Inflazione e repressione accendono il Paese: una rivolta diffusa sfida il regime tra sangue, isolamento e pressioni globali

Abstract: All’inizio del 2026 l’Iran è attraversato da una ondata di proteste senza precedenti, inizialmente legate a motivi economici, ma rapidamente evolutesi in una sfida diretta al regime teocratico. La repressione delle autorità ha causato decine di morti e migliaia di arresti, mentre un blackout quasi totale di Internet e telefonia limita visibilità e coordinamento. La mobilitazione, diffusa e trasversale, rappresenta un punto di svolta nella stabilità interna dell’Iran e nelle dinamiche regionali.
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Teheran e le scintille della rivolta
La scintilla è partita il 28 dicembre 2025 dal Grand Bazaar di Teheran, dove commercianti e cittadini hanno protestato contro inflazione galoppante, svalutazione del rial e aumento dei prezzi di beni di prima necessità. In pochi giorni le proteste si sono estese a tutte le province, dai centri urbani alle zone rurali, con episodi di incendi di edifici governativi e barricate nelle strade della capitale. Il movimento ha assunto un carattere spontaneo e diffuso, senza una leadership centralizzata, ma radicandosi in studenti, lavoratori, commercianti e cittadini di ogni età ed estrazione sociale.
La repressione e il tributo di sangue
Le autorità hanno risposto con durezza crescente, impiegando gas lacrimogeni, proiettili rivestiti di gomma e munizioni reali. Secondo le ong internazionali, il bilancio aggiornato è di almeno 62 morti, tra cui minorenni, e oltre 2.200 arresti. Tra le vittime confermate: Saghar Etemadi, 22 anni, colpita alla testa dai proiettili, e Rasoul e Reza Kadyvrian, due fratelli di Kermanshah uccisi davanti alle famiglie. In alcune province, anche ospedali e strutture sanitarie sono stati perquisiti dalle forze di sicurezza per identificare e reprimere feriti e manifestanti, aggravando la crisi umanitaria.
Blackout digitale e isolamento
Per limitare la diffusione delle proteste e controllare la narrazione, le autorità hanno imposto un blackout quasi totale di Internet e telefonia, specialmente nelle principali città come Teheran, Mashhad e Shiraz. Ciò ha interrotto l’accesso a social media e sistemi di messaggistica, isolando i cittadini e ostacolando la verifica internazionale degli eventi.
Dichiarazioni di Trump e risposta di Khamenei
La crisi ha attirato l’attenzione internazionale, con forti prese di posizione da Washington. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli USA sono pronti a intervenire se necessario per proteggere manifestanti pacifici e prevenire repressioni violente. La risposta di Ayatollah Ali Khamenei è stata immediata e dura: ha bollato i manifestanti come “sabotatori” e ha invitato Trump a “pensare ai problemi del suo Paese” prima di immischiarsi negli affari interni iraniani. Il leader supremo ha ribadito che il regime non cederà né negozierà su questioni di principio.
Una ferita sociale e geografica profonda
Le violenze non risparmiano né centri urbani né province meno densamente popolate. La mappa dei feriti e dei morti evidenzia una crisi diffusa, che attraversa classi sociali, etnie e generazioni, trasformando proteste economiche iniziali in una sfida politica nazionale.
Reazioni dei Paesi europei e delle Nazioni Unite
La repressione ha suscitato forti reazioni a livello internazionale: L’Unione Europea ha condannato l’uso “sproporzionato” della forza e chiesto il rispetto della libertà di manifestazione, espressione e associazione. È stato inoltre sottolineato come il blackout digitale ostacoli la trasparenza. Singoli Stati membri, tra cui Germania e Svezia, hanno ribadito la necessità di moderazione e il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini. Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per i diritti umani in Iran, chiedendo un dialogo costruttivo e la protezione dei manifestanti pacifici, pur senza interventi militari diretti.
Una pagina cruciale nella storia dell’Iran
Queste proteste si inseriscono nel solco delle mobilitazioni degli ultimi anni, dal movimento “Woman, Life, Freedom” del 2022 fino alle attuali manifestazioni di massa. Rappresentano una sfida strutturale al potere clericale, con possibili riflessi duraturi sulla politica interna, sulla stabilità regionale e sulle relazioni diplomatiche internazionali.

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