
Abstract: Forse alcune cose fanno fatica a essere digerite, i cambiamenti, si sa, sono merce difficile da metabolizzare, meglio rimanere attaccati a logiche trascorse anche se difficilmente spiegabili. Almeno è in questo frangente che pare collocarsi la storia tratteggiata dal MOSAC, una sigla associativa riconducibile all’Arma dei Carabinieri, e che descrive una punta di arretratezza culturale ancora persistente in alcuni passaggi istituzionali. Il problema, se così lo si volesse pleonasticamente definire, è che in una eventuale sede giudiziaria la possibilità che tutto rimanga stantio, anche in forza dell’onnipresente discrezionalità della pubblica amministrazione, è veramente risibile, data l’irragionevolezza del provvedimento adottato. I fatti hanno come protagonisti un gruppo di militari che non superando l’esame per un corso di qualificazione vengono trasferiti, ma il problema sollevato dal MOSAC non è già il trasferimento in sé, ma tutto il contesto nel quale gli stessi militari si sono trovati.
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La ricostruzione del MOSAC
Luca Spagnolo, nel suo comunicato stampa, ripreso da vari media, mette in evidenza che quattro Marescialli dei Carabinieri, tutti in servizio alla Scuola Allievi di Reggio Calabria, hanno subito un trasferimento d’autorità a seguito del mancato superamento di un test per l’ammissione a un’attività formativa.
Nella nota, si legge, che i quattro militari non sono stati ammessi al corso per il conseguimento della specializzazione di istruttore di tiro, titolo, quest’ultimo, attribuibile ai sottufficiali dopo il superamento di un percorso addestrativo da tenersi al Centro di perfezionamento al tiro dell’Arma dei Carabinieri, a Roma.
In effetti, il naturale bacino da dove trarre il personale da indirizzare alle attività specialistiche – specie quelle da “istruttore o aiuto istruttore”- nell’addestramento al tiro, ma anche nella difesa personale e nelle tecniche di disarmo, nonché per l’alimentazione dell’organico della Seconda Brigata Mobile e del Tuscania – sono o gli Istituti di formazione della Benemerita oppure tramite adesione a interpellanze con cadenze periodiche sull’intero territorio nazionale.
Posto quanto sopra la domanda, più che legittima, che si pone il MOSAC è: perché arrivare al trasferimento?
Contestualizzazione delle prassi
La domanda del Sindacato non è banale, anzi, tutt’altro: da un lato per i naturali contraccolpi organizzativi che possono avere i militari che quel provvedimento di trasferimento hanno subito, d’altro canto non si comprende una logica cosi verticale, e negativa, che cozza sia con le misure riorganizzative dell’Arma, condotte in prima persona dal Comandante Generale, Salvatore Luongo, sempre più protese verso il personale e la funzionalità istituzionale, e nel contempo è fuori da logiche giuridiche già assestate.
Infatti, non superare la prova di ammissione a un corso di specializzazione non può diventare oggetto di “scherno istituzionale”, significherebbe – di converso – disincentivare qualunque militare dall’approcciare una qualsiasi componente specialistica, mettendo così un freno alla voglia di migliorarsi, di accrescere il bagaglio tecnico-professionale.
Storia differente potrebbe essere il non superare l’esame finale di un corso di specializzazione, oppure il ritirarsi durante quella fase formativa, prim’ancora di arrivare a espletare la prova conclusiva.
Il distinguo, in questo caso, segue l’ottica dell’impegno istituzionale.
Si pensi all’investimento dell’Amministrazione nell’organizzazione del dato corso, al dispendio economico conseguente, come possono essere le necessità logistiche affrontate, per esempio, e di trasferimento del personale, senza contare che per ammettere al corso un militare che poi si è ritirato si ha già una carenza organica: non è infatti stato ammesso qualcuno che quel percorso lo avrebbe finalizzato, almeno potenzialmente.
Ecco perché un eventuale abbandono, non supportato da idonee pezze d’appoggio (mutata situazione familiare del corsista, per esempio, nel contempo intervenuta) comporta una valutazione disciplinare da parte del Comandante diretto di quel militare, stante l’annotare nei documenti matricolari il particolare evento.
Ma nel caso descritto da Spagnolo, la valutazione della posizione dei carabinieri è stata assolutamente anticipatoria e, mette in evidenza il sindacalista, neanche condivisa dagli stessi.
Circa quest’ultimo passaggio, pare, infatti, che per i quattro militari la segnalazione, per le prove selettive in argomento, non ha una loro manifestazione esplicita nel senso, bensì sia d’ufficio.
Interessante sarà seguire l’evoluzione della vicenda, nelle more che i passi in avanti realizzati dall’istituzione non siano vanificati da provvedimenti che difficilmente sono figli di questo tempo.

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