La tragedia avvenuta il 9 giugno riapre il tema della fragilità in divisa, della prevenzione stabile del disagio e della necessità di superare una cultura organizzativa nella quale chiedere aiuto può ancora essere percepito come segno di debolezza

Abstract: La morte a Firenze del carabiniere Alessandro Borea, indicato dalle fonti disponibili come padre di tre figli e riferita come suicidio il 9 giugno 2026, impone una riflessione sobria e responsabile su un fenomeno che non può essere ridotto alla sola cronaca del dolore, poiché ogni gesto estremo appartiene a una storia personale complessa e non consente spiegazioni immediate, ma quando riguarda un appartenente a un corpo in divisa assume anche una dimensione istituzionale, interrogando la cultura del servizio, il rapporto tra disciplina e vulnerabilità, la gestione dello stress professionale, l’accessibilità del supporto psicologico e la capacità delle amministrazioni di costruire presidi permanenti di ascolto, protezione e prevenzione.
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L’inarrestabile scia di sangue
La notizia della morte del carabiniere Alessandro Borea, avvenuta a Firenze il 9 giugno 2026, amplia il tragico filo rosso che pare stia avendo una terribile impennata negli ultimi tempi, coinvolgendo tutte le divise. Il militare, padre di tre figli, descritto come persona gioviale con tutti e attiva, come testimonia anche il suo impegno nel Nuovo Sindacato Carabinieri in Toscana, e anche in questo caso il gesto resta inspiegabile non avendo mai mostrato segni di disagio o riferito a colleghi di particolari problemi che lo affliggessero.
Non è importante approfondire le modalità e il luogo dove sia avvenuto il gesto, così come suggeriscono le linee guida internazionali sulla comunicazione del suicidio richiamano da tempo la necessità di evitare dettagli non necessari sulle modalità, di non romanticizzare il gesto, di non ridurlo a una causa unica (World Health Organization, 2021). Il dato rilevante è che con questa tragedia salgono a 27 gli appartenenti alle Forze di Polizia e alle Forze Armate , dei quali 10 dell’Arma dei Carabinieri, che dall’inizio del 2026 hanno scelto di porre fine alla propria esistenza (Infodifesa, 2026), ossia più di uno a settimana, una sequenza impressionante di morti in divisa, che impongono una riflessione più ampia sul rapporto tra servizio, fragilità, cultura organizzativa e prevenzione.
La divisa e il paradosso della forza obbligatoria
La divisa produce un effetto simbolico potente, perché chi la indossa viene percepito come soggetto ordinato, saldo, affidabile, disciplinato, capace di intervenire nel conflitto, sostenere l’emergenza, assorbire l’imprevisto e garantire sicurezza agli altri, ma questa rappresentazione, pur necessaria alla funzione pubblica, può diventare pericolosa quando cancella la persona dietro il ruolo e induce l’operatore a percepire la propria vulnerabilità come incompatibile con l’immagine professionale attesa.
Il carabiniere, il poliziotto, l’agente di polizia locale, il militare e ogni operatore della sicurezza vivono spesso dentro un doppio vincolo: da un lato devono incarnare fermezza, autocontrollo e affidabilità; dall’altro, proprio perché esposti a responsabilità, turnazioni, conflitti, lutti, minacce, procedimenti, pressione gerarchica, aspettative sociali e difficoltà familiari, possono attraversare condizioni di sofferenza che richiederebbero ascolto tempestivo e protezione discreta. La letteratura sul lavoro di polizia e sulle professioni esposte a eventi critici ha evidenziato come stress operativo, esposizione alla sofferenza, cultura dell’autocontrollo e timore dello stigma possano incidere profondamente sulla salute psicologica degli operatori, soprattutto quando l’organizzazione non dispone di canali credibili di sostegno e di elaborazione (Violanti, 2014; Figley, 1995).
Il problema nasce quando la cultura professionale consente di riconoscere il pericolo esterno, ma fatica a riconoscere quello interno; quando addestra alla gestione dell’emergenza altrui, ma non sempre prepara alla nominazione della propria fragilità; quando misura la tenuta dell’operatore sulla capacità di non mostrare cedimenti, anziché sulla capacità di chiedere aiuto prima della rottura. La disciplina è indispensabile, ma non può diventare mutismo emotivo; l’efficienza operativa è un valore, ma non può sostituire la cura delle persone che rendono possibile il servizio; la gerarchia è struttura dell’organizzazione, ma non può impedire la costruzione di canali fiduciari attraverso i quali il disagio possa emergere senza diventare automaticamente stigma, sospetto o penalizzazione professionale.
Il suicidio in divisa come fatto personale e istituzionale
Ogni suicidio resta anzitutto una tragedia personale, familiare e affettiva, e va trattato con rispetto, misura e rifiuto della spettacolarizzazione; tuttavia, quando avviene all’interno o attorno a organizzazioni armate, assume anche un profilo istituzionale, perché chi indossa una divisa opera in contesti nei quali la sofferenza psicologica può essere resa meno visibile da una cultura dell’autocontrollo, da un forte senso dell’onore, da vincoli gerarchici, dalla paura di conseguenze professionali e dalla disponibilità di strumenti ad alta letalità.
Durkheim, già alla fine dell’Ottocento, aveva mostrato che il suicidio non può essere letto soltanto come atto individuale, perché esso si colloca anche dentro forme di integrazione, regolazione e appartenenza sociale, mentre la psicologia contemporanea ha evidenziato come il dolore psichico, il senso di intrappolamento, la percezione di non appartenere e la convinzione di essere un peso possano concorrere, in alcune condizioni, ad aumentare il rischio suicidario (Durkheim, 1897/2005; Shneidman, 1993; Joiner, 2005). Applicare queste categorie al mondo in divisa non significa spiegare automaticamente un caso specifico, perché ogni storia resta irripetibile, ma aiuta a comprendere perché le organizzazioni ad alta intensità simbolica debbano dotarsi di strumenti permanenti di ascolto, prevenzione e protezione.
La disponibilità dell’arma, in particolare, non deve essere trattata in modo ideologico, perché essa è parte di molte funzioni operative e risponde a esigenze di servizio; tuttavia, proprio per questo, le amministrazioni hanno il dovere di costruire sistemi di prevenzione capaci di intercettare le crisi acute e di consentire misure temporanee, riservate e non punitive di protezione, evitando che la richiesta di aiuto venga percepita come anticamera della marginalizzazione, della perdita di fiducia o della compromissione della carriera. Il punto decisivo non è colpevolizzare l’istituzione, né attribuire automaticamente a essa ogni responsabilità, ma riconoscere che le organizzazioni possono ridurre o amplificare il rischio a seconda della qualità del clima interno, della credibilità dei canali di ascolto, della formazione dei comandanti, della disponibilità di supporto psicologico indipendente, della gestione degli eventi critici e della capacità di distinguere tra fragilità temporanea e inaffidabilità professionale.
Firenze e la memoria di altre tragedie
La vicenda fiorentina assume una densità ulteriore perché la città era già stata attraversata dal caso di Beatrice Belcuore, l’allieva carabiniera di 25 anni morta nel 2024 all’interno della Scuola Marescialli e Brigadieri dell’Arma di Firenze, una vicenda che aveva aperto un confronto doloroso sul tema del disagio, dello stress, della formazione militare e della capacità delle strutture di ascoltare precocemente i segnali di sofferenza. Secondo quanto riportato dalla stampa, l’inchiesta su quella morte è stata archiviata, ma il dibattito pubblico e familiare che ne è seguito ha lasciato una ferita ancora aperta nella percezione collettiva del rapporto tra formazione, disciplina e vulnerabilità (Controradio, 2025; Fanpage, 2025).
Non si tratta di sovrapporre storie diverse, perché ogni vicenda conserva la propria autonomia e nessun caso può essere usato per spiegare automaticamente l’altro; tuttavia, la ripetizione di tragedie che riguardano uomini e donne in divisa rende sempre meno sostenibile una lettura puramente individuale del fenomeno, come se ogni morte fosse soltanto un fatto privato e non anche un segnale da assumere dentro una riflessione istituzionale più ampia. L’Arma dei Carabinieri, come ogni organizzazione ad alta intensità gerarchica e simbolica, vive di disciplina, appartenenza, senso del dovere e disponibilità al sacrificio, ma proprio per questo deve dotarsi di strumenti capaci di proteggere la persona prima che il ruolo assorba interamente il suo bisogno di ascolto.
Negli ultimi anni, alcune sigle sindacali dei Carabinieri hanno chiesto la costruzione di un osservatorio permanente sui suicidi e sul disagio psicologico del personale, formulando proposte dirette a rendere più strutturato il confronto con i vertici dell’Istituzione e a sottrarre il tema alla sola reazione emotiva successiva agli eventi più drammatici. La richiesta, avanzata anche dopo la morte di Beatrice Belcuore, conserva oggi una forte attualità, perché il problema non è soltanto contare le tragedie, ma capire se esistano percorsi reali, riservati, accessibili e non stigmatizzanti attraverso i quali un militare possa chiedere aiuto prima che la sofferenza diventi irreparabile (Nuovo Sindacato Carabinieri, 2024).
Dal cordoglio alla prevenzione stabile
Dopo ogni morte in divisa, le parole di cordoglio sono necessarie, perché riconoscono la dignità della persona, il dolore della famiglia, lo sgomento dei colleghi e la frattura simbolica che attraversa l’organizzazione; tuttavia, esse diventano insufficienti quando restano l’unica risposta. Il rischio è che il cordoglio assuma la forma di un rito istituzionale ripetuto, intenso nei giorni immediatamente successivi alla tragedia e poi destinato a dissolversi fino all’episodio successivo.
La prevenzione dei suicidi in divisa non può essere affidata alla sola sensibilità dei singoli comandanti, alla buona volontà dei colleghi o alla capacità individuale di chiedere aiuto, perché questi elementi sono importanti ma non bastano; occorrono presidi permanenti, procedure chiare, canali riservati e indipendenti, formazione specifica dei responsabili intermedi, debriefing dopo eventi critici, monitoraggio del clima organizzativo, supporto alle famiglie e percorsi di accompagnamento non punitivi per chi attraversa fasi di particolare vulnerabilità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità richiama da tempo la necessità di strategie multilivello, continuative e non episodiche, capaci di combinare riduzione dei fattori di rischio, accesso all’aiuto, interventi tempestivi e comunicazione responsabile (World Health Organization, 2021).
La richiesta di aiuto deve essere ricostruita culturalmente come comportamento responsabile e non come cedimento, perché un militare che riconosce la propria difficoltà prima che diventi ingestibile non sta tradendo la divisa, ma sta proteggendo sé stesso, i colleghi, la famiglia e il servizio. Questa inversione culturale è difficile, soprattutto in organizzazioni fondate su disciplina e disponibilità al sacrificio, ma è ormai necessaria se si vuole evitare che il tema del benessere psicologico resti confinato alla retorica successiva alla tragedia.
Il peso delle famiglie e il silenzio attorno al dolore
La notizia che Alessandro Borea fosse padre di tre figli rende ancora più evidente la dimensione familiare di queste tragedie, perché ogni suicidio non spezza soltanto una vita, ma lascia dietro di sé una costellazione di domande, dolore, senso di colpa, incredulità e vuoti difficilmente colmabili. Le famiglie degli operatori in divisa vivono spesso una condizione particolare, perché partecipano indirettamente al servizio, ne subiscono i turni, le tensioni, le assenze, le paure, le pressioni e le ripercussioni emotive, pur rimanendo fuori dalla struttura formale dell’organizzazione.
Una politica seria di prevenzione dovrebbe considerare anche questa dimensione, perché il benessere del personale non è separabile dalla vita familiare e dalla qualità delle reti affettive che sostengono l’operatore fuori dal servizio. Non si tratta di invadere la sfera privata, ma di riconoscere che i segnali di disagio possono emergere anche fuori dalla caserma e che famiglie adeguatamente informate, ascoltate e orientate possono diventare parte di un sistema di protezione più ampio, sempre nel rispetto della riservatezza e della dignità della persona.
Il silenzio resta uno dei nemici principali. Silenzio dell’operatore che non vuole preoccupare, silenzio del collega che teme di esporsi, silenzio del superiore che non sa come intervenire, silenzio dell’organizzazione che preferisce trattare il disagio come fatto individuale e non come domanda strutturale. È dentro questi silenzi che il dolore può diventare invisibile fino al punto di rottura.
La salute mentale come componente della sicurezza pubblica
La salute mentale degli operatori in divisa non è un tema esterno alla sicurezza pubblica, ma una sua componente essenziale, perché un’organizzazione che pretende lucidità, equilibrio, autocontrollo, capacità decisionale e gestione del conflitto deve anche garantire condizioni in cui tali qualità possano essere sostenute nel tempo. La sicurezza dei cittadini dipende anche dalla sicurezza psicologica di chi li serve, dalla qualità delle relazioni interne, dalla possibilità di elaborare eventi traumatici e dalla certezza che la persona non venga abbandonata quando smette di corrispondere all’immagine invulnerabile del ruolo.
La morte di Alessandro Borea, per quanto ancora avvolta da informazioni pubbliche limitate, non può essere archiviata come un fatto privato privo di conseguenze istituzionali. Non perché si possano o si debbano indicare cause che non conosciamo, ma perché ogni suicidio in divisa ripropone la stessa domanda: quali strumenti reali esistono per intercettare il disagio prima che diventi irreparabile, chi può essere contattato senza timore, quali garanzie di riservatezza sono offerte, quale formazione ricevono i comandanti, quali procedure si attivano dopo segnali di sofferenza, quali sostegni sono disponibili per i colleghi e per le famiglie.
La risposta non può essere solo emergenziale. Deve diventare ordinaria, stabile, verificabile. Deve entrare nella formazione, nella leadership, nella medicina del lavoro, nella contrattazione, nella cultura sindacale, nella gestione delle armi, nella valutazione dello stress e nella responsabilità dei vertici. La divisa non può essere un luogo in cui la fragilità viene nascosta fino a diventare tragedia; deve diventare un contesto nel quale la fragilità possa essere riconosciuta, protetta e accompagnata prima che sia troppo tardi.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Alphabetcity. (2026). Morto Alessandro Borea, Firenze scossa dalla perdita: ennesimo suicidio di un carabiniere. Alphabetcity.
Controradio. (2025). Suicidio carabiniera: indagine archiviata per la seconda volta. Controradio.
Durkheim, É. (2005). Il suicidio. Studio di sociologia. BUR. Opera originale pubblicata nel 1897.
Fanpage. (2025). Allieva carabiniera si tolse la vita a Firenze: archiviata l’inchiesta. Fanpage.
Figley, C. R. (1995). Compassion fatigue: Coping with secondary traumatic stress disorder in those who treat the traumatized. Brunner/Mazel.
Il Giglio di Firenze. (2026). Firenze in lutto per la scomparsa del carabiniere Alessandro Borea. Il Giglio di Firenze.
Infodifesa. (2026). Un altro Carabiniere si è tolto la vita: era padre di tre figlie. Infodifesa.
Joiner, T. (2005). Why people die by suicide. Harvard University Press.
Nuovo Sindacato Carabinieri. (2024). Un osservatorio sui suicidi al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri intitolato a Beatrice. NSC.
Shneidman, E. S. (1993). Suicide as psychache: A clinical approach to self-destructive behavior. Jason Aronson.
Violanti, J. M. (2014). Dying for the job: Police work exposure and health. Charles C Thomas.
World Health Organization. (2021). Live life: An implementation guide for suicide prevention in countries. WHO.

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