Giovani donne al comando e stress occupazionale nascosto nelle forze di polizia: il caso Flavia Misuraca come fenomeno sistemico

Abstract: Il suicidio della commissaria Flavia Misuraca, 27 anni, avvenuto l’8 gennaio 2026 durante un incarico temporaneo per il presidio TAV in Val di Susa, rappresenta un caso emblematico del disagio psicologico strutturale che affligge le forze di polizia italiane. Secondo l’Osservatorio Suicidi in Divisa, nel 2025 si sono verificati 44 casi tra le forze dell’ordine. Questo articolo analizza i fattori di rischio specifici per i neofunzionari under 30, con particolare attenzione al “doppio fardello” delle donne in ruoli di comando. Si esaminano la transizione dall’identità civile a quella istituzionale, lo stress organizzativo cronico, le dinamiche di comando precoce su personale esperto e il “silenzio tossico” che caratterizza la cultura organizzativa. Vengono proposte strategie di prevenzione basate sull’inserimento stabile di psicologi nei comandi e sull’adozione di protocolli di resilienza e mentoring strutturato.
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Introduzione: un caso simbolo di un fenomeno sistemico
L’8 gennaio 2026 la commissaria Flavia Misuraca, 27 anni, viene trovata senza vita in un hotel di Bardonecchia, dove si trovava per un incarico temporaneo legato al presidio del cantiere TAV in Val di Susa. Nominata commissaria nel giugno 2025, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, un master in sicurezza pubblica presso la LUISS e aver completato il percorso formativo alla Scuola Superiore di Polizia, Flavia rappresentava il prototipo del neofunzionario di successo.
La sua morte, tuttavia, non può essere letta come un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro più ampio e preoccupante. Secondo i dati dell’Osservatorio Suicidi in Divisa, nel 2025 si sono registrati 44 suicidi tra le forze di polizia italiane, con una tendenza in costante crescita negli ultimi anni[1].
Questo articolo esplora le dinamiche psicologiche e organizzative che contribuiscono al disagio mentale nelle forze di polizia, con particolare attenzione alle giovani donne chiamate a ricoprire ruoli di comando. Attraverso l’analisi del caso Misuraca e della letteratura scientifica internazionale, vengono individuati i principali fattori di rischio e proposte strategie di prevenzione basate su evidenze.
Transizione dall’identità civile a quella istituzionale: l’idealizzazione del ruolo e lo scontro con la realtà organizzativa
Il reclutamento nelle forze di polizia si fonda su una potente narrativa di vocazione, sacrificio e spirito di servizio. I neofunzionari entrano spesso nell’istituzione con una visione idealizzata del ruolo, alimentata dal desiderio di giustizia, riscatto sociale o riconoscimento personale[2].
La transizione dalla vita civile al mondo para-militare delle forze di polizia rappresenta tuttavia uno shock culturale significativo. L’istituzione impone ritmi rigidi, gerarchie verticali e una progressiva dissoluzione dell’identità individuale a favore di un’identità collettiva “in divisa”, che spesso lascia poco spazio alla dimensione personale[3].
Il “doppio fardello” delle donne in divisa: un fenomeno trasversale
Per le donne appartenenti a tutti i corpi delle forze di polizia – Polizia di Stato, Polizie Locali, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria – questa transizione risulta ulteriormente complicata da dinamiche di genere strutturali. Come evidenziato da Burke et al. (2006), le donne in divisa sono frequentemente chiamate a dimostrare in modo continuo la propria competenza e resilienza in contesti storicamente e culturalmente maschili, affrontando pressioni aggiuntive per legittimare la propria presenza, soprattutto nei ruoli apicali[4].
Questo “doppio fardello” psicosociale – essere contemporaneamente donna, con gli stereotipi e le aspettative sociali che ciò comporta, e agente, con la richiesta di aderire a un modello di forza, controllo e spersonalizzazione – genera una dissonanza identitaria costante. La pressione a “dover essere più brave dei colleghi maschi” per ottenere lo stesso riconoscimento può intensificare lo stress cronico e, paradossalmente, ridurre la propensione a richiedere supporto psicologico. Ammettere una difficoltà viene spesso percepito come il rischio di confermare lo stereotipo della “fragilità” femminile, minando una credibilità professionale costruita con fatica.
Il comando precoce: il trauma di guidare veterani
Un fattore di stress specifico e particolarmente acuto per i neofunzionari – e in misura maggiore per le giovani donne – è il comando precoce su personale esperto. Funzionari tra i 27 e i 30 anni si trovano a dover coordinare, valutare e talvolta sanzionare agenti, assistenti e ispettori con venti o trent’anni di servizio e una consolidata cultura di reparto.
Questo ribaltamento gerarchico genera tre criticità principali:
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Legittimazione continua sotto scrutinio, poiché l’autorità deve essere costruita quotidianamente sotto lo sguardo critico di chi può percepirla come immeritata.
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Il dilemma della competenza, in cui l’inesperienza operativa – pur compensata da una solida formazione giuridico-amministrativa – viene vissuta come un deficit di leadership, alimentando ansia e insicurezza.
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Il fattore genere aggravante e il paternalismo, che si manifesta attraverso micro-aggressioni quotidiane, mansplaining, reticenza nella condivisione di informazioni cruciali o la formazione di alleanze informali maschili che escludono la giovane dirigente dai luoghi decisionali informali.
Fattori di rischio specifici per i neofunzionari: stress organizzativo cronico e invasione della sfera privata
La letteratura scientifica individua nello stress organizzativo – generato da burocrazia asfissiante, carenza di personale, turni estenuanti e ordini percepiti come incoerenti – uno dei principali predittori di disagio psicologico[5]. I neofunzionari si trovano spesso ad affrontare responsabilità sproporzionate rispetto all’esperienza maturata, con un conseguente senso di inadeguatezza.
Questo stress sistemico invade la sfera privata. Il primo incarico comporta frequentemente il trasferimento in una città lontana, determinando una frattura improvvisa con la vita precedente. In tale contesto, la paura di perdere i legami affettivi diventa un’ulteriore fonte di ansia. Relazioni a distanza, incomprensioni da parte del partner o conflitti legati al ruolo professionale della donna possono aggiungere un carico emotivo difficilmente sostenibile. La paura del fallimento sentimentale si intreccia così con quella del fallimento professionale, alimentando un senso di impotenza globale.
“Silenzio tossico” e cultura dell’autosufficienza
Un ulteriore fattore critico è rappresentato dal cosiddetto “silenzio tossico”: la difficoltà a esprimere il proprio disagio per timore di giudizi negativi da parte di colleghi e superiori[6]. La cultura dell’autosufficienza, che premia la resilienza individuale e stigmatizza la vulnerabilità, impedisce l’attivazione di quei meccanismi di supporto sociale che in altri contesti lavorativi svolgono una funzione protettiva.
Esperienze traumatiche precoci
I dati indicano che i neofunzionari possono essere esposti fino a duecento eventi critici nei primi anni di servizio. Questa esposizione precoce a situazioni traumatiche, se non accompagnata da adeguati strumenti di supporto, aumenta significativamente il rischio di sviluppare sintomi post-traumatici e depressivi[7][8].
Strategie di prevenzione: modelli e proposte
Psicologi di comando: una presenza strutturale
È auspicabile l’inserimento stabile di psicologi all’interno di ogni comando, non come risorsa emergenziale ma come figura strutturale. Tali professionisti dovrebbero garantire colloqui individuali per burnout e traumi, gruppi di parola tematici, ad. es. per giovani comandanti e per donne in divisa, formazione obbligatoria sulla gestione dello stress e screening periodici con follow-up.
Mentoring strutturato e accompagnamento
Per i neofunzionari risulta necessario prevedere un tutor ufficiale esperto nei primi 12-18 mesi di servizio, programmi di acclimatamento che includano supporto abitativo e sociale, formazione specifica sul comando precoce e protocolli di rotazione che tengano conto, ove possibile, della stabilità della vita privata.
Cambiamento culturale: dal silenzio alla condivisione
È fondamentale promuovere campagne interne di destigmatizzazione della salute mentale, valorizzando testimonianze di personale senior che abbia attraversato momenti di crisi. La formazione obbligatoria del personale veterano sul rispetto gerarchico e sulla valorizzazione delle differenze di genere e generazionali rappresenta un passaggio imprescindibile.
Conclusioni: dall’eccezione alla consapevolezza collettiva
Il tragico caso della commissaria Flavia Misuraca interroga profondamente le istituzioni su come conciliare la necessaria resilienza operativa con la vulnerabilità umana che accomuna ogni persona, indipendentemente dalla divisa indossata.
La sua storia impone una riflessione sulle sfide che le forze dell’ordine affrontano nel tutelare il benessere dei propri membri, in particolare dei più giovani, in contesti di elevata pressione operativa. L’analisi evidenzia come solitudine, comando precoce e cultura del silenzio possano trasformarsi in fattori di rischio significativi.
È quindi necessario un cambio di paradigma: da una resilienza intesa come sopportazione silenziosa a una resilienza di comunità, fondata sul supporto reciproco, sulla formazione psicologica e su strutture di ascolto permanenti. Superare la retorica dell’“eroe” per riconoscere l’umanità di chi indossa la divisa non indebolisce l’istituzione, ma la rafforza [Vds. D. Breda, Non eroi ma umani…].
Onorare la memoria di Flavia e degli altri colleghi prematuramente scomparsi significa impegnarsi affinché nessun operatore si senta solo nel momento più difficile. Perché la forza di un’istituzione non si misura soltanto dalla fermezza con cui protegge gli altri, ma anche dalla cura con cui sa proteggere i propri.
NOTE:
[1] Osservatorio Suicidi in Divisa. (2025). Report Annuale sulla Salute Mentale nelle Forze di Polizia. Roma.
[3] Carbone, G. (2020). La Sindrome del Corridoio nelle Forze di Polizia Italiane: Isolamento e Impotenza Istituzionale. Rivista Italiana di Criminologia, 14(2), 145-162.
[4] Burke, R. J., & Richardson, A. M. (2006). Gender differences in police stress: The mediating role of coping strategies. Police Quarterly, 9(3), 322-345.
[5] Chan, J., & Andersen, J. (2018). The influence of organizational stress on the mental health of police officers: A systematic review. Journal of Police and Criminal Psychology, 33(2), 157-168.
[6] Violanti, J. M., et al. (2016). Police stress and depressive symptoms: Role of coping and hardiness. Epidemiology and Psychiatric Sciences, 25(3), 247-257.
[7] Jenkins, M., & Allison, P. (2020). Depressive symptoms among police officers: A meta-analysis of prevalence and risk factors. Journal of Occupational Health Psychology, 25(4), 287-301.
[8] Wang, Z., et al. (2019). Predictors of depression symptoms among police officers: A systematic review and meta-analysis. Journal of Affective Disorders, 257, 297-306.
ALTRI APPROFONDIMENTI:
– Corriere della Sera. (2024, 15 marzo). Carabinieri, poliziotti, finanzieri: un suicidio ogni sei giorni. Ecco perché è una strage silenziosa.
– Ministero dell’Interno Francese. (2019). Rapport sur la prévention du suicide dans les forces de police et de gendarmerie. Parigi.
– Fischetti, F., & Greco, G. (2021). Pratiche educative motorio-sportive per il benessere organizzativo nelle Forze di Polizia: Una revisione sistematica. Sport Sciences for Health, 17(1), 45-58.
– Istat. (2023). Rapporto sul Benessere e sulla Salute nei Luoghi di Lavoro in Italia. Roma.

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