Testimoniare davanti al carnefice. La vittimizzazione secondaria delle donne nel processo penale italiano

Abstract: L’esperienza diretta vissuta da una vittima di violenza domestica all’interno dell’aula giudiziaria rivela un paradosso strutturale del sistema di giustizia italiano: il processo, invece di rappresentare uno spazio di tutela, può trasformarsi in un luogo di re-traumatizzazione. Nonostante l’art. 111 della Costituzione garantisca il contraddittorio, la presenza in aula del maltrattante e le prassi interrogative spesso non informate sul trauma causano una forma grave di vittimizzazione secondaria, in violazione della Convenzione di Istanbul (art. 31). I dati ISTAT evidenziano una bassissima percentuale di denunce, pari all’11,8%. Nel 2025, pur registrando un calo del 35% degli omicidi di donne, circa il 75% delle vittime non denuncia, dimostrando diffusa sfiducia nel sistema. Le forme di violenza più frequenti sono fisica e psicologica e coinvolgono spesso figli minori testimoni o vittime anch’essi. Questi elementi rafforzano l’urgenza di adottare un modello di giustizia trauma-informed, che tuteli le vittime prevenendo ulteriori traumi e conciliando efficacemente giustizia e protezione.
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Introduzione: Il Paradosso della Giustizia
Questa esperienza vissuta in prima persona offre uno sguardo diretto e crudo sul paradosso che caratterizza il sistema giudiziario italiano nel trattare le vittime di violenza domestica, evidenziando come spesso la giustizia rischi di diventare occasione di ulteriore trauma. Da ciò si spiega il motivo per cui la vittima, trovandosi davanti al proprio carnefice in aula, si è sentita nuovamente indifesa e vulnerabile, con il cuore che batteva all’impazzata e la paura che dominava i suoi pensieri. In quella condizione di estrema fragilità, ha tentato quasi a giustificarsi per averlo denunciato. Quando il giudice le ha chiesto perché avesse fatto questa scelta, ha risposto con dolore e urgenza: «Mi ha costretta il commissario».
Questo articolo si propone di analizzare, attraverso una prospettiva duale psicologico-giuridica, le criticità di un sistema che, pur con l’intento di garantire equità e tutela, rischia di perpetuare forme di vittimizzazione secondaria, soffermandosi sulle implicazioni neurobiologiche del trauma e sulle pratiche processuali che possono renderlo ancora più doloroso.
La Neurobiologia del Terrore: Perché Testimoniare diventa un Incubo
La letteratura neuroscientifica ha ormai chiaramente dimostrato che l’esposizione a un trauma attiva risposte neurofisiologiche precise (Van der Kolk, 2014). Di fronte al proprio aguzzino, il cervello della vittima reagisce con un’ iperattivazione dell’amigdala, il centro della paura. Il cortisolo inonda il sistema, compromettendo le funzioni esecutive della corteccia prefrontale, sede della memoria narrativa e del ragionamento logico.
In pratica, non è una mancanza di volontà o di collaborazione: è una risposta fisiologica di sopravvivenza. La vittima che in aula “si blocca”, “non ricorda”, “si contraddice” non sta mentendo. Sta vivendo una risposta neurobiologica al trauma, il freeze, che la rende incapace di accedere ai ricordi in modo coerente sotto lo sguardo minaccioso del maltrattante. Esigere una testimonianza lucida in queste condizioni non è solo eticamente scorretto, è scientificamente ingenuo.
Il Contraddittorio come Strumento di Dominio: La Strategia della Difesa
La presenza fisica dell’imputato non è un dettaglio procedurale. È la continuazione della violenza psicologica attraverso altri mezzi. Il suo sguardo, i suoi cenni, le sue smorfie che esprimono incredulità o suggeriscono che la donna stia raccontando bugie, e i suoi sorrisi intimidatori sono potenti strumenti di controllo non verbale che riattivano nel corpo e nella psiche della donna le stesse risposte di terrore vissute durante la relazione abusante.
A questo si aggiunge la strategia processuale della difesa, che spesso fa leva su stereotipi di genere e meccanismi di victim blaming:
- “Perché non se n’è andata prima?” (ignorando la Sindrome della Donna Maltrattata e l’impotenza appresa).
- “Non è forse vero che anche lei alzava la voce?” (equiparando il conflitto alla violenza asimmetrica).
- “Era solo uno schiaffo, no?” (minimizzando la violenza).
Queste domande, formalmente legittime, sono sostanzialmente lesive della dignità della vittima e costruiscono un racconto processuale che la colpevolizza, trasformandola da parte offesa in imputata morale.
Le Conseguenze: Il Prezzo Umano di un Sistema Inadeguato
L’impatto di questa esperienza è devastante:
- Re-traumatizzazione acuta: L’esperienza processuale aggrava il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD).
- Senso di Tradimento Istituzionale: La perdita di fiducia nella giustizia è spesso irreparabile.
- Ritrattazioni: Il ritiro della denuncia non è un capriccio, ma un atto di sopravvivenza psicologica di fronte a un sistema percepito come ostile e inefficace.
- Effetto Deterrente: Il messaggio per le altre vittime è chiaro: “Denunciare non serve, anzi, peggiora le cose”.
Verso una Giustizia Trauma-Informed: Critiche alla Giustizia Riparativa
Un approccio alternativo, la giustizia riparativa, mira a ridurre l’impatto traumatico del processo penale attraverso modalità meno formali. Tuttavia, nel contesto della violenza domestica presenta criticità rilevanti:
- La violenza domestica si basa su uno squilibrio di potere che rende impraticabile un confronto paritario tra vittima e autore del reato.
- La Convenzione di Istanbul vieta esplicitamente mediazioni o conciliazioni che possano mettere a rischio la sicurezza della vittima.
- L’esperienza dimostra che la giustizia riparativa può esporre la vittima a ulteriori sofferenze e manipolazioni da parte dell’autore, rischiando di alimentare la spirale della violenza.
- Mancano formazione, protocolli e risorse adeguate per garantire la sicurezza della vittima in questi percorsi.
- In molti casi, la giustizia riparativa può risultare un vantaggio per l’autore senza benefici concreti per la vittima, configurando un rischio di vittimizzazione secondaria.
Per questi motivi, l’applicazione della giustizia riparativa in casi di violenza domestica richiede estrema cautela, privilegiando la tutela e la protezione della vittima con misure rigorose e certezza della pena.
Conclusione: Oltre le ferite, la speranza della giustizia
Rivolgere a una donna la richiesta di confrontarsi in aula con chi le ha inflitto dolore, senza adeguate tutele, rischia di trasformare il processo in una fonte ulteriore di sofferenza. In un sistema che si definisce civile, è importante evitare di imporre alle vittime un peso eccessivo, specialmente quando le procedure non tengono sufficientemente conto del trauma subito.
Occorre una giustizia che sappia curare e non re-traumatizzare, che ponga la dignità della persona al centro dell’attenzione durante tutto il percorso processuale. Non si tratta di favorire l’una o l’altra parte, ma di assumere una responsabilità umana fondamentale.
Nessuna donna dovrebbe trovarsi nella dolorosa condizione di dover scegliere tra il diritto a una verità riconosciuta e la tutela della propria integrità psicologica. La giustizia autentica è quella che contribuisce a interrompere il ciclo della violenza, senza aggiungere nuovo dolore a chi quella violenza l’ha già subita.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
- Convenzione di Istanbul, CETS No. 210, Consiglio d’Europa, 2011. Ratificata in Italia con L. 77/2013.
- ISTAT (2023). La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Report disponibile su istat.it.
- Van der Kolk, B.A. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma. New York: Penguin Books.
- Herman, J.L. (1992). Trauma and Recovery: The Aftermath of Violence — From Domestic Abuse to Political Terror. New York: Basic Books.
- Goodman-Delahunty, J., Martschuk, N., Dhami, M., & Leclerc, B. (2014). “Trauma-Informed Justice: Towards a Comprehensive Approach to Victims with Trauma Histories”. Victims & Offenders, 9(4), 346-370.
- Amnesty International (2019). Seconda vittimizzazione: quando la giustizia ferisce. Relazione disponibile su amnesty.it.
- United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) (2020). Handbook on Justice for Victims. Disponibile online.
- Walker, L.E. (1984). The Battered Woman. New York: Harper and Row.
- Garcia-Moreno, C., Jansen, H.A.F.M., Ellsberg, M., et al. (2005). “WHO Multi-country Study on Women’s Health and Domestic Violence against Women.” World Health Organization.
- Duso, T., & Guareschi, P. (2021). Violenza di genere, processo penale e vittimizzazione secondaria: riflessioni critiche su normativa e prassi. Roma: Carocci.
- ISTAT (2025). Il numero delle vittime e le forme di violenza.
- D.i.Re (2025). Report dati 2024-2025 sul fenomeno della violenza contro le donne in Italia.
- Ministero dell’Interno, Viminale (2025). Report femminicidi e violenza di genere.
- Osservatorio Nazionale Non Una di Meno (2025). Analisi e monitoraggio dei casi di femminicidio e violenza di genere.

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