ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

Vulnerabilità, maschere sociali e reciprocità nella concezione islamica del matrimonio

Elhem Beddouda

Abstract: La riflessione sul matrimonio all’interno della tradizione islamica è stata frequentemente affrontata in chiave giuridica, etica o teologica, mentre meno esplorata risulta la sua straordinaria ricchezza antropologica e psicosociale. Il presente contributo propone una lettura interdisciplinare di due versetti coranici fondamentali – Corano 30:21 e Corano 2:187 – interpretandoli come un unico paradigma relazionale. Il primo introduce il concetto di sukūn, ovvero la quiete, la dimora e la stabilità esistenziale che i coniugi trovano reciprocamente; il secondo descrive invece uomo e donna come reciproca veste, simbolo di protezione, custodia, prossimità e dignità. Attraverso il dialogo tra sociologia dell’interazione, psicologia dell’attaccamento, antropologia religiosa e fenomenologia della relazione, l’articolo sostiene che il matrimonio possa essere interpretato come uno dei pochi luoghi sociali nei quali l’essere umano interrompe la continua rappresentazione di sé richiesta dalla vita pubblica. La nudità del corpo diventa allora metafora della nudità dell’anima, ovvero del progressivo abbandono delle maschere sociali, delle identità performative e delle strategie difensive costruite nel corso della vita. L’ipotesi proposta è che il simbolismo coranico descriva una precisa sequenza antropologica: prima della veste vi è la dimora; prima della vulnerabilità vi è la fiducia; prima dell’intimità vi è la possibilità di sentirsi finalmente al sicuro. In questa prospettiva il coniuge non rappresenta semplicemente il destinatario dell’amore, ma diviene il luogo nel quale l’identità può riposare, ricomporsi e respirare.

Keywords: #Corano #Matrimonio #Sukūn #Dimora #Veste #Protezione #Vulnerabilità #MaschereSociali #Identità #Reciprocità #Intimità #PsicologiaRelazionale #Sociologia #AntropologiaReligiosa #Fenomenologia #ElhemBeddouda #ethicasocietas #ethicasocietasrivista #rivistascientifica #scienzeumane #scienzesociali #ethicasocietasupli


Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.


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Introduzione

Ogni civiltà costruisce il proprio modo di comprendere il matrimonio attraverso immagini simboliche. Alcune culture lo descrivono come un contratto, un’alleanza o come una comunione spirituale. La tradizione islamica, invece, sceglie due metafore che possiedono una profondità antropologica straordinaria: la dimora e la veste. Il Corano afferma dapprima:

«E tra i Suoi segni vi è l’aver creato per voi, da voi stessi, delle spose affinché troviate quiete presso di esse (litaskunū ilayhā), e ha posto tra voi amore e misericordia.» (30:21)

Successivamente dichiara:

«Esse sono una veste per voi e voi siete una veste per loro.» (2:187)

A prima vista i due versetti sembrano appartenere a registri differenti. Il primo parla di tranquillità, il secondo di abbigliamento. Una lettura più attenta mostra invece che essi descrivono due momenti successivi della medesima esperienza umana. L’essere umano, infatti, non si spoglia davanti a chiunque: si spoglia soltanto davanti a chi è diventato, prima di qualsiasi altra cosa, una casa. Questa semplice osservazione costituisce il nucleo teorico dell’intero presente lavoro.

Nella società contemporanea l’individuo trascorre gran parte della propria esistenza interpretando ruoli differenti. Ogni contesto sociale richiede un linguaggio, una postura emotiva, un modo di apparire e persino una forma diversa di raccontare sé stessi. L’identità diventa così un processo continuo di adattamento. La persona che lavora, insegna, studia, dirige un’azienda, cura dei pazienti, educa figli o svolge funzioni pubbliche difficilmente può mostrarsi in tutta la propria fragilità perchè la vita collettiva richiede, inevitabilmente, autocontrollo, competenza e gestione dell’impressione.

Questa continua esposizione produce però una fatica spesso invisibile. Dietro ogni ruolo sopravvive infatti un individuo che desidera, almeno in alcuni momenti della propria esistenza, smettere di rappresentare qualcosa per qualcuno. Da questa esigenza nasce la profondità del simbolismo coranico: il matrimonio non viene descritto anzitutto come luogo della sessualità, della procreazione o della semplice convivenza; esso viene presentato come il luogo nel quale l’essere umano trova finalmente sukūn, cioè una forma di quiete capace di interrompere la tensione permanente della vita pubblica. La scelta lessicale del Corano appare estremamente significativa. La radice araba s-k-n non indica esclusivamente la tranquillità psicologica, essa richiama simultaneamente il concetto di abitazione, di stabilità e di permanenza. Dalla medesima radice derivano parole come maskan, ovvero la casa, la dimora, il luogo nel quale il viaggiatore interrompe il proprio cammino e si rifugia. L’immagine è straordinariamente potente: l’uomo e la donna vengono descritti come coloro che interrompono reciprocamente il pellegrinaggio emotivo dell’altro, così prima ancora di essere amanti, diventano dimora.

Dal punto di vista delle scienze sociali questa intuizione apre prospettive di grande interesse. Se il matrimonio è anzitutto una forma di abitazione reciproca, allora la sua funzione primaria non consiste semplicemente nel soddisfare bisogni affettivi o biologici, ma nel costruire uno spazio psicologico all’interno del quale l’identità possa finalmente deporre il peso delle proprie continue rappresentazioni. È proprio qui che il secondo versetto acquista tutto il proprio significato: solo quando il partner è diventato casa, egli può diventare anche veste.

La veste, infatti, rappresenta il livello massimo della prossimità corporea. Essa aderisce alla pelle, protegge ciò che è fragile, custodisce ciò che normalmente rimane nascosto allo sguardo pubblico. Nessuno consegna il proprio corpo a chi non percepisce come rifugio. La metafora coranica suggerisce dunque una progressione relazionale di straordinaria coerenza: prima si costruisce uno spazio di fiducia, successivamente diventa possibile la vulnerabilità. Infine emerge quella forma di intimità nella quale uomo e donna diventano reciprocamente veste. Questa interpretazione consente di leggere il matrimonio non come semplice istituzione normativa, bensì come dispositivo antropologico capace di rispondere a uno dei bisogni più profondi dell’essere umano: il bisogno di esistere senza dover continuamente interpretare un ruolo.

In una società nella quale l’identità è costantemente esposta allo sguardo degli altri, la possibilità di essere accolti senza prestazione costituisce forse una delle esperienze più rare e preziose. L’intuizione coranica sembra allora anticipare una domanda che la psicologia e la sociologia contemporanee hanno formulato soltanto molti secoli dopo: dove può finalmente riposare il ? La risposta proposta dal Corano non è un luogo geografico, è una relazione. Non una casa di pietra, ma una persona che diventa casa. Ed è precisamente quando il coniuge diventa dimora che può diventare anche veste: non semplice copertura del corpo, ma custodia dell’intera vulnerabilità umana.

Le maschere sociali, la nudità dell’anima e il matrimonio come spazio della vulnerabilità

Se il primo movimento della relazione coniugale consiste nel diventare dimora, il secondo consiste nell’offrire all’altro la possibilità di deporre ciò che la vita sociale ha progressivamente costruito intorno alla sua identità. È proprio in questo passaggio che la metafora coranica della veste acquisisce una profondità antropologica che va ben oltre la semplice immagine poetica.

Ogni società, per poter funzionare, richiede ai propri membri un continuo lavoro di regolazione del comportamento. Fin dall’infanzia l’individuo apprende che esistono modi appropriati di parlare, di manifestare le emozioni, di esprimere la rabbia, di gestire il dolore, di mostrare forza o debolezza. L’inserimento nella vita collettiva coincide, inevitabilmente, con l’apprendimento di una grammatica della presentazione di sé. La sociologia contemporanea ha dedicato grande attenzione a questo processo. In particolare, Erving Goffman ha mostrato come la vita quotidiana possa essere interpretata attraverso la metafora del teatro: ogni individuo, entrando in relazione con gli altri, costruisce una rappresentazione coerente della propria identità. Esiste, così, un palcoscenico sul quale la persona mette in scena il proprio ruolo e un retroscena nel quale tale rappresentazione può temporaneamente allentarsi.

Questa intuizione appare sorprendentemente feconda se letta accanto alla concezione islamica del matrimonio. Il rapporto coniugale può infatti essere interpretato come uno dei rarissimi spazi relazionali nei quali il retroscena non rappresenta una pausa momentanea della rappresentazione, ma diventa la condizione ordinaria della relazione. Nel matrimonio autentico l’essere umano non è chiamato a convincere continuamente il partner del proprio valore, egli non deve dimostrare ogni giorno di meritare l’amore attraverso una performance impeccabile. La relazione diventa, quindi, il luogo nel quale ciò che nel mondo esterno viene accuratamente nascosto può finalmente essere mostrato.

Questa osservazione richiama inevitabilmente anche la riflessione di Luigi Pirandello, per il quale l’identità umana non coincide mai pienamente con ciò che l’individuo percepisce di sé. Ogni persona vive prigioniera di una molteplicità di immagini costruite dagli altri. L’io si frammenta così in una costellazione di maschere, ciascuna funzionale a uno specifico contesto sociale. La modernità ha ulteriormente amplificato questa frammentazione. Un individuo può essere contemporaneamente professionista, genitore, figlio, amico, credente, cittadino, e, nello stesso tempo, convivere con paure, insicurezze, stanchezza e senso di inadeguatezza che nessuno di questi ruoli consente di manifestare apertamente. L’essere umano contemporaneo diventa così un instancabile amministratore della propria immagine pubblica. La diffusione dei social media ha reso tale fenomeno ancora più evidente. La costruzione dell’identità non si limita più agli ambienti fisici, ma continua incessantemente nello spazio digitale. Si selezionano fotografie, si filtrano emozioni, si costruiscono narrazioni coerenti della propria esistenza, fino a trasformare l’identità in un progetto permanente di comunicazione.

In questo contesto culturale, la metafora coranica della veste appare sorprendentemente controcorrente. La veste, infatti, non serve a esibire il corpo, ma a proteggerlo, essa non nasce per attirare lo sguardo dell’estraneo, ma per custodire ciò che appartiene all’intimità della persona. La relazione coniugale viene così descritta non come spettacolo dell’amore, bensì come protezione dell’interiorità. Ed è significativo osservare come il Corano non utilizzi immagini riconducibili al possesso reciproco: uomo e donna non vengono descritti come proprietà l’uno dell’altra, ma come veste reciproca. Il centro della metafora non è il dominio, bensì la custodia. Questa distinzione possiede importanti implicazioni psicologiche, custodire non significa controllare, significa rendere possibile l’esistenza dell’altro. La protezione evocata dalla metafora della veste non consiste quindi nell’impedire la libertà del partner, ma nel creare uno spazio relazionale nel quale la sua vulnerabilità possa emergere senza trasformarsi immediatamente in motivo di vergogna o di umiliazione.

Da un punto di vista psicosociale, la vulnerabilità costituisce forse il nucleo più delicato dell’intera esperienza matrimoniale. Nella cultura contemporanea essa viene frequentemente interpretata, erroneamente, come sinonimo di debolezza, la persona vulnerabile viene spesso percepita come meno competente, meno autonoma, meno capace di affrontare le sfide dell’esistenza. Eppure, dal punto di vista delle relazioni umane profonde, accade esattamente il contrario: nessuna relazione autentica può nascere senza vulnerabilità, ogni forma di intimità implica inevitabilmente un rischio. Chi ama consegna all’altro qualcosa che potrebbe essere ferito o usato per ferire. Nel matrimonio questa dinamica raggiunge la sua massima intensità, l’essere umano non consegna al coniuge soltanto il proprio corpo, ma consegna le proprie paure, le proprie ferite infantili, le proprie insicurezze, le proprie aspettative, i propri fallimenti, le parti di sé che il mondo esterno non vede. È qui che la nudità assume un significato radicalmente diverso da quello comunemente attribuito. La nudità fisica rappresenta soltanto il livello più visibile di una nudità molto più profonda. Nel momento dell’intimità coniugale cadono progressivamente le maschere sociali: cadono gli abiti professionali, cadono le gerarchie economiche, cadono i titoli accademici, cadono i riconoscimenti pubblici, cadono persino molte delle immagini che ciascuno costruisce di sé. Rimangono due esseri umani che si incontrano nella loro fragilità originaria.

Questo passaggio possiede un’importanza decisiva anche dal punto di vista fenomenologico: la società insegna all’individuo come apparire, lintimità gli insegna, invece, come essere.

La differenza tra questi due livelli è enorme: apparire significa gestire lo sguardo dell’altro; essere significa permettere all’altro di vedere ciò che normalmente rimane nascosto. L’amore coniugale autentico nasce precisamente in questo punto. Non quando l’altro contempla la nostra immagine migliore, ma quando continua a custodire la nostra dignità anche dopo aver conosciuto la nostra fragilità.

La metafora della veste diventa allora ancora più ricca. Una veste non copre soltanto ciò che è bello, copre le cicatrici e protegge anche le ferite, accompagna il corpo nella sua interezza, senza distinguere tra ciò che merita di essere mostrato e ciò che dovrebbe essere nascosto. Trasferita sul piano relazionale, questa immagine suggerisce che il coniuge diventi colui o colei che custodisce non soltanto i successi dell’altro, ma anche le sue sconfitte. La relazione matrimoniale si trasforma così nel luogo in cui il giudizio lascia progressivamente spazio all’accoglienza. Naturalmente ciò non significa che il matrimonio elimini il conflitto: ogni relazione umana attraversa inevitabilmente incomprensioni, tensioni e differenze. La quiete evocata dal Corano non coincide con l’assenza di conflitti; essa indica piuttosto la presenza di un luogo nel quale il conflitto non distrugge la dignità della persona. In altri termini, la protezione non consiste nel vivere senza ferite, ma nel sapere che, anche quando si è feriti, esiste qualcuno che continua a riconoscere il nostro valore.

Questa prospettiva permette di comprendere meglio anche il legame tra il versetto del sukūn e quello della veste. La quiete non rappresenta semplicemente un sentimento, essa costituisce la condizione psicologica necessaria affinché la vulnerabilità diventi possibile. Nessuno si spoglia veramente davanti a chi teme, nessuno depone le proprie maschere davanti a chi potrebbe trasformarle in motivo di scherno. Per questo motivo il percorso descritto dal Corano appare di straordinaria coerenza: prima si costruisce la fiducia, successivamente emerge la quiete, poi diventa possibile la vulnerabilità. Infine i due esseri umani possono diventare reciprocamente veste, perché hanno già imparato ad abitarsi come dimora.

L’intimità, in questa prospettiva, non è il punto di partenza della relazione: è il suo approdo.

Paradiso e inferno relazionale: la reciprocità come responsabilità antropologica

Se la riflessione si arrestasse alla sola dimensione della vulnerabilità, il matrimonio verrebbe interpretato esclusivamente come uno spazio di conforto psicologico. Una simile lettura, pur cogliendo un aspetto essenziale della relazione coniugale, rischierebbe tuttavia di trascurarne la dimensione etica. Il Corano, infatti, non descrive semplicemente due individui che trovano benessere l’uno nell’altra, ma due persone che diventano reciprocamente responsabili della qualità dell’esistenza dell’altro.

In questa prospettiva, la metafora della veste assume un significato ancora più profondo. Una veste non si limita a proteggere passivamente il corpo: accompagna ogni movimento, ne segue i cambiamenti, aderisce alla persona senza impedirne la libertà. Essa è presenza costante, discreta e fedele. Analogamente, il coniuge non è chiamato semplicemente ad amare l’altro, ma a custodirne l’umanità lungo l’intero corso della vita. Questa custodia possiede una dimensione eminentemente morale. Ogni essere umano, entrando nel matrimonio, riceve qualcosa di estremamente fragile: il mondo interiore dell’altro, le sue paure, i suoi desideri, le sue ferite, i suoi ricordi, le sue speranze e persino quelle parti di sé che forse nessun altro ha mai conosciuto. Da quel momento in poi, ogni parola, ogni silenzio, ogni gesto e ogni omissione contribuiscono a costruire oppure a ferire quell’universo interiore.

È qui che la tradizione islamica offre uno spunto di straordinaria rilevanza psicosociale. Alcuni insegnamenti profetici insistono sul fatto che la qualità del rapporto coniugale abbia conseguenze che non riguardano soltanto la dimensione religiosa, ma l’intera esistenza della persona. Pur nascendo in un contesto spirituale, tali insegnamenti possono essere letti anche come un’intuizione antropologica: il coniuge esercita un’influenza così profonda sulla vita dell’altro da poter trasformare la casa in un luogo di pace oppure in uno spazio di sofferenza permanente. Questa osservazione consente di reinterpretare, in chiave esistenziale, la celebre immagine del paradiso e dell’inferno.

Nell’immaginario religioso, il paradiso rappresenta il luogo della sicurezza, dell’assenza della paura, della pace e della misericordia. L’inferno, al contrario, rappresenta la radicale esperienza della separazione, dell’angoscia e della sofferenza.Trasferite sul piano delle relazioni umane, queste immagini acquistano un significato sorprendentemente concreto.Quando il rapporto coniugale è fondato sulla misericordia, sulla protezione, sul rispetto e sulla capacità di accogliere la vulnerabilità, il partner sperimenta una forma di paradiso terreno. Non perché la vita diventi improvvisamente priva di dolore, ma perché quel dolore trova finalmente una dimora nella quale essere condiviso. Ogni essere umano attraversa inevitabilmente esperienze di fallimento, malattia, lutto, paura, incertezza e stanchezza, nessuna relazione può eliminare tali eventi, può però modificarne radicalmente il significato. Il dolore vissuto nella solitudine assume un peso diverso rispetto al dolore condiviso con qualcuno che continua a riconoscere la nostra dignità. Da questo punto di vista il paradiso non coincide con l’assenza della sofferenza, bensì con la presenza di una relazione capace di impedirle di trasformarsi in disperazione.

Viceversa, quando il matrimonio diviene luogo di umiliazione, manipolazione, disprezzo o indifferenza, esso produce una forma di sofferenza particolarmente intensa proprio perché nasce nello spazio che avrebbe dovuto custodire la persona. Le ricerche sulla violenza psicologica mostrano come le ferite più profonde non derivino necessariamente dagli sconosciuti, ma da coloro ai quali avevamo affidato la nostra fiducia. Essere traditi da chi conosce le nostre fragilità significa vedere trasformata la dimora in un luogo ostile. È probabilmente questa una delle esperienze più vicine all’idea di inferno relazionale. L’inferno non nasce semplicemente dal conflitto,  nasce quando la casa smette di essere casa, quando il luogo nel quale si sarebbe dovuto respirare diventa il luogo nel quale si trattiene il respiro.

Questa immagine del respiro merita una particolare attenzione.

Nel linguaggio comune si dice spesso di “respirare” quando finalmente termina una situazione di tensione. Respirare significa rilassare il corpo, abbassare le difese, interrompere la vigilanza continua. Dal punto di vista psicologico, il respiro rappresenta uno dei primi indicatori della percezione di sicurezza. L’essere umano respira profondamente soltanto quando non teme un pericolo imminente.

Alla luce di questa osservazione, il concetto coranico di sukūn assume una profondità ulteriore. La quiete non è semplice tranquillità emotiva: è la possibilità di respirare senza paura, è l’esperienza di chi non deve più sorvegliare ogni parola, ogni gesto, ogni espressione del volto per evitare il giudizio dell’altro.

In questo senso il matrimonio autentico restituisce all’essere umano qualcosa che la vita sociale tende continuamente a sottrargli: il diritto di esistere senza dover costantemente difendere la propria identità. È significativo osservare come questa intuizione trovi numerose consonanze nella psicologia contemporanea. La teoria dell’attaccamento ha mostrato che la sicurezza affettiva costituisce la base dalla quale l’individuo esplora il mondo. Chi possiede una relazione sufficientemente stabile non diventa dipendente dall’altro; al contrario, acquisisce maggiore libertà di affrontare la realtà. La protezione, dunque, non limita: rende possibile tutto. Il partner che diventa dimora non trattiene l’altro, gli permette di tornare.

Ed è forse proprio questa la forma più alta della reciprocità descritta dal Corano:

“La veste non imprigiona il corpo.
Lo accompagna.
La casa non trattiene il viaggiatore.
Gli offre il luogo al quale desidera ritornare.”

Il matrimonio, allora, non può essere ridotto né a un contratto né a una semplice convivenza. Esso rappresenta una forma di architettura relazionale nella quale due esseri umani costruiscono progressivamente uno spazio capace di custodire la loro incompiutezza.

Da questa prospettiva emerge una possibile teoria antropologica della relazione coniugale.

L’intimità non nasce dall’esposizione: nasce dalla protezione, la protezione genera fiducia, la fiducia rende possibile la vulnerabilità, la vulnerabilità permette la caduta delle maschere sociali, la caduta delle maschere conduce alla nudità dell’anima e soltanto allora uomo e donna diventano reciprocamente veste.

Questa sequenza teorica consente di mettere in dialogo il Corano con alcune delle più importanti acquisizioni delle scienze sociali contemporanee senza ridurre il testo sacro a una semplice anticipazione della psicologia moderna. Il linguaggio religioso mantiene infatti una capacità simbolica che supera quello puramente scientifico. Le metafore della dimora e della veste non descrivono soltanto un comportamento; descrivono un modo di abitare l’umano. La loro forza consiste proprio nel ricordare che l’identità non è una realtà esclusivamente individuale. Essa nasce, cresce, si ferisce e si ricompone sempre all’interno di una relazione.

Conclusione

La riflessione proposta in questo articolo ha cercato di mettere in dialogo il patrimonio simbolico del Corano con le categorie interpretative delle scienze sociali contemporanee. L’obiettivo non era dimostrare la superiorità di un paradigma sull’altro, ma mostrare come il linguaggio religioso possa custodire intuizioni antropologiche di straordinaria profondità.

L’accostamento tra il versetto del sukūn (Corano 30:21) e quello della veste (Corano 2:187) permette di leggere il matrimonio come un processo di progressiva costruzione dell’intimità.

“Prima della veste vi è la dimora.
Prima della nudità vi è la protezione.
Prima della vulnerabilità vi è la fiducia.
Prima dell’amore pienamente vissuto vi è la possibilità di smettere di recitare”

In una società nella quale gli individui sono continuamente chiamati a esibire competenza, efficienza e successo, il matrimonio può diventare uno degli ultimi spazi relazionali nei quali l’essere umano ritrova il diritto di essere semplicemente persona. Forse è proprio questo il significato più profondo dell’immagine coranica. L’uomo costruisce molte “case” durante la propria vita. Costruisce una posizione sociale, costruisce una carriera, costruisce una reputazione, costruisce un patrimonio; ma nessuna di queste realtà diventa veramente dimora se, tornando a casa, egli continua a dover indossare una maschera.

La dimora evocata dal Corano non è fatta di mura: è fatta di uno sguardo. Uno sguardo che protegge invece di giudicare, che custodisce invece di possedere, che accoglie invece di pretendere; solo allora il coniuge diventa davvero veste dell’altro, non perché ne copra il corpo, ma perché custodisce ciò che nel corpo e nell’anima è più fragile, più autentico e più profondamente umano.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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