La trasformazione del rapporto con la sopravvivenza, il rischio suicidario e i comportamenti autolesivi indiretti in una prospettiva interdisciplinare tra psicologia e scienze sociali

Abstract: Negli ultimi decenni il fenomeno del suicidio tra appartenenti alle Forze Armate e alle Forze dell’Ordine ha attirato crescente attenzione da parte della comunità scientifica e delle istituzioni. La letteratura ha individuato molteplici fattori di rischio, tra cui l’esposizione a eventi traumatici, il disturbo post-traumatico da stress (PTSD), la depressione, il moral injury, le difficoltà relazionali e organizzative, nonché lo stigma nei confronti della salute mentale. Tuttavia, permane uno spazio di riflessione riguardo alle modalità con cui alcuni individui vivono il rapporto tra il proprio dolore psichico e l’esposizione al pericolo. Il presente contributo propone una lettura interdisciplinare che integra psicologia clinica, sociologia, psicologia militare e filosofia morale. Dopo aver esaminato i principali costrutti teorici relativi al comportamento suicidario — passive suicidal ideation, comportamenti autolesivi indiretti, risk-taking, moral injury e acquired capability for suicide — viene avanzata una proposta interpretativa definita dalla sottoscritta Modello della Deresponsabilizzazione Suicidaria (MDS). Il modello non intende introdurre una nuova categoria diagnostica né fornire una spiegazione generale del suicidio. Piuttosto, propone una cornice teorica per comprendere come, in una minoranza di soggetti caratterizzati da profonda sofferenza psicologica, la progressiva attenuazione dell’istinto di conservazione possa manifestarsi attraverso l’accettazione o la ricerca implicita di contesti ad elevata letalità, nei quali la possibilità della propria morte venga affidata agli eventi esterni anziché ad un atto autoindotto. L’obiettivo è offrire uno strumento concettuale utile alla ricerca empirica e alla prevenzione, evitando semplificazioni causali e riconoscendo la complessità biopsicosociale del comportamento suicidario.
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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.
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Introduzione
Quando si sceglie di indossare un’uniforme non si parte con il desiderio di morire. Si parte con la convinzione di proteggere qualcuno, di difendere un territorio, di garantire la sicurezza collettiva o di servire un ideale percepito come superiore all’interesse individuale. La disponibilità al sacrificio costituisce uno degli elementi identitari delle professioni in uniforme, ma non coincide con il desiderio della morte.
La cultura militare e quella delle Forze dell’Ordine si fondano su valori quali disciplina, responsabilità, coraggio e senso del dovere, l’eroismo viene spesso rappresentato come capacità di affrontare il pericolo senza esitazioni. Tuttavia, le scienze sociali invitano a interrogarsi su un aspetto meno visibile: cosa accade quando l’esposizione al rischio non è sostenuta soltanto dal dovere professionale, ma si intreccia con una sofferenza psichica profonda, con una perdita di significato dell’esistenza o con una progressiva rinuncia alla propria sopravvivenza?
Questa domanda assume particolare rilevanza alla luce dell’attenzione crescente verso il fenomeno dei suicidi nelle professioni in uniforme. Sebbene le cause del comportamento suicidario siano multifattoriali e non possano essere ricondotte a un unico elemento, la letteratura evidenzia il ruolo di fattori quali depressione, disturbo post-traumatico da stress, trauma morale, isolamento sociale, difficoltà familiari, accesso ai mezzi letali e ostacoli nella richiesta di aiuto. Ogni tentativo di interpretazione deve quindi evitare spiegazioni semplicistiche e rispettare la complessità del fenomeno.
L’ipotesi sviluppata in questo contributo nasce da una riflessione fenomenologica prima ancora che clinica. In alcuni casi, la sofferenza psicologica sembra non tradursi immediatamente in un progetto suicidario esplicito, piuttosto, può manifestarsi attraverso una graduale trasformazione del rapporto con il pericolo. L’individuo continua a svolgere il proprio ruolo, ma modifica il significato attribuito alla propria esposizione al rischio. La morte non viene necessariamente ricercata come obiettivo diretto, ma cessa progressivamente di essere evitata con la medesima intensità.
Questa osservazione richiama diversi costrutti già presenti nella letteratura internazionale: la passive suicidal ideation, nella quale il soggetto desidera che la morte sopraggiunga senza pianificarla attivamente; i comportamenti autolesivi indiretti, caratterizzati dall’adozione di condotte che aumentano significativamente il rischio di danno pur in assenza di un intento suicidario dichiarato; il risk-taking, inteso come esposizione reiterata a situazioni di elevata pericolosità; il moral injury, che descrive la frattura dei propri riferimenti morali conseguente a eventi vissuti come profondamente incompatibili con i propri valori; e la teoria dell’acquired capability for suicide, secondo la quale l’esposizione ripetuta al dolore, alla violenza e alla morte può ridurre la naturale paura di morire e incrementare la capacità di compiere comportamenti letali. Ciascuno di questi costrutti è stato ampiamente studiato separatamente. Più limitata appare, invece, la riflessione sul modo in cui essi possano interagire all’interno dell’esperienza delle professioni in uniforme, dando origine a configurazioni psicologiche nelle quali il rapporto con la propria sopravvivenza subisce una trasformazione profonda.
A partire da tali premesse, il presente lavoro propone una cornice interpretativa denominata Modello della Deresponsabilizzazione Suicidaria (MDS). Tale modello non rappresenta una nuova categoria clinica né pretende di spiegare il comportamento suicidario nel suo complesso. Esso costituisce una proposta teorica che intende descrivere una possibile dinamica attraverso cui, in una minoranza di individui con elevata sofferenza psicologica, la responsabilità soggettiva dell’atto suicidario venga progressivamente sostituita da una delega implicita della propria morte al contesto operativo, agli eventi o al caso.
La scelta del termine “deresponsabilizzazione” non implica un giudizio morale né una diminuzione della responsabilità individuale. Esso indica, in senso fenomenologico, il progressivo spostamento dell’evento morte dal dominio dell’azione deliberata a quello della possibilità accettata. In questa prospettiva, il soggetto non decide necessariamente di morire; può invece smettere di opporsi con la stessa intensità alla possibilità della propria morte, affidandola simbolicamente al nemico, al combattimento, alla missione o al destino. Questa proposta teorica non intende patologizzare il servizio militare né suggerire che l’esposizione al combattimento costituisca di per sé una forma di suicidio. Al contrario, riconosce che la stragrande maggioranza degli appartenenti alle Forze Armate e alle Forze dell’Ordine affronta il rischio con l’obiettivo di portare a termine la missione e fare ritorno alla propria vita. Il modello qui presentato riguarda esclusivamente una possibile configurazione psicologica minoritaria, che richiede ulteriori verifiche empiriche e che viene proposta come strumento interpretativo per favorire nuove linee di ricerca e di prevenzione.
Comprendere quando il coraggio rappresenti un’espressione del senso del dovere e quando, invece, possa intrecciarsi con una perdita del desiderio di vivere costituisce una sfida scientifica, clinica e sociale di grande rilevanza. Solo affrontando questa complessità sarà possibile sviluppare strategie di prevenzione che tutelino non soltanto la sicurezza operativa, ma anche la salute mentale di coloro che ogni giorno assumono il compito di proteggere la collettività.
Il trauma invisibile: dal Disturbo Post-Traumatico da Stress al Moral Injury
Oltre il trauma fisico: la trasformazione del concetto di ferita
Per lungo tempo le conseguenze della guerra sono state interpretate prevalentemente attraverso la dimensione fisica della lesione. Le cicatrici visibili costituivano il principale indicatore del costo umano dei conflitti, mentre le alterazioni psicologiche venivano frequentemente considerate manifestazioni transitorie di debolezza individuale o incapacità di adattamento. Solo nel corso del XX secolo, grazie allo sviluppo della psicologia clinica, della psichiatria e delle neuroscienze, è emersa una comprensione più articolata degli effetti dell’esposizione prolungata a eventi estremamente stressanti. L’attenzione si è progressivamente spostata verso quelle ferite invisibili che continuano ad accompagnare l’individuo anche dopo la conclusione della missione operativa.
Questa evoluzione ha modificato profondamente il concetto stesso di trauma. Oggi esso non viene più considerato esclusivamente come risposta a un singolo evento eccezionale, bensì come un processo complesso nel quale esperienze ripetute di minaccia, impotenza, perdita e violazione dei propri valori possono alterare il funzionamento emotivo, cognitivo e relazionale dell’individuo.
Nelle professioni in uniforme tale complessità assume caratteristiche peculiari. Militari, operatori di polizia, soccorritori e appartenenti ad altre organizzazioni impegnate nella gestione della sicurezza sono frequentemente esposti a eventi che, nella popolazione generale, rappresentano esperienze eccezionali: morte violenta, gravi lesioni, minaccia alla propria vita, contatto con la sofferenza estrema, responsabilità decisionali in condizioni di elevata pressione e utilizzo della forza. La ripetizione di tali esperienze può produrre conseguenze psicologiche profonde, la cui comprensione richiede modelli teorici capaci di integrare aspetti biologici, psicologici, sociali e morali.
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress: quando il passato continua ad abitare il presente
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) rappresenta una delle condizioni psicopatologiche maggiormente studiate nei contesti militari e nelle professioni ad alta esposizione al trauma. Il disturbo può svilupparsi dopo l’esposizione diretta o indiretta a eventi caratterizzati da morte, minaccia di morte, gravi lesioni o violenza sessuale. Sebbene non tutte le persone esposte sviluppino un PTSD, la probabilità aumenta in presenza di esposizioni ripetute, intensità elevata degli eventi traumatici, vulnerabilità individuali pregresse e limitato supporto sociale. Dal punto di vista clinico, il PTSD è caratterizzato da quattro principali aree sintomatologiche: la prima riguarda la rivisitazione involontaria del trauma, attraverso ricordi intrusivi, flashback, incubi ricorrenti e intensa sofferenza psicologica in presenza di stimoli associati all’evento traumatico; la seconda consiste nei comportamenti di evitamento, il soggetto tende progressivamente a evitare luoghi, persone, conversazioni o situazioni che possano riattivare il ricordo del trauma, restringendo progressivamente il proprio spazio esistenziale; la terza comprende le alterazioni cognitive ed emotive persistenti, quali senso di colpa, vergogna, convinzioni negative su sé stessi e sul mondo, perdita di fiducia negli altri, difficoltà nel provare emozioni positive e riduzione del senso di significato della propria esistenza; la quarta riguarda l’iperattivazione neurofisiologica, caratterizzata da ipervigilanza, irritabilità, reazioni di allarme esagerate, insonnia e persistente sensazione di pericolo imminente.
Questi sintomi non rappresentano semplicemente un ricordo del passato, essi modificano il modo in cui l’individuo interpreta il presente, influenzando il comportamento, le relazioni interpersonali e la percezione della propria identità. Numerosi studi hanno inoltre evidenziato l’associazione tra PTSD e incremento del rischio suicidario. Tuttavia, tale relazione non è lineare né deterministica. La presenza del disturbo aumenta la vulnerabilità, ma il comportamento suicidario emerge generalmente dall’interazione tra molteplici fattori individuali, relazionali, organizzativi e culturali.
Quando il trauma non basta: la nascita del concetto di Moral Injury
Sebbene il PTSD rappresenti uno dei principali modelli interpretativi del trauma psicologico, numerosi studiosi hanno osservato come esso non fosse sufficiente a spiegare alcune forme di sofferenza frequentemente riportate dai veterani di guerra. Molti militari non descrivevano prevalentemente paura, ma vergogna, colpa, tradimento, perdita di fiducia e frattura del proprio sistema morale.
Queste esperienze hanno condotto allo sviluppo del concetto di Moral Injury, inizialmente elaborato da Jonathan Shay a partire dall’osservazione clinica dei reduci della guerra del Vietnam e successivamente ampliato da Brett Litz e collaboratori. Il moral injury non costituisce una diagnosi psichiatrica autonoma, bensì un costrutto teorico che descrive le conseguenze psicologiche derivanti dall’aver perpetrato, assistito o non impedito azioni percepite come profondamente incompatibili con i propri valori morali, oppure dall’aver subito un grave tradimento da parte di figure autorevoli o istituzioni considerate legittime. La ferita morale non nasce esclusivamente dall’orrore dell’evento, ma dalla frattura del significato attribuito a sé stessi e al mondo. Il soggetto può iniziare a percepirsi come irrimediabilmente diverso dalla persona che era prima dell’evento traumatico. Emergono convinzioni quali “non merito di vivere”, “ho tradito ciò in cui credevo”, “non potrò mai essere perdonato” oppure “il mondo non possiede più alcun ordine morale”. A differenza del PTSD, nel quale prevale la paura, nel moral injury assumono un ruolo centrale emozioni quali colpa, vergogna, disgusto verso sé stessi, perdita di fiducia e crisi identitaria.
La frattura dell’identità
Dal punto di vista sociologico, il moral injury può essere interpretato come una crisi dell’identità narrativa. Ogni individuo costruisce la propria esistenza attraverso una storia coerente che collega passato, presente e futuro. Tale narrazione consente di attribuire significato alle proprie azioni e di mantenere continuità tra ciò che si è stati, ciò che si è e ciò che si desidera diventare. L’esperienza traumatica può interrompere questa continuità, di conseguenza il soggetto non riconosce più sé stesso; la persona che aveva scelto di servire la collettività entra in conflitto con quella che ricorda di aver assistito alla morte di civili, di aver perso commilitoni, di aver dovuto prendere decisioni impossibili o di non essere riuscita a salvare vite umane. Questa frattura identitaria può risultare persino più destabilizzante della paura stessa: non si teme soltanto ciò che è accaduto, si teme ciò che si è diventati.
Il silenzio organizzativo
Le organizzazioni militari e le Forze dell’Ordine sono istituzioni caratterizzate da elevata coesione interna, disciplina e responsabilità operativa, queste caratteristiche costituiscono un fondamentale fattore di efficacia organizzativa. Tuttavia, alcune dinamiche culturali possono involontariamente ostacolare il riconoscimento della sofferenza psicologica: l’ideale dell’autocontrollo, la valorizzazione della resilienza, il timore di essere giudicati inidonei o di compromettere la propria carriera possono favorire la tendenza a nascondere il disagio emotivo.
Le ricerche sulla salute mentale nelle professioni in uniforme mostrano come molti operatori ritardino la richiesta di aiuto per paura dello stigma o delle possibili conseguenze professionali. Il risultato è una progressiva interiorizzazione della sofferenza, così il dolore non scompare ma diventa invisibile. Ed proprio questa invisibilità a rappresentare uno degli aspetti più complessi del trauma contemporaneo. Le guerre del passato lasciavano cicatrici evidenti sul corpo, le guerre interiori, invece, possono consumare lentamente l’identità senza produrre alcun segno immediatamente riconoscibile.
Comprendere questa trasformazione costituisce il presupposto indispensabile per affrontare il tema del rischio suicidario nelle professioni in uniforme. Prima ancora di interrogarsi sulle modalità con cui alcune persone possono modificare il proprio rapporto con la morte, è necessario comprendere come il trauma, la colpa, la vergogna e la perdita di significato possano modificare il rapporto con la vita.
Dalla sofferenza psichica al mutamento del rapporto con la sopravvivenza: una lettura integrata della letteratura
La ricerca sul comportamento suicidario ha progressivamente abbandonato l’idea che il suicidio possa essere spiegato da un singolo fattore causale. Oggi prevale un approccio biopsicosociale, secondo il quale il rischio emerge dall’interazione tra vulnerabilità individuali, esperienze traumatiche, condizioni psichiatriche, contesto relazionale, fattori organizzativi e disponibilità di risorse di supporto. All’interno di questo quadro, diversi costrutti teorici descrivono aspetti complementari del rapporto tra sofferenza psicologica e comportamento. Sebbene siano stati elaborati in contesti differenti, essi condividono un elemento comune: mostrano come il rapporto dell’individuo con la propria sopravvivenza possa modificarsi progressivamente, senza che tale trasformazione assuma necessariamente la forma di un’intenzione suicidaria esplicita.
Passive Suicidal Ideation
La passive suicidal ideation indica una condizione nella quale la persona esprime il desiderio che la propria vita termini o che la morte sopraggiunga, senza formulare un piano o un’intenzione diretta di provocarla. A differenza dell’ideazione suicidaria attiva, il soggetto non manifesta necessariamente la volontà di compiere un gesto autoindotto. Piuttosto, possono emergere pensieri caratterizzati da profonda stanchezza esistenziale, perdita di speranza e percezione della morte come possibile cessazione della sofferenza. Dal punto di vista clinico, questa condizione non deve essere interpretata come una forma “minore” di rischio. La letteratura evidenzia infatti che rappresenta un importante indicatore di vulnerabilità psicologica e richiede un’attenta valutazione, pur senza implicare automaticamente un’evoluzione verso il suicidio. Sotto il profilo fenomenologico, la passive suicidal ideation descrive soprattutto una modificazione del significato attribuito alla propria esistenza. La morte non viene necessariamente perseguita, ma può cessare di essere percepita esclusivamente come un evento da evitare.
Comportamenti autolesivi indiretti
Un secondo filone di ricerca riguarda i cosiddetti Indirect Self-Destructive Behaviors, ovvero quei comportamenti che aumentano significativamente il rischio di danno per la persona senza essere necessariamente motivati da un’intenzione suicidaria dichiarata. La letteratura comprende in questa categoria condotte molto diverse tra loro, accomunate dall’esposizione ripetuta a conseguenze potenzialmente gravi. È importante distinguere tali comportamenti dal suicidio: essi possono derivare da impulsività, difficoltà nella regolazione emotiva, ricerca di sensazioni intense, trascuratezza di sé o altre condizioni psicologiche, e non implicano automaticamente il desiderio di morire. Ciò che interessa alle scienze sociali è il fatto che questi comportamenti evidenziano come il rapporto con la propria integrità fisica possa modificarsi in modi complessi, non sempre riconducibili a un’unica motivazione.
Risk-Taking
La ricerca sul risk-taking ha mostrato come l’esposizione volontaria a situazioni ad alta pericolosità possa essere influenzata da molteplici fattori: caratteristiche di personalità, addestramento professionale, cultura organizzativa, pressione del gruppo, ricerca di prestazioni elevate e adattamento a contesti nei quali il rischio costituisce una componente ordinaria dell’attività lavorativa. Nel contesto delle professioni in uniforme, la disponibilità ad affrontare il pericolo rappresenta spesso una competenza necessaria e socialmente valorizzata. Per questo motivo, la letteratura sottolinea l’importanza di evitare interpretazioni riduttive che confondano il coraggio professionale con una minore considerazione della propria vita. Al tempo stesso, alcuni studi suggeriscono che l’esposizione prolungata a contesti ad alta intensità possa modificare la percezione soggettiva del rischio e il modo in cui esso viene valutato, rendendo necessarie ulteriori ricerche sulle differenze individuali e sui fattori protettivi.
Acquired Capability for Suicide
Tra i modelli teorici più influenti degli ultimi anni vi è la teoria dell’acquired capability for suicide, proposta nell’ambito della teoria interpersonale del suicidio. Secondo questo modello, la maggior parte degli esseri umani possiede una naturale avversione verso il dolore e la morte. L’esposizione ripetuta a esperienze dolorose, traumatiche o altamente stressanti può tuttavia modificare, in alcune persone, la risposta emotiva alla paura e al dolore. L’acquired capability non è sinonimo di desiderio di morire, essa descrive piuttosto una riduzione della sensibilità alla paura della morte e un aumento della capacità di tollerare dolore e situazioni estreme. Perché si verifichi un comportamento suicidario, questo elemento deve interagire con altri fattori, quali disperazione, isolamento, sofferenza psicologica e perdita di significato. La teoria ha ricevuto ampio interesse nella ricerca proprio perché distingue il desiderio di morire dalla capacità di mettere in atto comportamenti letali, evidenziando come si tratti di processi psicologici distinti.
Un quadro multidimensionale
Considerati singolarmente, i costrutti descritti rappresentano prospettive differenti sul rapporto tra sofferenza psicologica e comportamento. Analizzati congiuntamente, suggeriscono invece un quadro più articolato: essi mostrano che il rapporto con la propria sopravvivenza non è una dimensione statica, ma può essere influenzato dall’interazione tra trauma, emozioni morali, contesto sociale, cultura organizzativa e storia personale. È tuttavia essenziale evitare inferenze indebite. La presenza di uno o più di questi fattori non consente di dedurre le intenzioni di una persona né di spiegare retrospettivamente un suicidio. Ogni comportamento suicidario rimane il risultato di un intreccio complesso di elementi individuali e contestuali che non può essere ricostruito in modo univoco. Per le scienze sociali, il valore di questi modelli non risiede nella possibilità di predire il comportamento di un singolo individuo, bensì nell’offrire strumenti concettuali per comprendere come le esperienze di trauma, perdita di significato e trasformazione dell’identità possano incidere sul modo in cui le persone interpretano sé stesse, il rischio e la propria esistenza. Questa prospettiva costituisce il punto di partenza per la discussione proposta nel capitolo successivo, nel quale verrà presentata una riflessione teorica sulle possibili implicazioni di tali costrutti nell’esperienza delle professioni in uniforme, chiarendo esplicitamente il carattere esplorativo e non diagnostico della proposta.
Una proposta teorica: il Modello della Deresponsabilizzazione Suicidaria (MDS)
Origine concettuale e natura del modello
A partire dai costrutti analizzati nei capitoli precedenti il presente contributo propone una cornice interpretativa definita Modello della Deresponsabilizzazione Suicidaria (MDS). Il modello non intende introdurre una nuova categoria clinica, né fornire una spiegazione esaustiva del comportamento suicidario. Esso si configura come una proposta teorica esplorativa, finalizzata a descrivere una possibile configurazione fenomenologica osservabile in una minoranza di individui esposti a condizioni di sofferenza psicologica intensa e prolungata. L’ipotesi centrale del MDS è che, in alcuni casi, il rapporto dell’individuo con la propria sopravvivenza possa attraversare una trasformazione progressiva, nella quale la responsabilità soggettiva della propria morte non viene più vissuta come atto intenzionale diretto, ma come evento progressivamente delegato a condizioni esterne.
La nozione di “deresponsabilizzazione”
Il termine “deresponsabilizzazione” viene qui utilizzato in senso fenomenologico e non morale. Esso non implica una riduzione della responsabilità etica o giuridica dell’azione, bensì descrive un mutamento nella percezione soggettiva dell’agire. Nel contesto del MDS, la responsabilità non scompare, ma si ridefinisce: il soggetto non si percepisce più come agente attivo della propria eventuale morte, bensì come individuo che non esercita più pienamente le proprie strategie di evitamento del rischio. La morte, in questa prospettiva, non viene necessariamente perseguita, ma perde gradualmente il suo carattere di evento attivamente contrastato.
Struttura del modello: una progressione teorica
Il MDS propone una sequenza teorica articolata in fasi, da intendersi non come percorso deterministico ma come possibile traiettoria fenomenologica.
1- Vulnerabilità originaria e sofferenza psichica
La prima fase riguarda la presenza di condizioni di vulnerabilità psicologica, che possono includere depressione, esposizione a eventi traumatici, isolamento sociale o difficoltà esistenziali preesistenti. Questa condizione non è specifica delle professioni in uniforme, ma costituisce il terreno su cui ulteriori esperienze possono esercitare un effetto amplificativo.
2- Frattura morale (moral injury)
In seguito a eventi percepiti come moralmente traumatici — azioni compiute, subite o osservate — può emergere una frattura del sistema di significati dell’individuo. La persona può sviluppare vissuti persistenti di colpa, vergogna, perdita di fiducia e alterazione della propria identità narrativa.
3- Riduzione della centralità dell’autoconservazione
In presenza di sofferenza persistente, può svilupparsi una condizione riconducibile alla passive suicidal ideation, nella quale la morte non viene più esclusa dal campo delle possibilità esperite soggettivamente. In questa fase, l’istinto di autoconservazione non scompare, ma può risultare indebolito o meno prioritario rispetto ad altre dimensioni emotive e cognitive.
4- Normalizzazione del rischio e esposizione incrementale
Attraverso processi legati al risk-taking, alla cultura professionale e all’esposizione ripetuta al pericolo, l’individuo può sviluppare una maggiore tolleranza cognitiva ed emotiva verso situazioni ad alta letalità. In parallelo, la teoria dell’acquired capability for suicide suggerisce che la ripetuta esposizione a dolore e pericolo possa ridurre la reattività alla paura della morte.
5- Delega implicita della sopravvivenza al contesto
Il nucleo teorico del modello si colloca in questa fase: in alcune configurazioni estreme, l’individuo non ricerca attivamente la morte, ma può ridurre progressivamente le strategie di evitamento del rischio fino a trovarsi in una condizione nella quale la propria sopravvivenza viene affidata a fattori esterni (eventi operativi, dinamiche del contesto, casualità o decisioni altrui). In questa prospettiva, la morte non è prodotta dal soggetto, ma nemmeno attivamente contrastata. Il modello definisce questa condizione come deresponsabilizzazione suicidaria, intesa come possibile configurazione fenomenologica in cui la dimensione agentiva del comportamento rispetto alla propria sopravvivenza si attenua progressivamente.
6- Esito non deterministico
Il modello non implica un esito necessario. Le traiettorie possibili includono la stabilizzazione, il recupero, l’accesso a risorse di supporto, oppure l’evoluzione verso comportamenti suicidari o decessi accidentali in contesti ad alto rischio. Tuttavia, il MDS non intende predire tali esiti, ma descrivere una configurazione psicologica potenziale.
Differenziazione rispetto ai modelli esistenti
Il MDS si distingue dai modelli esistenti su due livelli principali.
In primo luogo, integra costrutti che nella letteratura sono stati sviluppati separatamente, proponendo una lettura unitaria del loro possibile intreccio fenomenologico. In secondo luogo, introduce una dimensione interpretativa centrata non sull’intenzione suicidaria esplicita, ma sulla progressiva trasformazione del rapporto tra soggetto e autoconservazione. È essenziale sottolineare che questa proposta non si pone in contraddizione con i modelli esistenti, ma intende collocarsi come ipotesi complementare, da sottoporre a verifica empirica attraverso studi qualitativi e quantitativi.
Limiti epistemologici del modello
Il MDS presenta limiti significativi che devono essere esplicitamente riconosciuti.
In primo luogo, si tratta di una costruzione teorica che non deriva direttamente da dati empirici specifici relativi a questa configurazione. In secondo luogo, il modello non consente inferenze diagnostiche né predittive a livello individuale. In terzo luogo, la natura altamente complessa e multifattoriale del comportamento suicidario impedisce qualsiasi riduzione interpretativa a una singola traiettoria esplicativa. Per tali ragioni, il MDS deve essere considerato esclusivamente come strumento concettuale per stimolare la ricerca e non come modello esplicativo definitivo.
Implicazione teorica generale
Nonostante i limiti indicati, il modello suggerisce una questione centrale per le scienze sociali contemporanee: il rapporto tra sofferenza psichica, identità e trasformazione del significato attribuito alla sopravvivenza. In particolare, esso invita a considerare la possibilità che, in alcune condizioni estreme, il comportamento umano non sia guidato da una chiara intenzionalità suicidaria o conservativa, ma da una graduale erosione delle strategie di protezione del sé. Questa ipotesi apre uno spazio di ricerca interdisciplinare che coinvolge psicologia clinica, sociologia delle istituzioni, studi militari e filosofia morale, e costituisce la base per la discussione delle implicazioni applicative nei contesti organizzativi.
Discussione e implicazioni per le Forze Armate e le Forze dell’Ordine
Interpretare la complessità senza ridurla
Il quadro teorico delineato nei capitoli precedenti mette in evidenza un punto centrale: il comportamento suicidario nelle professioni in uniforme non può essere compreso attraverso modelli monocausali o lineari. In questo contesto, il Modello della Deresponsabilizzazione Suicidaria (MDS) non si propone come spiegazione alternativa, ma come lente interpretativa aggiuntiva. Il suo valore teorico risiede nella possibilità di descrivere una configurazione fenomenologica in cui la sofferenza psichica, la riduzione della percezione del futuro e l’esposizione al rischio possono interagire producendo una trasformazione graduale del rapporto tra individuo e autoconservazione. La discussione, quindi, non riguarda l’identificazione di nuove cause, ma la possibilità di leggere in modo integrato costrutti già consolidati nella letteratura.
Dal rischio clinico al contesto organizzativo
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall’analisi è il ruolo del contesto organizzativo nel modulare la traiettoria del disagio psicologico. Le Forze Armate e le Forze dell’Ordine costituiscono ambienti caratterizzati da forte coesione interna, gerarchia strutturata, esposizione al rischio e cultura dell’efficienza operativa, queste caratteristiche rappresentano elementi essenziali per il funzionamento istituzionale, ma possono avere effetti indiretti sulla gestione della sofferenza psicologica. In particolare, la valorizzazione della resilienza e del controllo emotivo, se non bilanciata da adeguati dispositivi di supporto, può contribuire alla costruzione di un contesto in cui la vulnerabilità viene percepita come incompatibile con l’identità professionale. In tali condizioni, la sofferenza tende a rimanere invisibile fino a quando non raggiunge livelli critici.
Il ruolo dello stigma e dell’autosilenzio
La letteratura internazionale evidenzia come lo stigma associato ai disturbi psicologici rappresenti uno dei principali ostacoli all’accesso tempestivo alle cure nelle professioni in uniforme. La paura di conseguenze professionali, la percezione di essere giudicati come inadeguati o il timore di compromettere la carriera possono indurre molti operatori a non segnalare il proprio disagio o a ritardare la richiesta di supporto. Questo fenomeno è stato descritto come autosilenzio organizzativo, una condizione in cui la sofferenza non viene esplicitata ma progressivamente interiorizzata. Dal punto di vista del MDS, tale dinamica può contribuire indirettamente alla riduzione delle strategie di protezione del sé, non attraverso un’intenzione suicidaria esplicita, ma mediante l’assenza di interventi precoci in grado di interrompere la progressione del disagio.
Trauma morale e identità professionale
Il moral injury occupa una posizione centrale nella comprensione delle conseguenze psicologiche delle esperienze operative. La frattura del sistema morale e identitario può produrre effetti profondi sulla percezione di sé, sul senso di appartenenza e sulla capacità di attribuire significato alle proprie azioni. Nelle professioni in uniforme, tale condizione può risultare particolarmente rilevante, poiché l’identità professionale è spesso strettamente intrecciata con valori di servizio, protezione e responsabilità verso gli altri. Quando tali valori vengono percepiti come compromessi o violati, può emergere una crisi esistenziale che non riguarda soltanto la dimensione emotiva, ma l’intero sistema di significati dell’individuo. In questa prospettiva, il MDS suggerisce che la trasformazione del rapporto con la sopravvivenza possa essere compresa anche come effetto secondario di una crisi identitaria prolungata, nella quale il futuro perde progressivamente coerenza narrativa.
Implicazioni per la prevenzione del rischio suicidario
Le implicazioni operative di questa analisi non riguardano l’identificazione di segnali predittivi univoci, ma la costruzione di ambienti organizzativi capaci di intercettare precocemente la sofferenza psicologica. La prevenzione del suicidio nelle Forze Armate e nelle Forze dell’Ordine richiede un approccio multilivello che integri interventi individuali, relazionali e istituzionali. Tra le principali aree di intervento si possono individuare:
a) Riduzione dello stigma e normalizzazione della richiesta di aiuto
Promuovere una cultura organizzativa in cui il supporto psicologico sia percepito come parte integrante della formazione professionale e non come segnale di debolezza rappresenta un elemento chiave della prevenzione.
b) Accesso tempestivo ai servizi di salute mentale
La disponibilità di servizi psicologici accessibili, riservati e integrati nei percorsi di carriera può favorire l’intercettazione precoce del disagio e ridurre il rischio di cronicizzazione.
c) Formazione dei comandanti e dei superiori
La sensibilizzazione dei livelli gerarchici sul riconoscimento dei segnali di sofferenza psicologica può contribuire a ridurre i casi di mancata individuazione del rischio.
d) Programmi di debriefing e supporto post-evento
L’esposizione a eventi traumatici dovrebbe essere accompagnata da strumenti strutturati di elaborazione dell’esperienza, al fine di ridurre il rischio di interiorizzazione del trauma.
e) Monitoraggio del rischio e follow-up continuo
Il rischio psicologico non deve essere interpretato come evento puntuale, ma come processo dinamico che richiede monitoraggio nel tempo, soprattutto nei periodi di maggiore esposizione operativa o transizione di ruolo.
Dal modello alla pratica: una lettura prudente
Il Modello della Deresponsabilizzazione Suicidaria, pur essendo una proposta teorica, evidenzia l’importanza di considerare non soltanto la presenza di intenzioni suicidarie esplicite, ma anche le trasformazioni più sottili del rapporto tra individuo, rischio e sopravvivenza.
Tuttavia, è fondamentale ribadire che nessun modello teorico può essere utilizzato per inferenze individuali dirette. Il comportamento suicidario rimane un fenomeno altamente complesso, non riducibile a sequenze lineari o categorie interpretative uniche.
Il valore di questa proposta risiede quindi nella sua capacità di ampliare lo sguardo analitico, non nella sua applicabilità diagnostica.
Verso un approccio integrato alla salute mentale nelle istituzioni armate
Le Forze Armate e le Forze dell’Ordine rappresentano contesti in cui la tensione tra esposizione al rischio e necessità di stabilità psicologica è particolarmente evidente. Un approccio efficace alla prevenzione del disagio mentale non può limitarsi a interventi individuali, ma deve includere una riflessione sulle strutture culturali e organizzative che influenzano il modo in cui la sofferenza viene percepita, espressa e trattata. In questo senso, il contributo delle scienze sociali è fondamentale per comprendere come le norme implicite, i valori professionali e le dinamiche istituzionali possano contribuire a modellare il rapporto tra individuo e salute mentale. Il MDS si inserisce in questo quadro come strumento concettuale per stimolare ulteriori ricerche empiriche e per favorire una maggiore consapevolezza delle dimensioni meno visibili del disagio psicologico nelle professioni in uniforme.
Conclusioni e direzioni future di ricerca
Il presente contributo ha proposto una lettura interdisciplinare del rapporto tra trauma, identità e comportamento suicidario nelle Forze Armate e nelle Forze dell’Ordine. Attraverso l’integrazione di letteratura psicologica, psichiatrica e sociologica, sono stati analizzati i principali costrutti utilizzati per descrivere la sofferenza psicologica in contesti ad alta esposizione al rischio, con particolare attenzione al PTSD, al moral injury, alla passive suicidal ideation, ai comportamenti autolesivi indiretti, al risk-taking e alla teoria dell’acquired capability for suicide.
A partire da tale quadro teorico, è stato proposto il Modello della Deresponsabilizzazione Suicidaria (MDS) come ipotesi interpretativa esplorativa. Il modello suggerisce che, in una minoranza di casi caratterizzati da sofferenza psicologica intensa e persistente, il rapporto dell’individuo con la propria sopravvivenza possa subire una trasformazione progressiva, nella quale la dimensione agentiva del comportamento rispetto alla morte si attenua senza necessariamente assumere la forma di un’intenzione suicidaria esplicita.
È essenziale ribadire che il MDS non costituisce una teoria esplicativa del suicidio, né una categoria clinica, né un modello predittivo. La sua funzione è esclusivamente concettuale: offrire una possibile chiave di lettura per fenomeni complessi già parzialmente descritti nella letteratura, ma raramente analizzati nella loro interazione sistemica.
La principale implicazione di questo lavoro riguarda la necessità di superare approcci riduttivi nello studio del comportamento suicidario nelle professioni in uniforme. La letteratura esistente evidenzia chiaramente che il suicidio è il risultato di un’interazione multifattoriale e dinamica, nella quale fattori individuali, organizzativi e culturali si intrecciano in modo non lineare.
In questo contesto, il valore del MDS non risiede nella capacità di spiegare il fenomeno, ma nella possibilità di stimolare nuove ipotesi di ricerca empirica, in particolare attraverso studi qualitativi longitudinali, analisi fenomenologiche dell’esperienza soggettiva e ricerche comparative tra diversi contesti istituzionali.
Ulteriori sviluppi potrebbero includere:
- l’indagine empirica delle traiettorie di esposizione al rischio nelle professioni in uniforme;
- l’analisi del ruolo dello stigma e dell’autosilenzio nella gestione della sofferenza psicologica;
- lo studio delle interazioni tra trauma morale e identità professionale;
- l’approfondimento dei fattori protettivi che interrompono la progressione del disagio verso esiti più gravi.
In conclusione, il presente lavoro non intende offrire risposte definitive, ma aprire uno spazio di riflessione su dimensioni spesso invisibili del rapporto tra individuo, istituzioni e sofferenza psichica. Comprendere come il dolore si trasformi, come venga espresso o silenziato, e come interagisca con le strutture organizzative e culturali, rappresenta una sfida centrale per le scienze sociali contemporanee.
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