Dalla crisi di Abu al-Duhur alla competizione per il nuovo ordine regionale dopo Assad

Abstract: La contrapposizione tra Israele e Turchia ha superato la dimensione della polemica politica e diplomatica. La crisi attorno alla base siriana di Abu al-Duhur, le accuse reciproche tra Ankara e Gerusalemme, la richiesta turca a INTERPOL di una Red Notice nei confronti di Benjamin Netanyahu e il crescente ruolo della Turchia nella ricostruzione della Siria delineano una competizione strategica nella quale la questione palestinese costituisce soltanto uno dei livelli dello scontro. Al centro vi è soprattutto la ridefinizione dell’ordine regionale dopo la caduta di Bashar al-Assad. Ankara intende consolidare la propria influenza sulla nuova Siria; Israele considera invece qualsiasi rafforzamento militare turco nelle immediate vicinanze del proprio spazio strategico una possibile minaccia. Gli Stati Uniti tentano di costruire un meccanismo di de-escalation tra i tre attori. Il rischio più concreto non appare, al momento, quello di una guerra deliberatamente scelta da Ankara o Gerusalemme, ma quello di una progressiva militarizzazione della competizione e di un incidente capace di trasformare una crisi regionale in uno scontro tra potenze legate a sistemi di alleanze differenti.
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Dalla polemica politica alla questione di sicurezza
Per comprendere la nuova fase dei rapporti tra Recep Tayyip Erdoğan e Benjamin Netanyahu non basta più osservare le dichiarazioni dei due leader sulla guerra di Gaza. Lo scontro ha assunto una dimensione diversa. Il passaggio decisivo è rappresentato dalla Siria, dove l’8 agosto, secondo la ricostruzione internazionale, Israele ha colpito la base aerea di Abu al-Duhur, nel nord-ovest del Paese, sostenendo che Damasco fosse prossima a consentire il dispiegamento di forze turche nella struttura.[1] Ankara ha respinto questa ricostruzione. Il ministero della Difesa turco ha dichiarato che nessuna delegazione militare turca era presente nella base prima o durante l’attacco e ha ribadito il sostegno di Ankara allo sviluppo delle capacità militari e infrastrutturali siriane.[2] Anche Damasco ha contestato la motivazione israeliana. Il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani ha dichiarato che non era prevista la creazione di una base militare turca permanente ad Abu al-Duhur e che la presenza di personale turco rientrava nella cooperazione per addestramento e scambio di competenze.[3] Il punto, dunque, non è soltanto stabilire cosa fosse realmente previsto nella base. Il punto è capire perché Israele abbia ritenuto necessario intervenire militarmente davanti alla prospettiva di un rafforzamento della cooperazione turco-siriana. Ed è qui che la crisi diventa strategica.
La Siria dopo Assad
La caduta di Bashar al-Assad nel 2024 ha modificato uno degli equilibri fondamentali del Medio Oriente. Per anni Israele ha guardato alla Siria soprattutto attraverso la presenza iraniana, Hezbollah e la possibilità che il territorio siriano diventasse una piattaforma per il trasferimento di armi e per operazioni contro Israele. Con la fine del regime di Assad, il problema è cambiato. La nuova Siria è diventata uno spazio nel quale diversi attori cercano di esercitare influenza: Turchia, Stati Uniti, Israele, Paesi arabi e, in misura diversa, Iran e Russia. Ankara possiede una posizione particolarmente favorevole. La Turchia condivide con la Siria circa 900 chilometri di frontiera, ha sostenuto forze anti-Assad durante la guerra civile e ha mantenuto una presenza militare nel Paese per contrastare ciò che considera minacce alla propria sicurezza nazionale, soprattutto legate alle organizzazioni curde.[4] Dopo la caduta di Assad, la relazione con la nuova leadership di Damasco è diventata uno degli strumenti attraverso i quali Ankara intende consolidare la propria influenza regionale. Per Israele questo rappresenta una nuova variabile strategica. Il problema non è più soltanto l’Iran. È anche la possibilità che la Turchia contribuisca alla ricostruzione di un apparato militare siriano capace di acquisire nel tempo una maggiore autonomia.
Abu al-Duhur e la logica delle linee rosse
Israele ha sostenuto che il dispiegamento turco ad Abu al-Duhur avrebbe rappresentato una minaccia alla propria sicurezza e ha affermato di avere precedentemente avvertito Damasco.[5] La Turchia ha invece accusato Israele di azioni irresponsabili e ha chiesto la cessazione degli attacchi. Questa divergenza contiene già tutti gli elementi di una crisi di sicurezza. Per Ankara, la ricostruzione della capacità militare siriana è parte della stabilizzazione di un Paese confinante. Per Gerusalemme, la ricostruzione di quelle stesse capacità può diventare pericolosa se accompagnata da una crescente presenza turca. La stessa struttura fisica della base diventa quindi secondaria rispetto al principio strategico. Israele vuole stabilire una linea rossa sulla presenza militare turca in Siria. La Turchia contesta il diritto israeliano di fissare unilateralmente quella linea. È una dinamica classica delle crisi internazionali: ciascun attore definisce come difensiva una propria misura e come provocatoria quella dell’avversario.
Washington cerca di evitare il contatto diretto
Il fatto che gli Stati Uniti siano intervenuti per costruire un meccanismo di deconfliction tra Israele, Turchia e Siria è uno degli elementi più significativi della vicenda. Il 20 agosto Reuters riferiva che Washington stava lavorando a un processo di de-escalation, mentre l’inviato statunitense per la Siria Tom Barrack aveva definito l’attacco israeliano un’escalation non necessaria.[6] Il giorno successivo, l’Associated Press ha riferito che Israele non aveva informato preventivamente gli Stati Uniti dell’attacco e che Barrack aveva evocato anche l’ipotesi di una deliberata provocazione nei confronti della Turchia, pur senza escludere un problema di comunicazione interna israeliana.[7] Ancora più significativo è il fatto che, secondo la stessa fonte, la Turchia fosse arrivata a valutare l’impiego di propri aerei dopo l’ingresso di un velivolo non identificato nell’area.[8] Non si è arrivati allo scontro. Ma il dato strategico è proprio questo: si è arrivati abbastanza vicino da rendere necessario un meccanismo americano di prevenzione dell’incidente.
Una rivalità che non nasce con la Siria
Sarebbe però sbagliato interpretare la crisi come una conseguenza esclusiva degli ultimi sviluppi militari. Il deterioramento dei rapporti tra Erdoğan e Netanyahu è molto più profondo. Gaza ha trasformato la Turchia in uno dei principali critici internazionali della politica israeliana. Erdoğan ha fatto della questione palestinese uno dei pilastri della propria politica estera e ha ripetutamente accusato Israele di violazioni del diritto internazionale. Israele considera invece la posizione turca sempre più ostile e interpreta alcune iniziative di Ankara come parte di una strategia volta a ridurre la legittimità internazionale dello Stato israeliano. La questione palestinese costituisce quindi il terreno politico dello scontro. La Siria ne rappresenta il terreno strategico. La dimensione giudiziaria, infine, sta diventando il nuovo terreno internazionale.
La richiesta turca a INTERPOL
Il 21 agosto 2026 Ankara ha compiuto un ulteriore passo. Il ministro della Giustizia turco Akın Gürlek ha annunciato che il ministero aveva chiesto al ministero dell’Interno di procedere alla richiesta di Red Notice INTERPOL nei confronti di Benjamin Netanyahu e di un altro imputato, nell’ambito del procedimento turco relativo alla Global Sumud Flotilla.[9] La notizia è stata riportata da Reuters, che precisa un elemento essenziale: INTERPOL dovrà esaminare la richiesta prima di decidere se emettere le notifiche.[10] Questa distinzione deve essere mantenuta con assoluto rigore. Alla data del 22 agosto 2026, quindi, è corretto scrivere che: la Turchia ha richiesto l’emissione di una Red Notice; non che INTERPOL abbia già emesso una Red Notice contro Netanyahu. La differenza non è meramente terminologica.
Red Notice non significa mandato di arresto internazionale
INTERPOL stessa definisce la Red Notice come una richiesta alle forze dell’ordine dei Paesi membri di localizzare una persona e, secondo il diritto nazionale applicabile, procedere al suo arresto provvisorio in vista dell’estradizione, della consegna o di una procedura analoga.[11] La stessa organizzazione precisa esplicitamente che una Red Notice non costituisce un mandato di arresto internazionale.[12] L’eventuale arresto dipenderebbe quindi dalla legislazione dello Stato nel quale la persona fosse individuata e dalle decisioni delle autorità competenti. C’è poi un ulteriore elemento da considerare: non tutte le Red Notice sono pubbliche. INTERPOL specifica che la maggioranza è riservata all’uso delle forze dell’ordine e che soltanto una parte viene pubblicata sul sito pubblico.[13] Per questo l’assenza di una persona dal database pubblico non può, da sola, essere utilizzata come prova assoluta dell’assenza di qualsiasi procedura interna. Ma nel caso specifico la questione è comunque chiara sul piano delle informazioni disponibili: la notizia documentata è la richiesta turca, mentre la decisione di INTERPOL è successiva e distinta.
Il procedimento turco e il mandato della Corte penale internazionale
La richiesta di Ankara si inserisce in un quadro giuridico già particolarmente complesso. Nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, nell’ambito della situazione in Palestina.[14] La CPI ha indicato, tra le accuse, il crimine di guerra della fame come metodo di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, persecuzione e altri atti inumani.[15] Israele contesta la giurisdizione della Corte e respinge le accuse. Il procedimento turco è però un’altra cosa. Non deve essere confuso con quello della CPI. La Turchia agisce attraverso il proprio sistema giudiziario nazionale e, sulla base dei mandati emessi dalla magistratura turca, chiede la cooperazione internazionale. Quello che cambia è il significato politico della sovrapposizione. Netanyahu si trova al centro di più iniziative giudiziarie internazionali provenienti da sistemi differenti, mentre Ankara tenta di utilizzare gli strumenti della cooperazione giudiziaria per aumentare la pressione sul governo israeliano.
Il diritto internazionale entra nella competizione geopolitica
È questo uno degli aspetti più interessanti della crisi. Il confronto tra Stati non si svolge più soltanto attraverso diplomazia, sanzioni e strumenti militari. Il diritto internazionale e la cooperazione giudiziaria diventano parte della competizione strategica. La Turchia può utilizzare il procedimento giudiziario per costruire pressione diplomatica. Israele può rispondere delegittimando l’iniziativa e accusando Ankara di strumentalizzazione politica. Entrambi cercano di influenzare la percezione internazionale della crisi. È una forma di competizione che potrebbe essere definita giuridico-diplomatica, purché si eviti l’uso improprio di espressioni come “mandato internazionale” quando giuridicamente non corrispondono alla realtà. La precisione terminologica, in questo caso, è parte dell’analisi geopolitica.
Erdoğan e la strategia dell’autonomia
La politica estera turca rende la situazione ancora più complessa. Ankara rimane un membro della NATO, ma conduce da anni una politica estera caratterizzata da una significativa autonomia rispetto agli altri alleati occidentali. La Turchia mantiene rapporti con Washington, dialoga con Mosca e Teheran, esercita una forte influenza nel Caucaso e nel Mediterraneo orientale e considera la Siria un dossier direttamente collegato alla propria sicurezza nazionale. Questa postura non significa che la Turchia sia uscita dall’orbita occidentale. Significa che Ankara cerca di massimizzare il proprio spazio di manovra all’interno di un sistema internazionale sempre più competitivo. È proprio questa autonomia a rendere Erdoğan un interlocutore difficile per Netanyahu. Israele è abituato a misurarsi con Stati regionali che possono essere collocati più chiaramente all’interno di determinati schieramenti. La Turchia è diversa. È contemporaneamente membro della NATO, potenza regionale, interlocutore degli Stati Uniti e attore autonomo nei dossier mediorientali.
Il nodo saudita-pakistano: attenzione alle semplificazioni
Anche sul piano delle alleanze regionali è necessario evitare semplificazioni. Nel settembre 2025 Arabia Saudita e Pakistan hanno sottoscritto un Strategic Mutual Defence Agreement, impegnandosi a considerare un’aggressione contro uno dei due come un’aggressione contro entrambi.[16] Nel gennaio 2026 erano emerse notizie secondo cui la Turchia stava valutando l’ingresso nel quadro di cooperazione saudita-pakistano.[17] Successivamente, però, fonti vicine alla difesa saudita hanno escluso l’ingresso turco nell’accordo bilaterale.[18] Questo significa che non è corretto presentare oggi un inesistente “patto trilaterale Turchia-Arabia Saudita-Pakistan” come fatto acquisito. Il dato geopolitico interessante è un altro: Ankara guarda con attenzione alla costruzione di nuove architetture di sicurezza regionali, mentre Arabia Saudita e Pakistan hanno già consolidato una propria relazione di difesa. È una differenza sostanziale e va mantenuta.
Israele teme una nuova architettura regionale
Il problema strategico per Israele è quindi più ampio della sola presenza turca in Siria. La questione riguarda il possibile emergere di un Medio Oriente nel quale gli Stati regionali acquisiscano maggiore capacità autonoma di coordinamento militare e diplomatico. Israele ha costruito per decenni la propria sicurezza su una combinazione di superiorità militare, alleanza con gli Stati Uniti e capacità di impedire preventivamente la formazione di minacce lungo i propri confini. La nuova Siria mette alla prova questo modello. La Turchia sostiene la ricostruzione siriana. Gli Stati Uniti cercano di mantenere il controllo dell’escalation. I Paesi arabi perseguono una maggiore autonomia. L’Iran, pur indebolito rispetto al passato, rimane un attore indispensabile per comprendere gli equilibri regionali. Israele si trova quindi davanti a un ambiente strategico più fluido e meno prevedibile.
Netanyahu e la dimensione interna
C’è infine la politica interna israeliana. Le elezioni parlamentari sono previste per il 27 ottobre 2026 e la sicurezza costituisce uno dei principali elementi della competizione politica.[19] La questione turca può quindi assumere anche un valore interno. Per Netanyahu, mostrare fermezza di fronte a Erdoğan significa inserirsi nella tradizionale narrazione politica secondo cui la sicurezza israeliana richiede capacità di agire preventivamente contro potenziali minacce. Ma questa strategia contiene un rischio. Quando una crisi internazionale diventa parte della competizione elettorale, la possibilità di una moderazione diplomatica diminuisce. Ogni concessione può essere presentata come debolezza. Ogni passo indietro può avere un costo politico. E questo vale anche per Erdoğan, che ha costruito una parte significativa della propria leadership sulla difesa della causa palestinese e sull’affermazione del ruolo turco nel mondo musulmano.
Il rischio dell’errore di calcolo
La domanda centrale non è se Israele e Turchia vogliano davvero una guerra. Al momento, non ci sono elementi sufficienti per sostenere che uno dei due governi stia cercando deliberatamente un conflitto diretto. Anzi, i costi sarebbero enormi. La Turchia dovrebbe confrontarsi con una potenza militare tecnologicamente avanzata e con un alleato strategico degli Stati Uniti. Israele dovrebbe affrontare una crisi con una delle principali potenze militari della regione e con un Paese membro della NATO. Il rischio più concreto è quindi quello dell’errore di calcolo. Una presenza militare interpretata come offensiva. Un velivolo intercettato. Un attacco preventivo. Un sistema di difesa che reagisce. Una comunicazione che non arriva in tempo. È esattamente per evitare questo genere di dinamica che Washington sta cercando di costruire un meccanismo di de-escalation.[20] La deterrenza funziona quando le linee rosse sono conosciute. Diventa instabile quando ogni attore interpreta le mosse dell’altro come preparativi offensivi.
La vera partita si gioca in Siria
La rivalità Netanyahu-Erdoğan, quindi, non può essere ridotta alla personalità dei due leader. La dimensione personale è certamente importante. Le accuse reciproche, la retorica politica e il conflitto sulla questione palestinese hanno contribuito a rendere quasi impossibile il ritorno alla relazione strategica che aveva caratterizzato una parte dei rapporti israelo-turchi. Ma sotto la superficie c’è una questione molto più grande.
Chi contribuirà a definire la Siria del dopo-Assad?
Israele vuole impedire che il territorio siriano diventi una fonte di nuove minacce. La Turchia vuole evitare che la Siria resti uno Stato debole e frammentato e intende avere un ruolo decisivo nella sua ricostruzione. Damasco cerca di recuperare sovranità e capacità istituzionale. Washington vuole impedire che la competizione tra i suoi partner regionali degeneri. Sono obiettivi che possono parzialmente coincidere, ma che su alcuni punti entrano inevitabilmente in conflitto.
Dallo scontro personale alla competizione per l’ordine regionale
È per questo che lo scontro non è più soltanto verbale. La richiesta turca a INTERPOL rappresenta la dimensione giudiziaria. La crisi di Abu al-Duhur rappresenta quella militare. La competizione sulla Siria rappresenta quella strategica. La guerra di Gaza costituisce il principale terreno politico e morale della contrapposizione. E la politica interna israeliana e turca può amplificare tutte queste dimensioni. Il Medio Oriente sta attraversando una fase nella quale le vecchie architetture di sicurezza non sono ancora completamente scomparse, mentre quelle nuove non hanno ancora assunto una forma stabile. In questo vuoto, le potenze regionali cercano spazio. La Turchia di Erdoğan è una delle principali. Israele di Netanyahu è un’altra. La Siria è il territorio sul quale le loro strategie si incontrano più pericolosamente. La questione decisiva, allora, non è se Erdoğan e Netanyahu continueranno a scontrarsi. Continueranno.
La vera questione è se la competizione resterà dentro i confini della deterrenza, della diplomazia e degli strumenti giuridici oppure se un incidente militare farà saltare il sistema di contenimento. Perché una guerra tra Turchia e Israele non sarebbe soltanto una guerra tra due Paesi. Coinvolgerebbe una NATO già alle prese con tensioni interne, gli Stati Uniti, la nuova Siria, le monarchie del Golfo e un sistema regionale nel quale ogni crisi tende ormai a collegarsi alle altre. È questa la trasformazione che rende la rivalità Netanyahu-Erdoğan una questione che va oltre i due leader. La partita non è più soltanto tra Ankara e Gerusalemme. È una partita sull’ordine del Medio Oriente che nascerà dopo le guerre che hanno ridisegnato la regione.
NOTE
[1] Reuters, Israel and Turkey step up warnings over Syria after airbase bombing, 20 agosto 2026. La fonte riferisce che Israele ha colpito Abu al-Duhur e ha sostenuto che le forze turche fossero prossime a essere dispiegate nella base. (Reuters)
[2] Ivi. Il ministero della Difesa turco ha negato la presenza di una delegazione turca nella base al momento dell’attacco e ha confermato il sostegno alla ricostruzione delle capacità militari siriane. (Reuters)
[3] Axios, Syrian foreign minister to Axios: Israeli bombing of airbase was unjustified, 19 agosto 2026. (Axios)
[4] Reuters, Israel and Turkey step up warnings over Syria after airbase bombing, cit. (Reuters)
[5] Times of Israel, Israel confirms striking Syrian air base, saying Turkey was planning to deploy forces, 18 agosto 2026; Reuters, cit. (Il Tempo di Israele)
[6] Reuters, Israel and Turkey step up warnings over Syria after airbase bombing, 20 agosto 2026. (Reuters)
[7] Associated Press, A US envoy says Israel did not give a warning to the US ahead of a recent Syria air strike, 22 agosto 2026. (AP News)
[8] Ivi. (AP News)
[9] Reuters, Turkey to seek Interpol notice for Netanyahu in Gaza flotilla case, 21 agosto 2026. (Reuters)
[10] Ivi. Reuters precisa che INTERPOL esamina le richieste degli Stati membri prima di decidere se emettere le Red Notice. (Reuters)
[11] INTERPOL, View Red Notices. (Interpol)
[12] Ivi. INTERPOL specifica espressamente che una Red Notice non costituisce un mandato di arresto internazionale. (Interpol)
[13] Ivi. L’organizzazione precisa che la maggioranza delle Red Notice è riservata alle forze dell’ordine e che soltanto alcune vengono pubblicate sul sito pubblico. (Interpol)
[14] International Criminal Court, Situation in the State of Palestine: ICC Pre-Trial Chamber I rejects the State of Israel’s challenges to jurisdiction and issues warrants of arrest for Benjamin Netanyahu and Yoav Gallant, 21 novembre 2024. (Corte Penale Internazionale)
[15] International Criminal Court, Benjamin Netanyahu – Situation in the State of Palestine. (Corte Penale Internazionale)
[16] Reuters, Pakistan-Saudi-Turkey defence deal in pipeline, 15 gennaio 2026; Middle East Institute, Pakistan’s Strategic Defense Pact with Saudi Arabia, 8 ottobre 2025. (Reuters)
[17] Jerusalem Post, Turkey in talks to join Saudi-Pakistan defense pact, 18 gennaio 2026. (The Jerusalem Post)
[18] The New Arab, Turkey will not join Saudi-Pakistan mutual defence pact, 31 gennaio 2026. (The New Arab)
[19] Reuters, Israel and Turkey step up warnings over Syria after airbase bombing, 20 agosto 2026. La fonte indica il 27 ottobre come data delle elezioni israeliane. (Reuters)
[20] Reuters, cit.; Associated Press, cit. (Reuters)
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
- Associated Press, A US envoy says Israel did not give a warning to the US ahead of a recent Syria air strike, 22 agosto 2026. (AP News)
- Associated Press, Israel strikes an air base in northwest Syria to prevent Turkish troops from deploying, 18 agosto 2026.
- Axios, Syrian foreign minister to Axios: Israeli bombing of airbase was unjustified, 19 agosto 2026. (Axios)
- International Criminal Court, Situation in the State of Palestine, 21 novembre 2024. (Corte Penale Internazionale)
- INTERPOL, View Red Notices, consultazione del 22 agosto 2026. (Interpol)
- Middle East Institute, Pakistan’s Strategic Defense Pact with Saudi Arabia, 8 ottobre 2025. (Middle East Institute)
- Reuters, Israel and Turkey step up warnings over Syria after airbase bombing, 20 agosto 2026. (Reuters)
- Reuters, Turkey to seek Interpol notice for Netanyahu in Gaza flotilla case, 21 agosto 2026. (Reuters)
- Reuters, Pakistan-Saudi-Turkey defence deal in pipeline, 15 gennaio 2026. (Reuters)
- The New Arab, Turkey will not join Saudi-Pakistan mutual defence pact, 31 gennaio 2026. (The New Arab)
- Times of Israel, Israel confirms striking Syrian air base, saying Turkey was planning to deploy forces, 18 agosto 2026. (Il Tempo di Israele)

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