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Massimiliano Mancini NOTIZIE Psicologia

LA PROCURA INDAGA SUL SUICIDIO DEL CARABINIERE A LA SPEZIA, Massimiliano Mancini

I dubbi e le deposizioni dei familiari hanno indotto la magistratura a sequestrare i cellulari del giovane maresciallo con l’ipotesi di induzione al suicidio

Massimiliano Mancini

Abstract: La morte del giovane maresciallo dei Carabinieri Giovanni Sparago originario di Curti e in servizio a La Spezia, continua a sollevare interrogativi che vanno oltre la prima ipotesi del suicidio. La Procura della Spezia ha disposto il sequestro del telefono personale e di quello di servizio del giovane militare, al fine di svolgere accertamenti tecnici utili a ricostruire le ultime fasi della sua vita, i rapporti personali e professionali, le eventuali pressioni subite e ogni elemento capace di chiarire se vi siano profili riconducibili all’istigazione al suicidio. La famiglia non crede all’ipotesi di un gesto volontario maturato in solitudine e chiede che siano ascoltate le confidenze ricevute da Giovanni. Il caso impone una riflessione più ampia sulla vulnerabilità psicologica nelle istituzioni armate, sulla necessità di non archiviare troppo rapidamente il disagio individuale e sull’obbligo dello Stato di accertare fino in fondo la verità quando a morire è un giovane servitore delle istituzioni.

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Una morte che non chiude le domande

La morte del giovane maresciallo dei Carabinieri Giovanni Sparago, originario di Curti in provincia di Caserta e in servizio presso il Comando dei Carabinieri della Spezia, non può essere trattata come una vicenda già conclusa dalla prima ricostruzione dei fatti. Dopo il suo tragico suicidio avvenuto il 22 aprile scorso, del quale avevamo già detto, la Procura della Spezia ha disposto il sequestro di due telefoni: quello personale e quello di servizio.

È un passaggio investigativo rilevante, perché sposta l’attenzione dalla sola dinamica materiale del decesso alla ricostruzione del contesto relazionale, professionale e psicologico che può averlo preceduto. In una vicenda di morte violenta o apparentemente volontaria, i dispositivi digitali non sono semplici oggetti tecnici: possono contenere messaggi, chiamate, chat, pressioni, rapporti, conflitti, segnali di disagio, richieste di aiuto o elementi capaci di confermare o smentire ipotesi investigative.

La famiglia di Giovanni Sparago non crede all’ipotesi di un suicidio maturato senza cause esterne significative e attraverso i loro legali hanno chiesto alla Procura di ascoltare la testimonianza dei familiari, che potrebbero riferire confidenze ricevute dal giovane militare.

Il sequestro dei cellulari e l’ipotesi di istigazione al suicidio

Gli accertamenti sui cellulari sono finalizzati a verificare l’eventuale ipotesi di istigazione al suicidio.

Sul piano giuridico, l’istigazione o aiuto al suicidio, prevista dall’art. 580 del codice penale, presuppone condotte che abbiano determinato altri al suicidio, rafforzato l’altrui proposito suicidario oppure agevolato l’esecuzione del gesto. È una fattispecie complessa, perché richiede di accertare un nesso tra la condotta di terzi e la decisione della persona offesa e, in casi simili, l’indagine non può limitarsi alla scena dell’evento, ma deve ricostruire l’intero ambiente esistenziale e comunicativo della vittima.

I telefoni possono diventare decisivi non perché ogni morte sospetta debba necessariamente nascondere un reato, ma perché ogni morte non pienamente spiegata merita una ricostruzione rigorosa, dai cellulari quindi si può accertare se vi siano stati messaggi, pressioni, conflitti, umiliazioni, minacce, isolamento, dinamiche di mobbing, vessazioni o forme di condizionamento, devono emergere.

La posizione della famiglia: una richiesta di ascolto

La famiglia Sparago chiede che non venga chiusa troppo presto la vicenda. Il padre Michele Sparago, tenente colonnello dell’Esercito, avrebbe più volte descritto Giovanni come un giovane solare, pieno di progetti e intenzionato a proseguire la propria carriera, anche con l’ambizione di accedere all’Accademia militare per ufficiali dei Carabinieri.

Queste dichiarazioni non costituiscono prova, ma non possono neppure essere liquidate come semplice reazione emotiva di genitori colpiti da un dolore insopportabile. In casi di morte improvvisa, soprattutto quando i familiari riferiscono confidenze, cambiamenti, timori o possibili criticità relazionali e lavorative, l’ascolto della famiglia è parte essenziale dell’accertamento.

Il dolore familiare non sostituisce l’indagine, ma può orientarla verso elementi che altrimenti resterebbero invisibili. Chi vive vicino a una persona può cogliere segnali che non emergono da un verbale, da un referto o da una ricostruzione immediata.

Il rischio di archiviare il disagio come fatto individuale

Il caso Sparago impone anche una riflessione più ampia sulla condizione dei giovani nelle istituzioni armate e nelle forze di polizia, non si tratta di anticipare conclusioni investigative né di attribuire responsabilità non accertate, ma di prendere atto che il disagio psicologico nei contesti gerarchici, operativi e ad alta esposizione simbolica può essere difficile da esprimere.

Un giovane militare può trovarsi stretto tra aspettative, disciplina, orgoglio professionale, timore di apparire fragile, difficoltà relazionali, pressioni lavorative, solitudine, trasferimenti, senso del dovere e paura di deludere la famiglia o l’istituzione, aspetti che possono essere percepiti come un cedimento in ambienti fondati su disciplina e controllo. Per prevenire queste situazioni le istituzioni devono essere più mature: la fragilità non deve essere letta come debolezza, ma come segnale da intercettare.

La morte di un giovane servitore dello Stato non può diventare solo una notizia di cronaca ma deve diventare occasione per interrogarsi sulle reti di ascolto, sulla prevenzione del disagio, sulle dinamiche interne ai luoghi di servizio, sulla protezione psicologica e sulla capacità di riconoscere segnali di sofferenza prima che diventino irreversibili.

Tuttavia una simile morte richiede prudenza affinché il suicidio non sia spettacolarizzato, romanzato o trasformato in narrazione emotiva. Le ipotesi investigative devono essere considerate per quello che sono e non certo per verità acclarata, allo stesso tempo la famiglia deve essere rispettata nel dolore, tutto il resto dovrà essere verificato dagli inquirenti.

La verità come dovere verso Giovanni

Se si è trattato di un gesto volontario, occorre comprendere quali condizioni lo abbiano reso possibile, se vi sono state pressioni, istigazioni, condotte vessatorie o responsabilità di terzi, devono essere accertate e se non vi sono, deve emergere con la stessa chiarezza.

Il sequestro dei telefoni rappresenta un passaggio importante perché apre alla ricostruzione della vita digitale e relazionale del giovane militare e la verità emergerà dalla composizione di tutti gli elementi: autopsia, esami scientifici, testimonianze, rapporti personali, ambiente di servizio, comunicazioni, eventuali confidenze e contesto.

Una vita così giovane non può essere archiviata con una formula fredda. La giustizia dovrà stabilire se vi siano responsabilità penali ma la società e le istituzioni hanno già un dovere: non lasciare che il dolore venga chiuso troppo presto, non voltarsi dall’altra parte davanti al disagio e non dimenticare che anche chi indossa una divisa resta una persona, con fragilità, paure, sogni e bisogno di protezione.


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