ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Massimiliano Mancini NOTIZIE Psicologia

A QUATTRO GIORNI DAL PRECEDENTE UN ALTRO SUICIDIO NELLA POLIZIA LOCALE: A RHO UNA RAGAZZA DI 29 ANNI, Massimiliano Mancini

La strage delle divise è diventata una vera emergenza nazionale che impone una riflessione non episodica sulla fragilità in divisa

Massimiliano Mancini

Abstract: La morte di una giovane agente della Polizia Locale di Rho, avvenuta all’interno del comando pochi giorni dopo un analogo episodio che aveva colpito la Polizia Locale di Ospitaletto, non può essere ridotta a fatto di cronaca, né trasformata in una narrazione emotiva priva di responsabilità pubblica. Ogni suicidio resta una vicenda personale complessa, irriducibile a spiegazioni automatiche e da trattare con sobrietà; tuttavia, quando il gesto riguarda operatori in divisa e si ripete dentro luoghi di servizio, esso interroga anche l’organizzazione, la cultura professionale, la gestione dello stress, l’accessibilità dei percorsi di supporto psicologico e la capacità delle amministrazioni di riconoscere precocemente il disagio. La Polizia Locale vive una condizione peculiare, nella quale prossimità al territorio, esposizione al conflitto sociale, responsabilità operative, scarsità di risorse e riconoscimento istituzionale ancora incompiuto possono produrre forme specifiche di logoramento. La risposta non può esaurirsi nel cordoglio, ma deve tradursi in strutture permanenti di ascolto, procedure riservate e non punitive di sostegno, formazione dei comandanti, debriefing dopo eventi critici, monitoraggio del clima organizzativo e pieno riconoscimento della salute mentale come parte integrante della sicurezza urbana.

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Il tragico fatto tragicamente eguale a quello del collega di qualche giorno prima

Aveva 29 anni la giovane operatrice della Polizia Locale di Rho, città dell’hinterland milanese, dove era entrata in servizio nel 2022, per poi trasferirsi nel 2025 al Comando di Corsico e fare successivamente rientro a Rho nel mese di settembre. Nella mattinata di martedì 2 giugno 2026, giorno della Festa della Repubblica, poco dopo aver preso servizio, la giovane agente è stata trovata senza vita all’interno dei locali del comando, in una dinamica che richiama, per luogo istituzionale e prossimità temporale, la tragedia verificatasi quattro giorni prima a Ospitaletto.

L’allarme è scattato immediatamente all’interno della struttura, ma i soccorsi sanitari, pur intervenuti tempestivamente, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso. Sul posto sono intervenuti gli operatori della Polizia di Stato per gli accertamenti necessari alla ricostruzione dell’accaduto, mentre la comunità cittadina, i colleghi e l’amministrazione comunale sono stati raggiunti da una notizia che colpisce non soltanto per l’età della persona, ma per il luogo in cui il dolore si è manifestato.

Il sindaco di Rho, Andrea Orlandi, la Giunta comunale, il comandante Antonino Frisone, il Corpo di Polizia Locale e i dipendenti del Comune hanno espresso profondo cordoglio per la prematura scomparsa della giovane agente. Sono parole necessarie, perché riconoscono la dignità della persona, il dolore della famiglia e il trauma della comunità professionale; tuttavia, proprio la ripetizione di episodi così ravvicinati impone di non lasciare il discorso pubblico dentro il solo registro del cordoglio, ma di aprire una riflessione più ampia sulla prevenzione, sull’organizzazione del lavoro e sulla fragilità di chi indossa una divisa.

La tragedia dentro il luogo del servizio e la fragilità costretta dalla divisa

Quando un gesto estremo entra in un luogo di servizio, come già è successo in altri casi e in altri corpi come per il giovane maresciallo dei Carabinieri, il dolore assume una dimensione ulteriore perché la tragedia costringe l’istituzione a interrogarsi su ciò che normalmente resta invisibile: la solitudine che può abitare anche dentro una comunità professionale, la difficoltà di chiedere aiuto in ambienti nei quali il controllo emotivo viene spesso percepito come requisito implicito della funzione, il peso simbolico della divisa e la necessità di costruire luoghi credibili nei quali la fragilità possa essere nominata senza paura.

La divisa produce un effetto simbolico potente, chi la indossa viene percepito come presenza ordinata, autorevole, disponibile, capace di intervenire, contenere conflitti, affrontare emergenze, mantenere lucidità e garantire sicurezza e questa rappresentazione è necessaria alla funzione, ma può diventare pericolosa quando nasconde la persona dietro il ruolo e quando induce l’operatore a ritenere la propria fragilità incompatibile con l’immagine professionale attesa.

La letteratura psicologica sui primi soccorritori e sugli operatori di pubblica sicurezza evidenzia come il rischio suicidario non possa essere letto soltanto in termini individuali, ma debba essere collegato a fattori quali esposizione a eventi traumatici, stigma verso la richiesta di aiuto, difficoltà di accesso a supporti percepiti come realmente riservati, disturbi del sonno, isolamento, ridotta percezione di appartenenza e convinzione di essere un peso per gli altri (Joiner, 2005; Stanley et al., 2016; O’Connor & Kirtley, 2018). In particolare, gli studi sui public safety officers mostrano il ruolo rilevante dello stigma organizzativo, del sostegno sociale e dei disturbi del sonno nel predire pensieri e comportamenti suicidari, confermando che la prevenzione deve agire tanto sulla persona quanto sul contesto lavorativo (Kyron et al., 2024).

La professionalità non immunizza dal dolore, l’addestramento non elimina la sofferenza, il senso del dovere non sostituisce il bisogno di ascolto. Una cultura istituzionale matura deve saperlo affermare con chiarezza, perché continuare a interpretare il disagio come cedimento individuale significa impedirgli di diventare domanda organizzativa, cioè problema che il sistema deve riconoscere, prevenire e governare. Chiedere aiuto non può essere percepito come perdita di autorevolezza, ma come comportamento responsabile, competente e coerente con la tutela di sé, dei colleghi e della comunità servita.

La Polizia Locale tra prossimità e solitudine istituzionale

La condizione della Polizia Locale merita una riflessione specifica poiché gli operatori locali sono inseriti nel tessuto comunale, spesso lavorano in territori che conoscono profondamente, incontrano gli stessi cittadini, gli stessi quartieri, gli stessi conflitti, le stesse vulnerabilità sociali e le stesse tensioni comunitarie. Questa continuità relazionale può generare fiducia e capacità di lettura del territorio, ma può anche rendere più difficile mantenere una distanza professionale, soprattutto nei piccoli e medi comandi, dove le risorse sono limitate, i rapporti sono più ravvicinati e il disagio può essere nello stesso tempo più visibile e più taciuto.

La sociologia del suicidio, già con Durkheim, ha mostrato che il gesto suicidario non può essere interpretato soltanto come evento privato, ma deve essere letto anche alla luce dei legami sociali, dell’integrazione, della regolazione e della qualità delle appartenenze collettive (Durkheim, 1897/2005). Senza forzare indebite applicazioni meccaniche a singole vicende personali, questa prospettiva resta utile per comprendere che anche le organizzazioni professionali possono generare protezione o isolamento, appartenenza o estraneità, riconoscimento o invisibilità.

A ciò si aggiunge una condizione ordinamentale ancora incompiuta poiché la Polizia Locale svolge funzioni sempre più articolate e socialmente esposte, ma spesso non dispone di tutele, organici, strumenti, formazione specialistica e riconoscimento coerenti con l’effettiva complessità del servizio, come si sta evidenziando in occasione della discussione sulla riforma della legge quadro. Questa distanza tra ciò che viene richiesto e ciò che viene riconosciuto può alimentare un senso di sproporzione istituzionale, nel quale l’operatore si sente investito di responsabilità crescenti senza percepire una corrispondente rete di protezione e un corpo che cura la città deve essere a sua volta curato dall’organizzazione che lo dirige; diversamente, la prossimità rischia di trasformarsi in esposizione permanente e la divisa in una superficie dietro la quale il disagio resta non detto.

Dal cordoglio alla prevenzione strutturale

Dopo ogni tragedia, le istituzioni esprimono cordoglio, vicinanza alla famiglia e dolore per la perdita ma diventano insufficienti se non addirittura umilianti parole di circostanza se non sono seguite da scelte organizzative.

La letteratura scientifica internazionale conferma che gli operatori di polizia e, più in generale, i first responders possono essere esposti a rischi specifici legati alla natura del lavoro, alla cultura organizzativa e alla ripetuta esposizione a eventi critici, anche se le evidenze devono essere interpretate con prudenza per la presenza di differenze metodologiche tra studi e contesti nazionali (Stanley et al., 2016; Violanti et al., 2017).

Quindi la prevenzione del suicidio in divisa non può essere emergenziale, né affidata alla sola sensibilità del singolo comandante o alla buona volontà dei colleghi, non può fondarsi su interventi occasionali, ma richiede una politica organizzativa stabile, capace di integrare salute mentale, sicurezza del lavoro, leadership, sostegno tra pari e accesso a servizi specialistici. Servono canali riservati e indipendenti di ascolto psicologico, procedure chiare di accesso al supporto, formazione specifica dei responsabili intermedi, debriefing dopo eventi critici, monitoraggio periodico del clima organizzativo, percorsi di accompagnamento nei momenti di difficoltà personale o professionale e strumenti di sostegno anche per i colleghi colpiti da una perdita.

La prevenzione deve entrare nell’organizzazione ordinaria del lavoro, non basta prevedere formalmente il tema dello stress lavoro-correlato, né limitarsi a documenti generali sulla salute e sicurezza.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

Carleton, R. N., Afifi, T. O., Turner, S., Taillieu, T., Duranceau, S., LeBouthillier, D. M., Sareen, J., Ricciardelli, R., MacPhee, R. S., Groll, D., Hozempa, K., Brunet, A., Weekes, J. R., Griffiths, C. T., Abrams, K. J., Jones, N. A., Beshai, S., Cramm, H. A., Dobson, K. S., … Asmundson, G. J. G. (2018). Mental disorder symptoms among public safety personnel in Canada. Canadian Journal of Psychiatry, 63(1), 54–64.

Durkheim, É. (2005). Il suicidio. Studio di sociologia. Rizzoli. (Opera originale pubblicata nel 1897)

Joiner, T. (2005). Why people die by suicide. Harvard University Press.

Kyron, M. J., Rikkers, W., Page, A. C., Bartlett, J., LaMontagne, A., Lawrence, D., & Reavley, N. J. (2024). Predicting suicidal thoughts and behaviors among public safety officers: The role of sleep disturbance, social support, and agency stigma. Journal of Police and Criminal Psychology, 39, 290–302.

Maslach, C., & Leiter, M. P. (2016). Understanding the burnout experience: Recent research and its implications for psychiatry. World Psychiatry, 15(2), 103–111.

Ministero della Salute. (2024). Rapporto salute mentale. Analisi dei dati del Sistema Informativo per la Salute Mentale. Anno 2024.

O’Connor, R. C., & Kirtley, O. J. (2018). The integrated motivational-volitional model of suicidal behaviour. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 373(1754), 20170268.

Prima Milano Ovest. (2026). Dramma al Comando della Polizia Locale di Rho, agente inizia il servizio e si toglie la vita.

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Violanti, J. M., Charles, L. E., McCanlies, E., Hartley, T. A., Baughman, P., Andrew, M. E., Fekedulegn, D., Ma, C. C., Mnatsakanova, A., & Burchfiel, C. M. (2017). Police stressors and health: A state-of-the-art review. Policing: An International Journal of Police Strategies & Management, 40(4), 642–656.

World Health Organization. (2014). Preventing suicide: A global imperative. World Health Organization.

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