezza.

La repressione non si limitò ai briganti armati, ma si estese alla rete sociale che ne rendeva possibile la sopravvivenza, colpendo manutengoli, favoreggiatori, informatori, vivandieri, familiari e complici veri o presunti, secondo una strategia che mirava non soltanto a catturare i capibanda, ma a prosciugare l’ambiente umano e materiale nel quale essi trovavano rifugio, nutrimento, notizie e protezione.

Con i bandi successivi, e in particolare con quelli riconducibili all’azione del procuratore fiscale Agapito Rossetti, il controllo si fece ancora più minuto, investendo la circolazione dei viveri, dei generi alimentari, delle armi da fuoco, delle munizioni e della polvere pirica, sino al divieto di trasportare fuori dai centri abitati quantità superiori al fabbisogno giornaliero, misura che rivela con chiarezza la volontà di isolare le bande dal tessuto comunitario e di trasformare il territorio in un ambiente ostile alla loro sopravvivenza.

Le montagne, i boschi, i valichi, le masserie e i piccoli borghi della frontiera non erano infatti semplici scenari geografici, ma vere e proprie infrastrutture della clandestinità brigantesca, luoghi nei quali la conoscenza del terreno, la complicità dei paesani, la paura delle ritorsioni e la debolezza del controllo statale rendevano possibile una guerriglia irregolare difficilmente estirpabile con i soli strumenti ordinari.

La Convenzione di Cassino e la fine del “salto della quaglia”

Il punto di svolta operativo fu rappresentato dalla Convenzione di Cassino del 24 febbraio 1867, accordo tra Stato pontificio e Regno d’Italia volto a coordinare la repressione del brigantaggio lungo la frontiera e a consentire l’inseguimento dei briganti anche oltre il confine, eliminando così quella pratica popolarmente nota come “salto della quaglia”, consistente nel colpire da una parte e rifugiarsi dall’altra, utilizzando la sovranità territoriale come scudo e il confine come dispositivo di impunità.

Con tale accordo, la frontiera cessò di essere spazio ambiguo, rifugio intermittente e margine sfruttabile dalle bande, per divenire luogo di cooperazione repressiva tra due poteri politicamente avversi ma temporaneamente convergenti nella necessità di eliminare un fenomeno ormai considerato incompatibile con l’ordine pubblico e con la credibilità dello Stato.

Il significato politico della Convenzione di Cassino è notevole, perché il Papa-Re e il Regno d’Italia, pur divisi dalla questione romana, dalla contesa sul potere temporale e dall’irrisolta aspirazione italiana a Roma capitale, trovarono nel contrasto al brigantaggio un terreno comune, dimostrando ancora una volta che la ragion di Stato può creare alleanze operative anche tra soggetti ideologicamente contrapposti.

Non si trattò, naturalmente, di un’adesione pontificia al progetto unitario, né di una riconciliazione sostanziale con i Savoia, ma di una convergenza tattica fondata sulla necessità di governare la frontiera, neutralizzare le bande e impedire che la causa legittimista, ormai priva di reali possibilità restauratrici, continuasse a generare disordine nei territori ancora soggetti alla sovranità pontificia.

L’editto De Witten e l’estensione della repressione a tutto lo Stato pontificio

Il 23 maggio 1867, con l’editto del ministro dell’Interno pontificio Luigi Antonio De Witten, le misure repressive già adottate nelle aree di Frosinone e Velletri furono estese all’intero Stato pontificio, segnando il passaggio da una repressione territorialmente circoscritta a una disciplina generale di sicurezza pubblica, fondata sull’idea che il brigantaggio non fosse più soltanto un problema locale, ma una minaccia sistemica alla stabilità dello Stato.

L’apparato repressivo assunse così una fisionomia più organica, nella quale gendarmeria, squadriglieri, tribunali speciali, bandi, divieti di approvvigionamento, premi e inseguimenti oltre confine concorrevano alla medesima finalità: spezzare le bande, colpire le reti di sostegno, dissuadere le comunità locali e riaffermare la sovranità pontificia su territori che l’instabilità brigantesca rendeva politicamente vulnerabili.

La vicenda mostra con particolare evidenza un meccanismo ricorrente nella storia istituzionale: l’emergenza, quando si prolunga, tende a produrre un diritto proprio; l’eccezione, quando viene ripetuta, tende a normalizzarsi; la sicurezza, quando diventa criterio dominante, finisce per comprimere le garanzie e per trasformare intere comunità in oggetto di sorveglianza, sospetto e disciplina.

Elisa Garofali, la “regina delle montagne”

Tra le figure più suggestive e tragiche di questa stagione si colloca Elisa Garofali, ricordata come “la regina delle montagne”, donna originaria dell’area di Amaseno e legata al capobanda Luigi Cima, la cui vicenda attraversa quella zona incerta nella quale la documentazione storica, la memoria popolare e la mitizzazione romantica finiscono spesso per sovrapporsi.

Descritta come donna bellissima, determinata, abile con le armi e capace di muoversi con sicurezza tra Monte Siserno, Monte delle Fate e Monte San Biagio, Elisa Garofali incarna la presenza femminile nel brigantaggio, presenza che la narrazione ufficiale ha spesso deformato, ora demonizzando le brigantesse come figure mostruose e snaturate, ora trasformandole in eroine selvagge e sentimentali, senza cogliere fino in fondo la complessità della loro condizione.

Le donne del brigantaggio furono spesso legate alle bande da vincoli familiari, sentimentali, territoriali o di sopravvivenza, ma ciò non significa che fossero figure passive o semplicemente trascinate dagli eventi, poiché molte di esse svolsero funzioni di collegamento, informazione, approvvigionamento, custodia, trattativa e, in alcuni casi, partecipazione diretta alla violenza armata.

Secondo la ricostruzione tradizionale, Elisa Garofali fu catturata il 12 maggio 1867 mentre, travestita da uomo, tentava di oltrepassare il confine presso Villa Santa Lucia, spinta dal desiderio di rivedere la figlia affidata a una balia nella zona; condannata al carcere a vita, morì nella dura prigione delle Terme di Diocleziano a Roma, lasciando dietro di sé una memoria nella quale la dimensione umana della maternità, la brutalità della repressione e l’ambiguità politica del brigantaggio si fondono in una vicenda di straordinaria intensità simbolica.

La sua figura non deve essere utilizzata per trasformare il brigantaggio in leggenda edificante, ma per ricordare che dentro quella guerra irregolare vi furono anche donne, famiglie, figli, paesi, paure e destini spezzati, cioè una materia umana che la storia ufficiale, quando si limita a celebrare gli Stati e le loro vittorie, tende troppo facilmente a cancellare.

La fine ufficiale del brigantaggio pontificio e la vigilia di Porta Pia

La fine del brigantaggio nello Stato pontificio fu attestata ufficialmente dall’editto del ministro dell’Interno Augusto Negroni del 25 febbraio 1869, atto che non eliminava naturalmente le cause profonde del fenomeno, ma certificava la dissoluzione delle principali bande operative e il successo dell’apparato repressivo costruito negli anni precedenti.

Poco più di un anno dopo, il 20 settembre 1870, le truppe italiane entrarono a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, ponendo fine al potere temporale del Papa e chiudendo, con un atto militare di enorme valore simbolico, la lunga contesa tra Stato unitario e sovranità pontificia.

Vi è, in questa sequenza, una sorta di ironia tragica della storia: lo Stato pontificio, dopo aver represso il brigantaggio per difendere la propria sicurezza interna e dimostrare la propria capacità di governo, non riuscì infine a difendere sé stesso dall’avanzata del Regno d’Italia, sicché il potere che aveva colpito le bande in nome dell’ordine fu travolto, a sua volta, da un ordine politico più forte e destinato a imporsi come nuovo assetto nazionale.

Il brigantaggio postunitario resta così una delle grandi ferite della costruzione italiana, perché rivela ciò che la retorica patriottica ha spesso preferito non vedere: l’unificazione fu anche conquista, la liberazione fu anche imposizione, la legalità fu anche repressione, la modernizzazione fu anche trauma sociale, e il Mezzogiorno, lungi dall’essere semplice destinatario passivo del progresso nazionale, fu teatro di una resistenza aspra, disordinata, violenta e disperata, nella quale si manifestò la difficoltà dello Stato unitario di farsi davvero comunità politica condivisa.

Il percorso dello Stato pontificio dinanzi al brigantaggio postunitario, dalla tolleranza iniziale alla repressione d’eccezione, mostra come la storia non proceda quasi mai secondo linee morali pure, ma attraverso convenienze, paure, calcoli e necessità istituzionali, poiché il medesimo potere che può tollerare un fenomeno quando esso indebolisce l’avversario, può reprimerlo con estrema durezza quando quello stesso fenomeno diviene minaccia alla propria sopravvivenza.

Il brigante, in questa prospettiva, non fu soltanto criminale, né soltanto resistente; fu prodotto di un mondo in frantumi, figura ambigua di una società attraversata da fedeltà politiche sconfitte, miseria rurale, violenza endemica, religiosità popolare, propaganda legittimista e repressione statale.

Comprendere il brigantaggio non significa assolverlo, ma sottrarlo alla semplificazione; significa riconoscere che la nascita dello Stato italiano non fu soltanto epopea parlamentare, diplomatica e militare, ma anche conflitto sociale, trauma territoriale e guerra civile rimossa, e che proprio nelle vicende della frontiera pontificia, tra editti, tribunali straordinari, inseguimenti oltre confine e figure tragiche come Elisa Garofali, si lascia intravedere il volto meno pacificato del nostro Risorgimento.


BREVE BIBLIOGRAFIA

Bartolini, C. (1897). Il brigantaggio nello Stato Pontificio. Roma. Ristampa anastatica a cura di Adelmo Polla Editore, Cerchio, 1989.

Pettenati, G. (a cura di). (2025). Papa Pio IX. La seconda visita in Ciociaria nel maggio 1863. KDP.

Riccardi, F. (2023). Il brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere. Arte Stampa Editore.

Riccardi, F. La repressione del brigantaggio nella Provincia di Frosinone sotto Pio IX. In Quaderni Meridionali, Anno II, Volume II.

Scerrato, M. (2016). Fiori di ginestra. Donne briganti lungo la frontiera 1864-1868. AliRibelli Edizioni.

Archivio di Stato di Frosinone, Direzione di Polizia, Malviventi e briganti, busta 293, fascicolo 705.


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