Intimate Partner Violence e Victim Blaming: Dinamiche di Potere, Barriere all’Intervento e l’Impatto Pervasivo dei Media

Abstract: L’Intimate Partner Violence (IPV) si manifesta in forme diverse – psicologica, fisica, economica, sessuale e come stalking – e si distingue dai conflitti di coppia perché è asimmetrica e radicata in un disequilibrio di potere. Il victim blaming rappresenta una pericolosa forma di vittimizzazione secondaria, operante a livello individuale, sociale, istituzionale e mediatico, che ostacola il riconoscimento della violenza, danneggia la salute delle vittime e ne ritarda la richiesta di aiuto. L’analisi di casi e del ruolo dei media mostra come la narrazione pubblica contribuisca a rafforzare stereotipi dannosi, perpetuando la violenza nonostante l’esistenza di leggi avanzate.
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Deborah Breda: vice comandante della polizia locale dell’Unione dei Colli nella bergamasca, specializzata nella tutela delle fasce deboli e nel contrasto alla violenza di genere, psicologa. Profilo linkedin.
Introduzione
La violenza contro le donne, in particolare quella perpetrata all’interno delle relazioni di intimità (Intimate Partner Violence o IPV), costituisce una violazione pervasiva dei diritti umani e un grave problema di salute pubblica a livello globale (WHO, 2021). Nonostante l’esistenza di un solido quadro normativo internazionale e nazionale, l’applicazione di pratiche efficaci per il riconoscimento e l’intervento continua a scontrarsi con ostacoli significativi. Queste barriere affondano spesso le radici in pregiudizi culturali, stereotipi di genere e in una diffusa propensione ad attribuire la colpa alla vittima. Un’analisi del fenomeno deve quindi focalizzarsi sulla sua intrinseca asimmetria, elemento che lo distingue radicalmente da un conflitto di coppia, e sulle sue devastanti conseguenze cliniche, esaminate attraverso la lente del victim blaming. Quest’ultimo agisce come un potente meccanismo di mantenimento e occultamento della violenza, che si riproduce a livello individuale, sociale, istituzionale e mediatico.
Quadro Teorico e Normativo: Definire la Violenza e i suoi Meccanismi
Il framework di riferimento è delineato da strumenti internazionali cruciali. La Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), adottata dalle Nazioni Unite nel 1979, all’articolo 1 definisce la violenza come “ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica”. Questo concetto è stato ampliato dalla Dichiarazione di Vienna del 1993, che riconosce esplicitamente la violenza di genere come “una manifestazione delle relazioni di potere storicamente diseguali tra uomini e donne”. In Europa, la Convenzione di Istanbul (2011), ratificata in Italia con L. 77/2013, rappresenta lo strumento più avanzato, vincolando gli Stati a prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli. Criticamente, vieta esplicitamente pratiche come la mediazione familiare in casi di violenza domestica (Art. 48) e, agli articoli 12 e 17, impegna gli Stati a promuovere cambiamenti socio-culturali e a incoraggiare i media ad adottare linee guida autoregolative per evitare stereotipi di genere e vittimizzazione secondaria.
L’Intimate Partner Violence (IPV): un’Atmosfera di Potere Coercitivo
L’IPV si configura come la forma più diffusa di violenza contro le donne (ISTAT, 2015). È cruciale concettualizzarla non come un insieme di episodi isolati, ma come un pattern ciclico e reiterato di comportamenti coercitivi all’interno di una relazione affettiva, attuale o passata. La sua essenza risiede nel concetto di “violenza da fiducia” e nella creazione di un'”atmosfera” di disparità di potere stabile. Le sue manifestazioni sono multiformi e spesso coesistono:
Violenza Psicologica: umiliazione, controllo coercitivo, isolamento, gaslighting.
Violenza Fisica: da spintoni a percosse fino al femminicidio.
Violenza Economica: controllo delle risorse, sabotaggio lavorativo, indebitamento forzato.
Violenza Sessuale: da atti non consensuali all’imposizione di pratiche.
Stalking e Revenge Porn: persecuzione e violazione della privacy a scopo di controllo e umiliazione.
La Distinzione Cruciale: Violenza Asimmetrica vs. Conflitto Simmetrico
Un errore epistemologico e clinico frequente, spesso riprodotto anche dai media, è la sovrapposizione terminologica tra “violenza” e “conflitto”. Il conflitto è un elemento fisiologico delle relazioni, caratterizzato da simmetria e parità di potere: le parti hanno uguale voce in capitolo, non vi è paura di escalation, e si cerca una negoziazione. La violenza, al contrario, è strutturalmente asimmetrica. Si fonda su uno squilibrio di potere (fisico, economico, psicologico, sociale) utilizzato sistematicamente per controllare e sottomettere. La donna è relegata in una posizione subordinata, dove l’espressione del dissenso è inibita dalla paura e i suoi sentimenti sono invalidati. Chiamare “conflitto” la violenza significa minimizzarla, negarne la dinamica di potere e, di fatto, colludere con il maltrattante, ostacolando il riconoscimento del fenomeno e l’emersione del sommerso.
Il Victim Blaming: Meccanismo, Funzione e Conseguenze Cliniche
Il victim blaming è il processo sociale e psicologico per cui la responsabilità della violenza viene attribuita, in tutto o in parte, alla vittima (“se l’è cercata”, “perché non se ne è andata?”) (Ryan, 1971), letteralmente “colpevolizzazione della vittima”. Questo meccanismo opera a più livelli:
Funzione (distorta): Agisce come meccanismo di difesa collettivo (Lerner, 1980). Attribuire la causa a un comportamento della vittima crea l’illusione del controllo e dell’immunità (“a me non capiterà perché io non mi comporterei così”) (Perilloux, Duntley & Buss, 2012), preservando l’illusione di un mondo giusto (Just-World Hypothesis).
Conseguenze sulla Vittima: La vittimizzazione secondaria ha un impatto devastante, aggravando il trauma primario (Ullman & Najdowski, 2009, 2011). Si associa a:
Aumento di auto-colpevolizzazione, depressione e sintomi post-traumatici complessi.
Maggiore rischio di abuso di sostanze.
Dispercezione della realtà e interiorizzazione della colpa.
Riluttanza a denunciare e a chiedere aiuto per paura di essere stigmatizzate.
Conseguenze Sociali e Mediatiche: Il victim blaming rafforza gli stereotipi di genere, normalizza la violenza e ostacola il cambiamento culturale. I media, come evidenziato dalle ricerche di Lalli e Gius (2012-2017), spesso amplificano questo fenomeno attraverso narrazioni che utilizzano cornici interpretative fuorvianti:
L’Amore Romantico: Il femminicidio è rappresentato come un gesto estremo scaturito da un amore malato (“L’amavo così tanto che l’ho ammazzata”).
La Mancanza di Controllo: L’omicidio è dipinto come un raptus improvviso, un “atto folle” e imprevedibile: “un’ira incontrollabile scatenata dalla folle gelosia…”
Queste cornici decontestualizzano il crimine, dipingendolo come un fatto privato e passionale, piuttosto che come l’esito estremo di una relazione di potere asimmetrica, in netto contrasto con gli obblighi della Convenzione di Istanbul.
Casi Pratici nell’Informazione Mediatica:
Annamaria Luci (2016): Un articolo riportò: «…l’ennesimo litigio per questioni familiari, al culmine del quale l’uomo ha sparato» (QN, 22-2-2016). L’uso del termine “litigio” implica erroneamente una simmetria e suggerisce, anche se implicitamente, che la vittima abbia innescato l’escalation.
Martina Carbonara (2025). Il Caso di Afragola: Un esempio recente e particolarmente drammatico di come il victim blaming possa manifestarsi nella narrazione pubblica è il caso della quattordicenne di Afragola, uccisa dal fidanzato ventunenne. In seguito al femminicidio, accanto al legittimo orrore, sono emerse con forza nelle discussioni sui social media e in alcuni dibattiti pubblici domande e affermazioni che spostavano implicitamente il peso della responsabilità dalla violenza dell’aggressore al comportamento della vittima: “Ma come hanno fatto i genitori a permettere che una ragazzina di 12 anni (l’età in cui iniziò la relazione) frequentasse un uomo più grande?”; “Dov’era la famiglia?”; “Ormai le ragazzine sono troppo precoci”.
Secondo l’analisi della giudice Paola Di Nicola, nei suoi numerosi interventi, nonché nel suo libro “La mia parola contro la sua: ovvero quando il pregiudizio è più importante del giudizio” (2018), la violenza sessuale gode di uno status peculiare a livello globale: è l’unico delitto in cui la vittima viene trattata come il principale sospettato. La causa di questa distorsione va ricercata in un sistema di pregiudizi e stereotipi sulla violenza di genere così interiorizzato da diventare un filtro culturale condiviso, che contamina persino le aule di giustizia. Questo tipo di reazioni, sebbene a volte dettate dal bisogno di trovare una spiegazione a un evento incomprensibile, costituisce una forma subdola di victim blaming. Il focus, in questo modo, viene deviato dall’unica responsabilità incontestabile – quella dell’uomo che ha commesso il femminicidio – per investire, in retrospettiva, la vittima e la sua famiglia. Si insinua così l’idea che, se ci fosse stato un controllo più stretto, la violenza avrebbe potuto essere evitata, assolvendo indirettamente il colpevole e trasformando una tragedia in una questione di moralità e supervisione familiare. Questo meccanismo, oltre a essere profondamente ingiusto verso la vittima e i suoi cari, ignora deliberatamente la natura strutturale della violenza di genere, che trova le sue radici nel possesso e nel controllo dell’aggressore, non nella mancanza di supervisione sulle vittime.
Queste narrazioni riproducono stereotipi tossici delle vittime (la donna dominata, la traditrice, l’incapace, la dispotica), contribuendo alla loro vittimizzazione secondaria e rafforzando nell’opinione pubblica l’idea che la violenza possa essere in qualche modo giustificabile.
Vittimizzazione Secondaria Istituzionale e Mediatica: La Barriera all’Aiuto
Episodi di colpevolizzazione della vittima sono frequenti non solo nella sfera privata ma anche in contesti istituzionali e professionali deputati alla protezione (forze dell’ordine, servizi sociali, tribunali, sanitari) e, come visto, nei media. Quando un operatore o un giornalista minimizza, dubita o attribuisce implicitamente colpa alla donna, diventano essi stessi agenti di vittimizzazione secondaria. Questo tradisce il mandato di protezione e innesca un circolo vizioso: la donna, temendo di non essere creduta o di essere giudicata, evita di rivolgersi alle istituzioni e ai media ritratta storie simili, rinunciando così alla protezione legale, al supporto e a qualsiasi possibilità di progettare una via d’uscita, restando intrappolata nella relazione violenta.
Conclusioni e Prospettive per un Intervento Efficace
L’analisi condotta evidenzia come l’IPV sia un fenomeno complesso che richiede una comprensione sofisticata, centrata sulle dinamiche di potere e controllo. Il victim blaming, alimentato da meccanismi psicologici profondi e perpetuato da narrazioni mediatiche distorte e prassi istituzionali talora miopi, rappresenta una barriera cruciale al riconoscimento, all’emersione e all’intervento efficace.
La complessità del fenomeno impone una serie di considerazioni pratiche fondamentali per le figure professionali coinvolte, dagli operatori della salute mentale ai servizi di supporto fino alle Forze dell’Ordine, che rappresentano spesso il primo contatto in scenari di emergenza. Innanzitutto, emerge un bisogno forte di formazione specifica e condivisa. Capire la differenza profonda tra un litigio in una relazione paritaria e la dinamica di potere della violenza, saper riconoscere gli effetti del trauma complesso (che può spiegare certi comportamenti o la ritrattazione di una denuncia) e identificare le sfumature del victim blaming sono competenze preziose, se non essenziali, per tutti i professionisti coinvolti.
Sul piano operativo, è cruciale rivedere le nostre pratiche per assicurarci che siano davvero sicure ed efficaci. Per i clinici, questo significa evitare approcci controindicati come la terapia di coppia in contesti violenti. Per le Forze dell’Ordine, significa adottare protocolli che proteggano la vittima in modo immediato e concreto, raccolgano le prove in maniera accurata e trasmettano un senso di fiducia e credibilità, evitando domande o atteggiamenti che possano anche involontariamente suonare come colpevolizzanti.
Un altro aspetto su cui possiamo fare la differenza tutti insieme è il linguaggio che usiamo. Sia nei referti clinici e nelle relazioni dei servizi sociali, che nei verbali e nelle comunicazioni delle Forze dell’Ordine, abbiamo la responsabilità di scegliere le parole con cura, assicurandoci che attribuiscano la responsabilità in modo inequivocabile a chi agisce la violenza e non a chi la subisce. Una narrazione corretta in sede di indagine è fondamentale per il successivo iter giudiziario.
Infine, c’è un lavoro più ampio di sostegno alle normative esistenti e di costruzione di rete. Si tratta di fare in modo che strumenti fondamentali come la Convenzione di Istanbul non rimangano solo sulla carta. Promuovere tavoli di confronto interistituzionali tra servizi socio-sanitari e Forze dell’Ordine permette di creare percorsi protetti e realmente efficaci per le vittime. Un impegno concreto, in questo senso, potrebbe anche puntare a organizzare e sviluppare una formazione congiunta che includa i professionisti dei media, con l’obiettivo di garantire una comunicazione pubblica più etica e consapevole.
In sintesi, solo un’azione coordinata e consapevole che unisca competenze diverse – dalla salute mentale, al sociale, alla giustizia – può creare quella rete di protezione solida e credibile di cui le vittime di violenza hanno disperatamente bisogno.
Promuovere un linguaggio corretto, interventi validati e una rete di protezione competente e consapevole non è solo un dovere professionale, ma un presupposto fondamentale per rompere il silenzio, contrastare la cultura della violenza e permettere a ogni donna di riappropriarsi della propria libertà e della propria vita.
La domanda giusta da porsi non è “Cosa ha fatto la vittima per provocare ciò?”, ma “Cosa ha spinto una persona a credere di avere il diritto di violare l’autonomia altrui?”. Il focus deve sempre rimanere sull’azione criminale dell’aggressore, unica e sola causa della violenza.
Riferimenti Bibliografici
Convenzione di Istanbul (2011). Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Strasburgo.
ISTAT (2015). La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Roma: Istituto Nazionale di Statistica.
ISTAT (2015). La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia.
Lalli, P., & Gius, C. . Il racconto del femminicidio nella cronaca nera. L’assassinio della partner: quali rappresentazioni nei media? (2019)
Ordine degli psicologi della Lombardia, Genere, generi, violenza valorizzare le differenze e contrastare le disuguaglianze – A cura dell’Osservatorio Pari Opportunità e Generi – Ordine degli Psicologi della Lombardia (2024)
Perilloux, C., Duntley, J. D., & Buss, D. M. (2012). The costs of rape. Archives of Sexual Behavior.
Ryan, W. (1971). Blaming the Victim. Pantheon Books
Ullman, S. E., & Najdowski, C. J. (2009). Revictimization as a moderator of psychosocial risk factors for problem drinking in female sexual assault survivors. Journal of Studies on Alcohol and Drugs, 70(1), 41–49.
Ullman, S. E., & Najdowski, C. J. (2011). Prospective changes in attributions of self-blame and social reactions to women’s disclosures of adult sexual assault. Journal of Interpersonal Violence, 26(10), 1934–1962.
World Health Organization (WHO). (2021). Violence against women prevalence estimates, 2018. Global, regional and national prevalence estimates for intimate partner violence against women and global and regional prevalence estimates for non-partner sexual violence against women. Geneva.
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